Michela Murgia, il metodo e il rischio dell’eccezione
Non c’è eredità senza genealogia: non si può isolare la scrittrice da chi è venuto prima, dal contesto, e neppure ridurla a personaggio per ridimensionarla
L’io che Michela Murgia ha messo in luce non era solo quello della femminista, ma della femminista senza soldi, della femminista che deve vivere facendo mille mestieri, della femminista che quando è uscita dalla necessità materiale non ha smesso di cercare spazi nuovi per dire la sua. L’intersezionalità la portava sulle spalle, nel corpo. Anche questo non andava bene, non è andato bene
Vanessa Roghi
Buongiorno a tutte e tutti,
con il saggio di Christian Raimo pubblicato su Appunti la scorsa settimana, abbiamo iniziato un percorso che vuole approfondire l’eredità culturale e politica di Michela Murgia, a tre anni dalla scomparsa.
Non soltanto per parlare delle sue idee, ma - come ha scritto Raimo - anche di un metodo, di un modo di essere intellettuale pubblico in uno spazio di discussione che è sempre più frammentato, accessibile ma anche indecifrabile, dove l’avere influenza è stato per un periodo una professione in sé (l’influencer) invece che la condizione per diffondere idee e fare battaglie.
Questa settimana scrive Vanessa Roghi, storica e scrittrice, un’altra che - come Murgia e come Raimo - usa le parole e il suo lavoro all’interno di una cornice di analisi della società e nel tentativo di trasformarla.
L’enorme successo del pezzo di Christian Raimo dimostra che questo dibattito è necessario e urgente.
Chi sente di avere titolo e voglia di partecipare a questa discussione può scrivermi ad appunti@substack.com
Grazie,
Stefano Feltri
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Vanessa Roghi è una storica, già Bodini Fellow presso l’Italian Academy della Columbia University (2020–2021), è ricercatrice indipendente, autrice di programmi di storia per Raitre e di numerose monografie. Ha scritto di droga, di scuola, di Gianni Rodari. Nel 2024 ha pubblicato per Sellerio Un libro d’oro e d’argento e ha realizzato per la Rai il podcast Archivi della follia, dedicato alla riforma psichiatrica di Franco Basaglia. Nello stesso anno ha firmato per Mondadori il saggio La parola femminista. Una storia personale e politica.
Michela Murgia, il metodo e il rischio dell’eccezione
di Vanessa Roghi
L’articolo di Christian Raimo sull’eredità di Michela Murgia individua con chiarezza un nodo cruciale: la difficoltà di trasformare una pratica intellettuale fortemente incarnata in una struttura politica, collettiva, duratura.
È un problema reale, che non riguarda solo Murgia ma la crisi più generale delle forme organizzate della politica e della cultura, e questo Raimo lo dice molto bene.
E tuttavia, proprio mentre mette a fuoco il problema, quel suo discorso rischia di riprodurre, nella forma e nella sostanza, ciò che critica.
Per diversi motivi.
Non c’era solo Murgia
Il primo: raccontare Murgia come figura che tiene insieme, da sola, il linguaggio, il femminismo, la teologia, la critica del fascismo come metodo, senza nominare la rete di pensieri, pratiche e persone che hanno lavorato negli stessi anni sugli stessi temi, e che continuano a farlo anche oggi, riunendosi, discutendo, o semplicemente avendo cambiato la propria postura nel mondo, significa ricadere in una narrazione politica che il femminismo ha messo in discussione, anche quando l’intenzione è opposta.
Non è una questione secondaria, è “la” questione di metodo che, a mio giudizio, Raimo non affronta.
Questo modo di raccontare le intellettuali pubbliche, anche gli intellettuali, è molto diffuso, ma con le donne viene più facile: come se emergessero dal nulla, o come se la rete di relazioni, letture, scambi e conflitti in cui si sono formate fosse secondaria rispetto alla loro “visibilità”.
Aspettandosi sempre di trovare qualche Scuola di Francoforte, invece che un gruppo di persone che da un certo momento in poi hanno smesso di “stare zitte”, di “non rispondere”, come era stato insegnato loro a fare.
E qui c’è il secondo punto: il margine che il pensiero femminista ci ha insegnato a guardare come politico. bell hooks, in saggi usciti tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta e poi raccolti in Elogio del margine (la prima edizione in italiano è di Feltrinelli, 1998, mentre oggi lo pubblica Tamu), ha ricordato con grande generosità e chiarezza anche alla generazione che si era dimenticata il femminismo degli anni Settanta, ovvero alla mia, come la politica non coincida solo con le forme riconosciute della rappresentanza, che Raimo ricerca nell’eredità di Murgia, ma abiti anche i gesti della vita quotidiana, quelli che tengono insieme una comunità, proteggono una soggettività, restituiscono dignità a chi ne è stata privata.
Nel saggio sulla casa come “sito di resistenza”, i gesti delle donne di famiglia, anche quelli della nonna, non sono mai riducibili a un folklore affettivo o a una semplice scena privata: sono lavoro simbolico, custodia del sé, opposizione concreta alla disumanizzazione.
E quando, in Tutto sull’amore (trad. it. Feltrinelli 2003, oggi Il Saggiatore), hooks scrive che non può esserci amore senza giustizia e che tutte le sfere della vita, dalla famiglia al lavoro, dai rapporti alla politica, dovrebbero essere attraversate da un’etica dell’amore, ci obbliga a riconoscere che esistono atti non quantificabili, pratiche non immediatamente classificabili, forme di trasformazione che non entrano nei repertori canonici della politica, ma che senza dubbio fanno politica.
È in questo spazio politico che si collocano libri come Il mondo deve sapere (Isbn, 2006), che trasforma un’esperienza di lavoro precario in una voce immediatamente condivisibile, e soprattutto Ave Mary (Einaudi, 2011), che attraverso la lingua, la religione, il corpo e l’educazione sentimentale mostra quanto profondamente il potere modelli le relazioni fra uomini e donne nella quotidianità.
Il senso e i fatti
Una delle intuizioni più importanti attribuite a Murgia riguarda il linguaggio: le parole non descrivono soltanto la realtà, la producono.
Raimo lo ricorda citando John L. Austin e il suo Come fare cose con le parole (Marietti, 1987, oggi in una nuova edizione con un saggio di Vera Gheno).
Austin nella sua teoria degli atti linguistici elabora un pensiero che va oltre la tesi generale sul potere costruttivo del linguaggio, e forse, in questa circostanza, il riferimento non è del tutto centrato. Eppure, l’analogia resta utile.
Se prendiamo sul serio il presupposto che le parole producano non solo senso, ma anche “fatti”, questo stesso presupposto dobbiamo applicarlo anche alla scrittura critica.
Non citare, non mettere in relazione, non costruire genealogie, produce infatti non solo senso ma, ancora una volta, un fatto.
Ancora ricordo, da studentessa di storia, l’emozione di trovare in Soggetto nomade di Rosi Braidotti (Donzelli, 1995) il ringraziamento a diverse amiche che le hanno ispirato il pensiero che stava riportando (e ringrazio a mia volta Agnese Bai per avermi aiutata a verificare l’attendibilità di questo ricordo).
Ho capito, confusamente ma fin da allora, che anche l’apparato critico deve essere un modo di costruire legami, non solo di ribadire autorità.
Mi riusciva difficile farlo allora, adesso non più, anche grazie alla lettura del saggio del 1997, di Adriana Cavarero Tu che mi guardi, tu che mi racconti (Feltrinelli): un libro decisivo per pensare il nesso fra soggettività, relazione e narrazione.
Ripeto: io l’avrei letto solo molti anni dopo, ma i testi, le pratiche su cui lavorare c’erano già alla fine del secolo e al volgere di quello nuovo, a volerle vedere.
Se la scrittura critica non è mai neutra, e se anche il citare o il non citare produce effetti reali, allora lo stesso vale per la prima persona. Quando Murgia dice io non parla solo per sé, ma neppure pretende di parlare per tutti.
È un io situato, che non si maschera da universale e che proprio per questo rende possibile un noi non astratto, non neutro, non maschile.
Lo mostrano bene i suoi confronti pubblici come quando, rispondendo a Corrado Augias che le chiede perché presentasse quasi solo libri di donne, ribalta la domanda e dice: «Ho notato che lei presenta quasi sempre libri di scrittori uomini, è una scelta precisa?». Un episodio che chiunque l’abbia visto non può dimenticarlo. Che ha cambiato il modo di guardare a certi spazi culturali una volta per tutte.
Il rovesciamento del punto di vista auspicato da Virginia Woolf in avanti, in senso pieno, una pratica femminista.
Uno dei libri di Michela Murgia che amo di più è Noi siamo tempesta (Salani, 2018). Il libro è una raccolta di storie collettive, tutte vere, tutte inventate, come scrive lei nell’introduzione, perché «perché quasi nessuno le racconta, come non fosse importante tramandarci le storie che ci hanno visti protagonisti insieme, senza eroi a cui dare il compito di essere migliori di noi».
Si va dall’opera performativa di Maria Lai, Legarsi alla montagna (Ulassai, 1981), in cui l’artista sarda ha fisicamente legato con un nastro celeste le case del suo paese alla montagna, dopo un anno e mezzo di trattative con chi non si parlava da anni, fino alla nascita di Wikipedia, progetto di enciclopedia universale e collettiva.
La conoscenza, ci dice Murgia, è un bene collettivo, non si produce da soli. Non si può parlare di lei senza ricordarlo.
Del resto, l’elenco delle persone con cui Murgia ha fatto cose è lunghissimo e non serve qui ripercorrerlo mi limito a ricordare la teologa Marinella Perroni, la cui postfazione chiude God save the queer (Einaudi, 2022).
Il rapporto con, e più in generale il riconoscimento da parte di una importante tradizione di teologhe femministe, sta lì a dimostrare che esiste una comunità di pratiche e di pensiero senza la quale la stessa forza di Murgia finirebbe per essere fraintesa come eccezione individuale, invece che compresa come nodo vivissimo di una genealogia.
E tuttavia una genealogia non si lascia vedere soltanto dove ci sono relazioni dirette, collaborazioni. Esiste anche in forme più laterali, ma non meno reali: nelle contiguità, nelle risonanze, nei modi affini di spostare lo sguardo.
A tal proposito voglio ricordare Angela Azzaro, anche lei recentemente scomparsa. Giornalista femminista, già caporedattrice di Liberazione è lei che, con l’inserto culturale Queer, riporta questa parola al centro del lessico della sinistra fin dai primi anni 2000.
Come vicedirettrice del Riformista e de Il Dubbio, poi all’Huffington Post, Azzaro ha contribuito in modo significativo alla discussione sul linguaggio e sulla rappresentazione delle donne e dei corpi non conformi, come testimoniano tutti gli articoli, gli interventi pubblici che ci ha lasciato, e il suo Nuove tecniche di rivolta (Fandango Libri, 2013).
Ricordarla non è un omaggio formale: è parte di quel metodo a cui credo si debba sempre guardare. Riportare luce sui temi, sulle battaglie, sulla pluralità dei soggetti e non sulle singole persone.
Oltre l’icona
Per capire, in negativo, i rischi di un’operazione di isolamento della figura di Murgia mi sembra molto utile il saggio di Andrea Minuz Egemonia senza cultura (Silvio Berlusconi Editore (sic), 2026).
Minuz iscrive Murgia nella categoria dello «scrittore-brand», del personal branding militante.
Scrive che i libri di Murgia «si possono tranquillamente ignorare», che il wokismo «all’italiana e glocal, con la queer family e la Sardegna misterica e antica» sarebbe stato per lei materiale di costruzione identitaria e strategia editoriale.
Ovviamente il suo saggio è l’opposto speculare di quello di Raimo: invece di isolare Murgia per metterne in luce l’eccezionalità, Minuz la isola per ridurla a sintomo di tutto quello che detesta (e che non capisce).
Ma in entrambi i casi, mi pare, la rete scompare, scompaiono le pratiche collettive, scompaiono le altre voci.
Rimane un’icona, da celebrare o demolire. Ma un’icona non produce pratica: si venera o si demolisce, e in nessuno dei due casi diventa altro.
Agire collettivamente, lo ripeto, significa anche questo: scrivere testi che mettano in relazione, che aprano connessioni, che redistribuiscano il senso.
Io su questo ci ho ragionato spesso, avendo cercato in molti miei studi di raccontare quanto figure come don Lorenzo Milani, Mario Lodi o Franco Basaglia fossero al centro di ragnatele di rapporti, anche quando questi rapporti non venivano esplicitati da loro stessi (come scriveva Michele Ranchetti don Milani non citava mai nessuno) o da chi poi li ha studiati, facendone talvolta dei santini. La storia di un’intellettuale è sempre una storia collettiva.
La questione allora non è se Murgia sia stata una figura straordinaria, lo è stata. E nemmeno cosa ci ha lasciato, che quello è visibile ogni volta che apriamo un suo libro o ci scopriamo a pensare attraverso le sue parole.
Prima che la riportasse in auge Murgia la parola patriarcato la si trovava usata solo per parlare della chiesa ortodossa; e come hanno messo bene in chiaro Michela Murgia e Loredana Lipperini in L’ho uccisa perché l’amavo (Falso!) (Laterza, 2013), usare la parola femminicidio ha prodotto effetti ben più duraturi di “una struttura collettiva permanente”.
Dove comincia il processo che porta alla morte delle donne, si chiedeva Murgia? Una domanda che abbiamo imparato a farci.
La questione oggi è, dunque, come la ricordiamo. Ricordatemi come vi pare, ha lasciato scritto. Ok.
Ma a nessuno verrebbe in mente di dire che l’eredità di Franco Fortini è problematica perché non si è tradotta in una struttura collettiva permanente. Perché con Murgia ci sentiamo legittimati a farlo? Riflettiamo su questo.
Anche Avvenire quando è morta, ha scritto che Murgia è stata «l’icona di un’antropologia centrata sulla volontà personale, ispirata a una libertà di scelta insindacabile e a un’autodeterminazione assoluta».
Non vedeva chi ha scritto l’articolo che la libertà di scelta insindacabile è necessaria come l’aria che respiriamo perché senza un io non umiliato, non può esistere un noi.
L’io che Michela Murgia ha messo in luce non era solo quello della femminista, ma della femminista senza soldi, della femminista che deve vivere facendo mille mestieri, della femminista che quando è uscita dalla necessità materiale non ha smesso di cercare spazi nuovi per dire la sua.
L’intersezionalità la portava sulle spalle, nel corpo. Anche questo non andava bene, non è andato bene.
Dalle intellettuali ci si aspetta compostezza voce bassa, buon carattere se soprattutto vengono da famiglie di persone non laureate.
Ci si aspetta l’italiano, non il sardo.
Perché continua a pesare sulle donne che decidono di deviare dal canone e di farlo a modo loro, dove vogliono, loro, magari anche perché devono sopravvivere, pesa, dicevo un pregiudizio, uno sguardo che le vorrebbe più composte, meno rumorose, più ossequiose verso un canone stabilito altrove. Più politiche. Meno politiche.
Liberarsi dalle aspettative su come avrebbe dovuto essere, cosa avrebbe dovuto fare Michela Murgia è, ancora oggi, evidentemente la cosa più difficile da fare.
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Grazie 🙏 un contributo prezioso
Penso che entrambi i saggi siano preziosi e la lettura mi ha fornito moltissimi spunti di riflessione. Istintivamente mi trovo d'accordo con Vanessa Roghi sull'indissolubilità tra eredità e genealogia, ma penso che pure Raimo abbia individuato con molta lucidità alcuni snodi importanti. Io credo che Murgia sia stata l'intellettuale italiana più importante dopo Pasolini e che un compito molto importante per chi resta sia quello di difenderla dalla ridda di interpretazioni e coinvolgimenti che fatalmente, alla fine, annacquano una voce che si è spenta e non può replicare. Questi due saggi contribuiscono a tenerla con noi restituendone la straordinaria unicità. Grazie.