Socrate su Instagram
IL DIBATTITO DI APPUNTI - Michela Murgia ci costringe ancora a interrogarci sul ruolo dell’intellettuale oltre le guerre culturali effimere
L’eredità di Murgia è la cura per la democrazia come sfera di discussione pubblica nell’era del fascismo pop. E si tratta di un’eredità genuinamente politica
Gianfranco Pellegrino
Il dibattito di Appunti sull’eredità di Murgia
Chissà se Michela Murgia conosceva Rosa Balistreri. Chissà se ne conosceva quella famosa canzone-testamento, Quannu moru, che recita (traduco per i non native speakers): “Quando morirò, non mi dite messa/ ma ricordatevi della vostra amica/ […] Quando morirò, fate finta che non sia morta./ Dite a tutti le cose che ho detto a voi./ Quando morirò, non vi sentite soli/, ché soli non vi lascio/neanche quando sarete voi a essere morti, nella vostra fossa./ Quando morirò cantate le mie canzoni,/ non dimenticatele, cantatele per gli altri/ poiché, per questa terra in croce,/io muoio senza voce”.
Se l’avesse conosciuta, Murgia avrebbe amato Balistreri, e la sua lotta contro il patriarcato – dopo tutto, era una donna che subì il carcere per essersi ribellata a un marito violento.
La morte di Murgia, isolana, a me parimenti isolano, ricorda questa canzone, che Balistreri, quasi profeticamente, scrisse prima dell’ictus che la colpì.
Più che l’accettazione di una morte ingiusta di stampo proto-stoico di Socrate e altri martiri filosofici, o la vicenda umana di Cristo (come suggerisce Raimo qui su Appunti) la morte di Murgia mi ha sempre ricordato la capacità di dominare, gestire, vivere da essere umano consapevole la morte che a tutti è destinata, quella per cause naturali, la morte ingiusta che tocca a tutti, una capacità che Michela mostrò nel periodo in cui rese pubblico il cancro.
E, al tempo stesso, mi ha sempre colpito la sua capacità di rendere politica anche questa morte accidentale, per cause naturali, allo stesso modo in cui aveva reso politici altri accidenti di natura – la provenienza geografica, lo status sociale, certi fatti biografici, la forma del corpo.
Questa è stata sicuramente la lezione attivista e femminista di Murgia (come ricordato da molte, e da Vanessa Roghi qui): la capacità di partire da sé, e da un sé situato, e parlare da lì a tutti e tutte.
La capacità di gestire processi naturali, di essere al tempo stesso nella natura, o dentro la natura, e al di sopra della natura. La capacità di fare tutto questo senza dualismi maschili, in maniera queer, si potrebbe dire.
Questa è un’eredità chiara di Murgia, certamente, un’eredità su cui non ci sono dubbi o opacità, e che da sola basterebbe a renderla una figura unica e preziosa nel panorama della cultura italiana del primo XXI secolo.
Ma le canzoni di Murgia continuano a essere cantate – fuor di metafora: le sue esortazioni, le sue invettive, il suo pensiero e l’agenda che ha fissato continuano a essere ricordati. E Murgia non è certamente morta senza voce. Anzi.
Forse l’eccesso di voce, di presenza, è quello che spiega (senza assolutamente giustificare) attacchi sgraziati, polemiche sulla santificazione presunta e brandelli di santificazione effettiva, una certa opacità della figura di Murgia e del suo lascito.
Un tentativo di bilancio
Da questo punto di vista, il saggio di Raimo comparso su Appunti, e le precisazioni di Vanessa Roghi, sono contributi notevoli per capire come inquadrare l’eredità di Murgia.
Parto dalle categorie impostate da loro. Per Raimo, il lascito di Murgia è l’arte di nominare. Con questa formula, Raimo intende almeno le seguenti cose: Murgia ha tenuto insieme “un modello popolare di critica intellettuale e di politica collettiva”, cercando di “trasformare l’impegno del singolo in una struttura politica permanente, in un Paese dove i corpi intermedi sono in crisi sistemica e dove il pensiero critico si sfibra per trovare una forma organizzata oltre la singola figura carismatica”.
Come intellettuale, Murgia era una “specialista nel metodo”. Con questa formula, Raimo intende la capacità di Murgia di “stare in un argomento (il precariato, la morte, la famiglia, il fascismo, la lingua, Maria di Nazareth…) senza pretendere di possederne l’ultima parola, ma pronunciando la prima: Murgia sapeva come aprire una domanda in modo tale che chi la riceve non possa più fingere di non averla sentita. Dischiudeva spazi di discussione, non ci teneva a chiuderli né a dominarli”.
Interessante che, senza dirlo, Raimo implicitamente distingua due ruoli: Murgia come figura politica – come supplente solitaria ed eroica alla crisi dei corpi intermedi – e come intellettuale – come artefice dell’apertura di nuovi spazi di discussione pubblica.
Queste due figure, ovviamente, non sono del tutto distinte: l’intellettuale partecipa alla politica e la rende possibile.
E il femminismo è stato in un certo modo uno degli ambiti in cui riflessione intellettuale e politica si sono saldate (lo hanno fatto ovviamente in altri casi, e la storia della sinistra e della destra è piena di prassi di collegamento fra intellettualità e politica, ma il femminismo è, in un certo senso, una storia di successo: forse, l’unica vera Rivoluzione riuscita del Novecento è stata quella femminista, nonostante tutte le difficoltà).
Che questi piani non siano distinti si evince dalle precisazioni di Vanessa Roghi alla visione di Raimo, che insistono sul valore della riflessione e delle pratiche femministe nella vicenda, nell’evoluzione e nel pensiero di Murgia ed esortano a non vederla come un intellettuale “che emerge dal nulla”.
Ma, al tempo stesso, distinguere questi ruoli può avere senso. Quando Roghi dice che il “nodo cruciale” dell’eredità di Murgia sta “nella difficoltà di trasformare una pratica intellettuale fortemente incarnata in una struttura politica, collettiva, duratura” indica una relazione fra due cose diverse – una pratica intellettuale e una struttura politica, appunto.
Potrebbe aver senso concentrarsi con maggiore attenzione sulla pratica intellettuale di Murgia, anche per capire se e come colmare lo iato fra questa pratica e la politica collettiva.
Meglio di Socrate?
Torniamo allora al tipo di intellettuale che Murgia era, secondo Raimo. Una specialista di metodo, come dicevamo, dove questo significa una persona capace di aprire discussioni, di pronunciare la prima parola, non l’ultima.
Questo ricorda ancora Socrate: come Socrate, Murgia andava in giro a porre domande scomode, a mettere in discussione pregiudizi – sul linguaggio, sulla religione, sul genere, sul fascismo implicito.
Meglio di Socrate, Murgia lo faceva da una prospettiva che non era, né voleva essere, universale, o universalistica, ma interrogando tutti e tutte dal suo punto di partenza di donna, di sarda, di scrittrice, di “femminista senza soldi”, come dice ancora Vanessa Roghi.
Meglio di Socrate, Murgia lo faceva ovunque e con qualunque mezzo – televisione, teatro, podcast, Instagram. O forse, anche in questo caso, come Socrate, che parlava con tutti, e andava in giro ovunque, ponendo sempre e a tutti le stesse domande.
Murgia sarebbe, insomma, un intellettuale socratico, magari anche aporetico: indica domande, e non fornisce soluzioni, lasciando che le soluzioni eventualmente emergano dalla discussione.
E come nel caso di Socrate questo tipo di funzione intellettuale è molto, forse troppo, legato alla persona: “è il paradosso di ogni grande intellettuale pubblica”, dice Raimo: “più è efficace nel fare da sola ciò che richiederebbe una collettività, più rende difficile il passaggio del testimone”.
Qui, collettività può significare la struttura politica che deriva da una certa pratica intellettuale, ma anche il contesto del dialogo specifico che Murgia-Socrate intratteneva con i suoi interlocutori e le sue interlocutrici. E questa sarebbe l’eredità difficile o irripetibile di Murgia: riuscire a essere come lei, per chi non è come lei come persona, e riuscire a farlo tutti insieme, a rendere pratica politica collettiva la pratica intellettuale solitaria.
Eppure, restando un passo indietro, e rimanendo sempre al confronto con l’archetipo dell’intellettuale, cioè Socrate (confronto che vi prego di prendere con la necessaria ironia, e tenere conto di quanto dice Adriana Cavarero in Nonostante Platone, 1990, Editori Riuniti, riedito da Castelvecchi nel 2023, su tutto questo), potrebbe darsi che questo modello di pratica intellettuale sia intrinsecamente sterile, o anche dannoso, e che prenderlo sul serio, o assumerne il lascito, significhi necessariamente superarlo, e quindi abbandonarlo.
Più domande che risposte
Un indizio dell’insufficienza dell’intellettuale socratico deriva dall’ambiguità della formula stessa che lo riassume nel saggio di Raimo.
Che significa, e perché ha valore, dire la prima parola su certe questioni, aprire spazi di discussione? Perché l’intellettuale socratico serve? Ci sono due risposte possibili.
Perché le domande che pone sono nuove e, pur non indicando risposte, indirizzano verso problemi che nessuno ha ancora considerato, e la cui soluzione possibile costituisce un avanzamento intellettuale e politico.
Oppure: perché le domande che pone sono scomode, pur non essendo nuove, sono cioè domande che il potere, o il senso comune, non vuole o non sa porsi, perché teme che certe risposte siano sgradevoli o sovversive.
È evidente che Murgia non ha posto domande nuove, in senso stretto. Da questo punto di vista, l’osservazione di Roghi secondo cui “prima che la riportasse in auge Murgia la parola patriarcato si trovava usata solo per parlare della chiesa ortodossa” è iperbolica, e forse in leggera contraddizione con il tentativo che Roghi sta facendo di indicare la rete di pratiche e relazioni intellettuali da cui Murgia emerge.
Nonostante l’eclissi che la nozione di patriarcato ha avuto soprattutto nella discussione delle femministe della differenza, nel femminismo italiano degli anni Settanta il concetto era presente: basti ricordare il gruppo separatista DEMAU (Demistificazione dell’autoritarismo patriarcale) e l’influenza del libro di Kate Millett (Sexual Politics, 1970).
Può darsi che la nozione non fosse più nella discussione pubblica quando è arrivata Murgia a riportarla. Anzi, è così. Ma questa è un’operazione diversa, che consiste nel riportare a galla domande e questioni non nuove, ma scomode o neglette.
Raimo lo dice in maniera molto chiara. Murgia è “una John Austin per principianti”, dice, perché le tesi sugli effetti pragmatici del linguaggio di J.L. Austin sono la premessa delle idee di Murgia sul linguaggio d’odio, sul fascismo come metodo, sul linguaggio di genere e sulla queerness.
E Roghi riconosce il debito di Murgia nei confronti della filosofia del linguaggio ordinario di Austin (o almeno l’utilità del confronto).
E sottolineando l’importante insegnamento di Murgia sul fatto che “nominare” certe relazioni, come quelle che sussistono in una famiglia queer, “dar loro forma pubblica e politica, era un atto performativo nel senso più pieno: le cose diventano reali quando le si nomina”, Raimo commenta: “di nuovo, femminismo per principianti”.
Parlando della narrazione della Sardegna marginale come punto di partenza e di forza, in riferimento a Viaggio in Sardegna (2008), e ricordando Elogio del margine di bell hooks (su cui ritorna anche Roghi), Raimo scrive: “una bell hooks formato pop, una possibilità di usare la categoria del margine anche per i fuorisede o ragazzine provinciali che non fanno l’università”.
La vera natura della pratica di Murgia, dunque, è quella di riportare nella discussione domande scomode, rendendo fruibili i frutti di una discussione intellettuale specialistica che su queste domande, e su possibili risposte, si è già avuta, ma che fatica a diventare pubblica e condivisa, per resistenze culturali o politiche.
Ovviamente, questo non fa di Murgia semplicemente una divulgatrice (sarebbe riduttivo), né va interpretato come una supplenza.
Come Raimo puntualizza: il “senso politico di Murgia […] era invitare a studiare, non certo smettere di farlo accontentandosi di riassunti di pratiche e di saperi”.
La vera eredità di Murgia è “un modello popolare di critica intellettuale”, formula con la quale Raimo intende una critica che rifiuti la separazione fra “pubblico già formato” e pubblico non formato, la distinzione fra “sapere e vita quotidiana”, che è “uno strumento di esclusione che serve a mantenere certi discorsi lontani da certi corpi”.
Per realizzare questo modello, e non per collocare il suo brand, Murgia era ovunque – come mossa anticipatrice del fascismo pop di Steve Bannon, che allarga e invade tutte le sfere. E il tentativo non era “abbassare il livello del discorso”, ma “alzare il livello dei luoghi in cui il discorso accade”.
Per questo, allora, l’eredità che dobbiamo raccogliere da Murgia è, secondo Raimo, costruire luoghi di discussione, comunità epistemiche e politiche, dove tutto questo possa accadere.
L’eredità di Murgia è, insomma, un modello di attivismo culturale, più che un modello di intellettuale. Attivismo è, come dice Raimo, “stare nelle guerre culturali complicate, ambendo e richiedendo accessibilità”. E qui si saldano le due cose che ho distinto prima: pratica intellettuale e struttura politica.
Ma la saldatura è sottilmente fuorviante. Ovviamente, sono d’accordo sul valore innegabile di questo tipo di attivismo. E sono d’accordo sulla necessità di costruire le strutture politiche che lo rendano possibile.
Si tratta di un valore inestimabile, per la democrazia come regime dove sono possibili scelte consapevoli.
Da questo punto di vista, l’eredità di Murgia è la cura per la democrazia come sfera di discussione pubblica nell’era del fascismo pop. E si tratta di un’eredità genuinamente politica.
Eppure, non è detto che l’intellettuale, l’essere intellettuale, la vita intellettuale con tutto questo c’entrino.
O meglio: l’attivismo intellettuale, ovviamente, presuppone la pratica intellettuale (le fonti delle domande scomode), ma non si esaurisce in essa.
La funzione intellettuale
In anni vicini, ma che sembrano lontani, Umberto Eco intervenne su una guerra culturale – quella che, in occasione della prima guerra del Golfo, contrapponeva pacifisti e interventisti (sembra un’altra epoca, ma quella discussione è così simile a quelle attuali).
In quel breve saggio (Pensare la guerra, ora in Cinque scritti morali, Bompiani, 1997), Eco distingueva la categoria di “intellettuale”, che è, osservava, “qualcosa di molto sfumato”, dalla “funzione intellettuale”, che invece riteneva più chiaramente definibile.
Questa funzione, secondo Eco, “consiste nell’individuare criticamente ciò che si considera una soddisfacente approssimazione al proprio concetto di verità - e può essere svolta da chiunque, anche da un emarginato che rifletta sulla propria condizione e in qualche modo la esprima, mentre può essere tradita da uno scrittore che reagisca agli eventi in modo passionale, senza imporsi la decantazione della riflessione.
Per questo, diceva Vittorini, l’intellettuale non deve suonare il piffero alla rivoluzione. Non per sfuggire alla responsabilità di una scelta (che può fare come individuo), ma perché il momento dell’azione richiede che si eliminino le sfumature e le ambiguità (e questa è la funzione insostituibile del decision maker in ogni istituzione), mentre la funzione intellettuale consiste nello scavare le ambiguità e portarle alla luce.
Il primo dovere dell’intellettuale è criticare i propri compagni di strada (”pensare” significa svolgere il ruolo di Grillo Parlante)”.
Mi pare che in queste parole ci siano molti elementi interessanti e preziosi. Innanzitutto, la funzione intellettuale, come ricerca onesta della propria visione della verità, può essere svolta da chiunque e ovunque: non è detto che servano necessariamente contesti organizzati, né levatrici o figure carismatiche.
Si tratta di una visione forse più ottimistica di quella di Raimo e, forse, anche della stessa Murgia.
È una visione che forse avrebbe suggerito di raccontare le famiglie queer che ci sono già, e sono magari meno luccicanti di quella di Murgia, e i corpi e le morti di tanti altri – come Murgia, peraltro, in altri casi ha fatto (si veda il progetto Morgana).
Una visione forse più operaista, che ricorda il general intellect, una visione che, come farebbe Murgia secondo Raimo, non separa né distingue colti e ignoranti, né discorsi alti e bassi (e, d’altra parte, deriva da un intellettuale che ha sdoganato per primo la cultura pop e la sua rilevanza culturale).
Una visione, però, che mi pare abbia una ricaduta politica forse trascurata nella ricostruzione di Raimo e nell’autopercezione (almeno presunta) di Murgia e delle persone a lei più vicine.
Il problema culturale della nostra epoca, ciò per cui serve uno stimolo socratico, non è solo che certe domande siano scomode, perché il potere non consente di porle. È pure che la funzione intellettuale è sempre più difficile da esercitare a tutti i livelli.
C’entrano il sottofinanziamento delle università, il declino della lettura, la colossale lobotomizzazione in corso delle menti di bambini e adolescenti ad opera delle aziende che impostano il loro modello di business sui social.
Questo è un problema politico e non intellettuale. Ma è un problema che rischia di prosciugare le fonti di un attivismo come quello di Murgia. Ed è un problema che getta una luce sinistra sui tentativi di Murgia di essere ovunque usando podcast e social. Una luce sinistra e un distinto sentore del fatto che l’attivismo di Murgia potrebbe aver finito per inaridire le sue fonti.
Detto in altri termini: il punto non è solo il venir meno dei corpi intermedi, o lo “sfaldamento” e la “crisi epistemica” delle “comunità che discutono di valori”, di cui parla Raimo. Il rischio, ben più grave, è lo sfaldamento delle condizioni di possibilità della discussione sui valori.
Uno sfaldamento di cui il fascismo eterno (per ricordare un’altra categoria di Eco) e il fascismo pop sono cause e complici.
Un secondo elemento che Eco mette in luce è il fatto che la funzione intellettuale non consiste e non si esaurisce nel posizionamento. L’intellettuale può non avere nulla da dire su questioni urgenti o attuali, può fermarsi a riflettere, anzi, deve. Può essere inattuale. Può, anzi deve, insistere sulle ambiguità.
L’intellettuale è quello che pone domande nuove, e non solo vecchie domande scomode. In questo senso, può non essere specialista, e può essere solo specialista del metodo. Ma è sempre sull’orlo dello specialismo, giacché pone i limiti delle risposte possibili, e invita altri a trovarle.
Il monito inconsapevole
L’eredità di Murgia, da questo punto di vista, ha più ombre di quante Raimo e Roghi, e molti altri, hanno indicato. La sua eredità è anche un monito – inconsapevole, forse.
Il monito è quello di tenere in vita e avere cura di una trama delicata, quella della riflessione intellettuale e della ricerca della propria verità, e di evitare il pericolo di ridurre tutto a una guerra culturale.
L’avvertimento è: evitate di pensare e concentrarvi solo sulla guerra, e fate anche un po’ di manutenzione degli strumenti, delle armi – se vogliamo rimanere nella (brutta) metafora. Anche questo, in fondo, ha un valore politico – forse più alto di una battaglia culturale ben condotta.
E forse strumenti intellettuali affilati e ben tenuti garantiscono una pace duratura e una civiltà progressiva, ben più di veloci e poco durature vittorie in guerricciole culturali.
Il valore da preservare è quello delle condizioni di possibilità dell’autonomia e della civilizzazione degli esseri umani. Per farlo, si deve anche fare attenzione ai mezzi che si usano per aprire spazi, pur necessari di discussione.
Perché i fascismi passano anche per l’inaridimento delle fonti remote della critica culturale, un inaridimento talvolta silenzioso e meno percepibile, ma spesso più pericoloso, di rumorose censure o attacchi.
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Questo articolo ben scritto è ridondante nei contenuti e meglio avrebbe significato entrando nel concreto delle tematiche dí Murgia.