Faceva sempre più caldo
Le scelte democratiche sui nostri futuri climatici hanno bisogno di modelli per sapere cosa è probabile e di storie per sentire cosa c’è davvero in gioco - Una lista di letture (58.000 battute)
La narrativa climatica migliore impedisce che la responsabilità universale diventi alibi per l’inerzia sistemica, e che la critica sistemica dimentichi la fragilità della condizione umana nel tempo. Anche questa mediazione è modellizzazione culturale: decidere chi è il soggetto della storia climatica è proprio la più politica delle operazioni narrative
Christian Raimo
“Faceva sempre più caldo”, questo è l’incipit de Il ministero per il futuro, il romanzo di Kim Stanley Robinson, che è forse la più paradigmatica opera letteraria sul cambiamento climatico. Ogni romanzo ambientato ai giorni più o meno nostri oggi potrebbe cominciare così.
Sulla copertina però c’è un’avvertenza quasi edificante: “Un romanzo che racconta la travolgente visione di come si potrebbe superare insieme la più grande sfida di tutti i tempi”.
Ma è così? Un romanzo ci può illuminare sul mondo e addirittura aiutarci a salvarlo?
In questi giorni fa davvero così caldo che non riusciamo nemmeno a ragionare, a immaginare e leggere. Chissà se un romanzo…
Questa fatica, questa perdita cognitiva del resto non è una sorpresa ormai: si tratta proprio di un tema gigantesco a sé, quello del dibattito intorno al racconto del clima, al negazionismo del cambiamento climatico, alla cosiddetta cli-fi, la climate fiction, e alle varie forme di sensibilizzazione vs rimozione della percezione di un fenomeno a volte talmente complesso che alcuni dicono somigli a un iperoggetto, a qualcosa che va oltre appunto la dimensione fenomenica.
Sappiamo tutto, troppo
Il paradosso preliminare di questa relazione alterata con la realtà (sentiamo un caldo irreale, ma non riusciamo a concepire qualcosa come il cambiamento climatico) è che nessuna generazione umana ha mai saputo così tanto sul proprio futuro.





