Substack, il giornalismo e il controllo del potere
Non tutti i giornali sono spacciati e non tutta l’informazione può diventare newsletter, ma un’epoca è finita
Stefano Feltri ha certamente ragione a essere orgoglioso del successo di Appunti, e a sottolineare che il modello di business dei giornali tradizionali è ormai defunto. Ma il futuro è più complicato, e più pericoloso di quello che lui descrive
Enrico Pedemonte
Ha ragione Stefano Feltri quando scrive che le newsletter sono i nuovi giornali, mentre quelli tradizionali (cartacei e online) sono merce obsoleta. Nel 2010, quando scrissi Morte e resurrezione dei giornali (Garzanti) era già chiaro che i giornali come li avevamo conosciuti fino ad allora erano spacciati. Ma si tratta di una constatazione che non coglie fino in fondo i problemi che questo comporta.
Ragionando sul destino dei giornali tradizionali vorrei introdurre tre emendamenti al ragionamento di Feltri.
1. Chi sopravvive
Il primo emendamento – il più banale – è costituito dal fatto che non tutti i giornali tradizionali sono destinati al macero. Alcune testate di qualità, a livello internazionale, sembrano avere un futuro, almeno nel medio termine.
Il New York Times, il Wall Street Journal e il Guardian – per fare gli esempi più ovvii - resisteranno ancora per molto tempo alle intemperie del mercato editoriale.
Il New York Times ha ormai superato i 12,5 milioni di abbonati alla sua edizione digitale e punta ai 15 milioni entro fine 2027. Il WSJ ha oltre 4,3 milioni di abbonati online e punta a un miliardo di dollari di profitti entro cinque anni (nel 2025 ha superato il mezzo miliardo). Il Guardian, che non ha abbonati, ha 1,3 milioni di sostenitori (la metà fuori dal Regno Unito) che l’ultimo anno hanno donato 125 milioni di sterline.
Per ora questi giornali sono riservati a un pubblico internazionale che parla inglese, ma presto – grazie alla progressiva ubiquità dei sistemi di traduzione automatica – il loro mercato è destinato ad allargarsi notevolmente.
Questo farà sì che un numero crescente di lettori di fascia alta si affiderà a testate internazionali, contribuendo a un ulteriore svuotamento di molti mercati nazionali.
Il giornalismo di qualità ha costi elevati, sempre meno sostenibili dai giornali non di lingua inglese. Per restare al caso italiano, già nel luglio 1969 Umberto Eco (sull’Espresso Colore, quando l’Espresso era in formato “lenzuolo”) lodava il giornalismo anglosassone come “il punto massimo nello sforzo di obiettività” e definiva i giornali italiani – non solo quelli di destra – “strumenti autoritari di repressione” e li paragonava a “bollettini di gruppi di potere che fanno un discorso ad altri gruppi di potere”.
Dunque, verrebbe da gioire quando Feltri definisce Substack “il presente del giornalismo italiano” e definisce “i quotidiani e i media tradizionali, anche online” come una reliquia del passato.
Tra l’altro, questa dichiarazione di morte sembra confermata dai dati di mercato: una ventina d’anni fa i quotidiani italiani vendevano più di sei milioni di copie al giorno, certo un numero ridicolo se confrontato con gli altri paesi avanzati, ma comunque rilevante rispetto alle 837 mila del 2025 (più circa 300 mila abbonamenti digitali in varia forma), soprattutto se si pensa che da anni questa cifra diminuisce in modo costante del 7 per cento all’anno.
Come fa notare Lelio Simi, questa percentuale è identica per tutti i quotidiani (solo il Corriere della Sera cala un po’ meno).
Ragionando su questi dati e sul fatto che non c’è praticamente passaggio di lettori da una testata all’altra, si può ragionevolmente sostenere che ogni anno il calo delle vendite sia dovuto ai clienti anziani che muoiono, una constatazione lugubre per il futuro del settore.
2. Venduti e comprati
Ma qui arriva il secondo emendamento. Perché per molti giornali italiani il destino non è la chiusura (come accadrebbe in qualunque altro settore merceologico in crisi), ma l’acquisto da parte di editori che usano queste testate per i propri scopi.
Un esempio plateale è fornito dal Secolo XIX di Genova, il giornale dove cominciai la mia carriera di giornalista. Il Secolo, nei primi anni Ottanta, vendeva circa 150 mila copie e aveva circa 140 giornalisti, rispettando la regola aurea che prevedeva un giornalista ogni mille copie vendute.
Oggi il Secolo vende meno di 20 mila copie. Come fa a stare in piedi? Semplice: è stato acquistato da Blue Media S.r.l., interamente controllata da una holding svizzera (Multi Investment Holding SA) del Gruppo MSC di Gianluigi Aponte.
MSC è una delle aziende più importanti del mondo nel settore marittimo (container e navi da crociera) e vanta un fatturato di 72,5 miliardi di euro.
Per un simile colosso i pochi milioni di perdita annua del Secolo XIX sono solo spiccioli, un prezzo da pagare per controllare la testata più importante di una città che ospita il primo porto italiano e uno dei maggiori del Mediterraneo.
Quello del Secolo XIX è solo un esempio tra moltissimi. La rete dei giornali locali del Gruppo Espresso è stata smembrata dal Gruppo Gedi e venduta a imprenditori “interessati”; i sei giornali del Veneto e del Friuli sono passati a Nord Est Multimedia, una cordata di imprenditori locali; mentre quelli del Centro-Sud sono stati acquisiti da Alberto Leonardis, un imprenditore abruzzese che controlla il Gruppo SAE e non sembra dare molte garanzie sul piano dell’indipendenza editoriale.
Ci sono esempi più illustri: il Washington Post, finito nelle mani di Jeff Bezos, proprietario di Amazon, che ha già tagliato un terzo dei giornalisti; e il Los Angeles Times, giornale tradizionalmente progressista, acquistato dal miliardario Patrick Soon-Shiong che ha impedito al direttore di fare l’endorsement a Kamala Harris.
3. Chi trova le notizie?
L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma mi fermo qui perché questo mi permette di introdurre il terzo emendamento che ha a che fare con gli obiettivi del buon giornalismo: esercitare il controllo del potere attraverso la ricerca delle notizie, un ruolo che giornali comprati da acquirenti con conflitti di interessi non possono più esercitare.
Questo ruolo può essere svolto dalle newsletter sorte su Substack? Non credo, almeno per ora.
Le nuove esperienze di giornalismo online non hanno risolto questo problema. Il Post e tutte le meritorie iniziative su Substack sono uno strumento ormai indispensabile per capire il mondo, ma si basano quasi sempre su informazioni pubblicate (e spesso trovate) da altri.
Negli Stati Uniti negli ultimi vent’anni sono morti oltre 3500 giornali e continuano a morire al ritmo di due alla settimana. Questo significa che a livello locale, in un numero crescente di aree geografiche, il territorio è sguarnito di giornalisti che scavano sulle attività dei politici, delle amministrazioni pubbliche, della magistratura, delle aziende…
Quando i giornali vengono tenuti in vita, chi si accolla i costi del deficit lo fa per tutelare i propri interessi e non quelli di un’informazione trasparente.
È un problema ben noto da anni. Negli anni Dieci – quando scrissi Morte e resurrezione dei giornali – io e altri confidavamo nel proliferare di iniziative di giornalismo “iperlocale” finanziate da gruppi di cittadini consapevoli che era necessario sostenere piccole redazioni per esercitare una funzione di controllo sul potere.
Questo presupponeva la crescita di uno spirito civico di collettività preoccupate per l’indebolirsi del giornalismo tradizionale. Ma questa speranza è per ora risultata vana.
Questo ha un impatto devastante sulla società.
L’Economist, il 5 febbraio, ha pubblicato un’inchiesta che vale la pena di citare. Il settimanale britannico ha analizzato i dati raccolti su circa 180 paesi, negli ultimi 80 anni, dalla svedese V-Dem.
Analizzando questi dati, L’Economist ha riscontrato una relazione diretta “tra l’indebolimento dei media e l’aumento della corruzione”. Scrive: “I politici che vogliono derubare il pubblico hanno un incentivo a imbavagliare la stampa. Più la imbavagliano, più diventa facile rubare”.
All’indebolimento della stampa – scrive l’Economist - corrisponde un aumento della corruzione, un processo graduale che cresce nel corso degli anni.
Niente di nuovo. Nel mio libro del 2010 citavo un Rapporto OCSE (The Evolution of News and the Internet) che definiva la pubblicazione di notizie un “bene quasi-pubblico” che non poteva essere lasciato in balia del libero mercato.
Diceva quel rapporto: «Secondo numerose ricerche, in molti paesi è stata rilevata una forte correlazione positiva tra il livello di libertà di stampa e la diminuzione della corruzione».
Lo scopo del giornalismo
Quella innescata da Feltri è una discussione che va avanti da oltre un secolo, fin da quando il giornalista Walter Lippmann e il filosofo John Dewey dibattevano sulla necessità di mettere in piedi giornali prestigiosi che fossero le fondamenta di una società democratica.
Lippmann sosteneva che il ruolo decisivo della stampa era quello del controllo del potere in tutte le sue articolazioni e poneva al centro la figura del giornalista-vestale, esente da emozioni e partigianerie, che pubblicava notizie scomode.
Di diverso avviso John Dewey, secondo cui il ruolo fondamentale dei giornali era stimolare una conversazione con i cittadini-lettori.
Oggi è il giornale-Substack a interpretare la funzione immaginata da Dewey. Ma la prima parte, quella della raccolta delle notizie, è ancora largamente sulle spalle dei pur obsoleti giornali tradizionali.
Feltri ha certamente ragione a essere orgoglioso del successo di Appunti, e a sottolineare che il modello di business dei giornali tradizionali è ormai defunto. Ma il futuro è più complicato, e più pericoloso di quello che lui descrive.
L’obiettivo di lungo termine resta quello di sempre: creare organizzazioni (che nel mondo di oggi potrebbero avere una struttura reticolare) in grado di raccogliere notizie per esercitare fino in fondo lo scopo fondamentale del giornalismo, che rimane il controllo del potere.
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In realtà il Post ha già iniziato a lavorare su inchieste indipendenti, come pure Appunti. Credo che la strada indicata da Feltri sia più chiara di quel che appare
Cosa rimane oggi per esprimere e formarsi un parere? Non più i partiti di cooptati non più i giornaloni di oggi, se non si hanno cultura e disponibilità di tempo e risorse si spiega il non voto e l'abbonaccare ai condoni .....