Informare e far comprendere
I nuovi formati come le newsletter si confrontano con la doppia natura del giornalismo: rivelare i fatti e offrirne una interpretazione
Le newsletter, così come i podcast, danno per scontato che chi vi si approccia già conosca per grandi linee di cosa si sta parlando, per cui possono concentrarsi sugli approfondimenti, conducendo inchieste oppure affidandosi direttamente a chi è particolarmente competente in quella specifica materia. Ma questo tipo di giornalismo, assolutamente benemerito, copre quasi esclusivamente uno dei due aspetti del giornalismo prima ricordati – far comprendere le cose – lasciando in buona sostanza scoperto l’altro: informare
Carlo Sorrentino
Il dibattito su newsletter e giornalismo
L’intervento di Stefano Feltri su come le newsletter rappresentino una delle più interessanti novità del mondo giornalistico, la perplessa replica di Enrico Pedemonte e le osservazioni sulla difficile distinzione fra vero e verosimile di Andrea Pennacchioli mettono l’accento sulle due principali funzioni del giornalismo:
1) far conoscere i fatti
2) spiegarli per farli comprendere.
Le osservazioni di Feltri sul successo delle newsletter si concentrano maggiormente sul secondo aspetto – comprendere le cose – mentre Pedemonte e Pennacchioli appaiono più interessati al primo. Ma il giornalismo è da sempre entrambe le cose.
L’opinione pubblica si costruisce informando sui fatti e fornendo possibili interpretazioni sul loro significato e sulle possibili ricadute.
Negli ultimi due secoli, ma in realtà si potrebbe tornare indietro addirittura al XV secolo con la nascita degli avvisi pubblici che sostituirono la corrispondenza privata fra mercanti e banchieri, il giornalismo ha il compito di mettere in ordine una realtà che diventa sempre più articolata e complessa, permettendo agli individui di avere una base condivisa di fatti ritenuti d’interesse pubblico.
Lo ha svolto definendo delle procedure: la sistematicità nella raccolta delle informazioni, la precisa periodicità nella loro pubblicazione, la costruzione di una rete di corrispondenti, l’attenta analisi della credibilità delle singole fonti da cui si attingono le notizie, la selezione e poi la gerarchizzazione delle informazioni.
Poi, acquisendo progressivamente legittimazione: il ricorso all’obiettività dell’informazione, quello alla completezza della stessa e via discorrendo. Tutto questo ha reso necessario dei principi organizzativi che possiamo riassumere nella nascita e nello sviluppo delle redazioni.
In questi due secoli il giornalismo si è evoluto parallelamente all’introduzione di tecnologie che hanno velocizzato gli scambi informativi e fatto diventare l’informazione un importante comparto industriale; ma nella sostanza i principi ispiratori non sono cambiati né con la nascita della radio, né con quella della televisione.
Ovviamente, in questi due secoli ha inciso moltissimo sul tipo di giornalismo prodotto chi pagava – direttamente o indirettamente - i costi per produrre i contenuti giornalistici.
Anche in questo caso siamo costretti a sintetizzare al massimo: la politica e/o il mercato.
La politica nel giornalismo
Paradigmatico il caso italiano. Buona parte dei quotidiani ancora oggi in edicola sono nati intorno al 1860 per volontà di notabili ispirati dagli ideali risorgimentali: quindi un obiettivo politico.
Ma anche nei circa 130 anni successivi la storia del giornalismo italiano è stata caratterizzata da quelli che furono chiamati “editori impuri”, perché erano poco interessati a fare profitti quanto inclini a contrattare con il potere politico.
Una storia che si è attenuata nel tempo ma non del tutto spenta, come conferma l’osservazione di Pedemonte sul quotidiano genovese Il Secolo XIX acquistato da uno dei più importanti armatori esistenti, evidentemente interessato alle politiche della città con il principale porto europeo.
Superfluo osservare la presenza della politica nella gestione della RAI.
Tuttavia, anche in Italia – sebbene tardivamente - la politica è stata affiancata dal mercato, quando i due clienti del giornalismo sono cresciuti: il pubblico e gli utenti pubblicitari.
E’ questo il motivo per cui negli ultimi 50 anni sono nati gruppi editoriali che hanno concentrato le loro attività in questo campo. Da Mediaset dei Berlusconi, per la TV, all’attuale proprietà della RCS, per passare dall’emblematica storia de La Repubblica, oppure dal progressivo concentrarsi su questo settore di altri gruppi imprenditoriali, come – ad esempio – la Monrif della famiglia Riffeser, proprietaria fino a qualche mese fa di alcuni dei principali quotidiani italiani: Il Giorno, Il Resto del Carlino e La Nazione.
Ma ormai da qualche anno il rapporto fra l’informazione, la politica e il mercato è totalmente cambiato e la causa è una soltanto: l’avvento del digitale.
Iniziamo dal mercato. Gli investimenti pubblicitari si sono spostati dai produttori delle informazioni (i gruppi editoriali grazie al lavoro dei giornalisti) ai distributori: le poche piattaforme attraverso le quali ormai tutti noi acquisiamo le informazioni. Tali piattaforme sono in grado di profilare meglio gli utenti rendendo più efficaci e remunerative per gli investitori le risorse impiegate in pubblicità.
Oltre l’80 per cento del mercato mondiale finisce nelle mani delle 5 Big tech che dominano questo campo. La recente esplosione dell’AI renderà ancora più solida la posizione di queste aziende e di poche altre.
Dall’altra parte, l’enorme quantità di informazioni che possiamo acquisire gratuitamente ha reso il pubblico dei fruitori molto più restio a spendere per le notizie.
Ormai, quasi pretendiamo che siano gratuite. E come ben si sa, quasi sempre la gratuità porta alla progressiva svalutazione e banalizzazione del prodotto.
Ma l’avvento del digitale ha modificato anche i rapporti con la politica e, più in generale, con tutte le fonti, ormai in grado di accedere direttamente ai loro pubblici, a cui far arrivare le informazioni che vogliono.
Dopo i giornalisti
I giornalisti non sono più gli esclusivi titolari nel trasporto di una notizia da una fonte al pubblico. Hanno perso il controllo totale di questo processo che ha garantito per circa due secoli il loro status e la loro centralità.
Quello che il sociologo francese Pierre Bourdieu chiamava il “campo giornalistico” è ormai abitato da una gran quantità di figure.
Se ci limitiamo al solo mondo della politica, sappiamo bene come, ormai, le principali decisioni politiche siano comunicate direttamente dai decisori tramite i loro profili personali o istituzionali, grazie all’aiuto di social media manager, spin doctor e tanti altri professionisti (o supposti tali) di comunicazione.
Se il rapporto con la politica e con il mercato muta completamente è del tutto naturale che il mondo dell’informazione esca completamente trasformato.
E’ con questi cambiamenti che il giornalismo mainstream fa ancora difficoltà a confrontarsi. Se si sfogliano i giornali e si consultano i loro siti, oppure si segue un TG, si può constatare come molte delle notizie che forniscono, soprattutto nel primo sfoglio, già si conoscano.
Sono talmente tante e varie le modalità di accesso alle informazioni che non sapremmo dire nemmeno da dove le abbiamo acquisite. Ma le abbiamo acquisite.
Eppure, il mito della completezza è ormai così profondamente radicato nella cultura professionale - soprattutto di chi decide cosa pubblicare - che si fa fatica a estirparlo.
Qui ha ragione Feltri. Le newsletter, così come i podcast o altre forme giornalistiche di particolare successo, hanno gioco più facile, perché danno per scontato che chi vi si approccia già conosca per grandi linee di cosa si sta parlando, per cui possono concentrarsi sugli approfondimenti, conducendo inchieste oppure affidandosi direttamente a chi è particolarmente competente in quella specifica materia.
Ma ha ragione anche Pedemonte quando constata che questo tipo di giornalismo, assolutamente benemerito, copre quasi esclusivamente uno dei due aspetti del giornalismo prima ricordati – far comprendere le cose – lasciando in buona sostanza scoperto l’altro: informare.
Allora, la domanda da porsi è: chi informa oggi? Certamente, continua a farlo - e spesso anche molto bene - il giornalismo mainstream, ma affiancato da tanti altri canali, spesso attraverso le piattaforme di distribuzione di cui si è detto.
Quando chiedo a qualsiasi mio interlocutore come si informa, mi risponde tramite Instagram, YouTube o Tik Tok; quando gli faccio notare che mi ha indicato dei canali d’informazione e non testate o soggetti che producono informazioni, resta un po’ smarrito e confessa che spesso ignora la fonte che realmente ha prodotto l’informazione.
Con Google e ora tramite l’AI il rapporto con i reali produttori delle informazioni diventa ancora più indiretto e sbiadito.
Questo è uno dei punti più critici del nostro attuale rapporto con l’informazione, stiamo attenuando la nostra capacità di riconoscere il processo di mediazione e di valutarne l’affidabilità. Anche perché, come già accennato, ci si limita alla superficialità delle news gratuite.
Certamente, come ricorda Pedemonte, spesso tali informazioni sono prodotte da testate giornalistiche di assoluta reputazione, ma questo lavoro diventa più oscuro agli occhi dei fruitori, ragion per cui si indebolisce la capacità di costruire un rapporto solido di fiducia con tali interlocutori.
Si rischia che l’uno valga l’altro, con una conseguente e crescente frammentazione informativa, che favorisce il processo di polarizzazione, di certo non inventato dagli algoritmi, ma da questi fortemente rafforzato.
Sicuramente non mancano testate che hanno mantenuto grande affidabilità, coniugandola con un buon successo. Ma quando si arriva a questo punto gli esempi che tutti facciamo sono sempre gli stessi: il New York Times, The Guardian, la tenuta (sebbene al ribasso) del Corriere della Sera e poco altro.
E’ del tutto ipotizzabile, quindi, che nel prossimo futuro assisteremo a una netta riduzione del numero di testate giornalistiche che producono informazioni.
Ma il probabile e preoccupante contenimento potrebbe essere attenuato da un doppio processo, di fatto già in atto, come si evince dalle osservazioni di Feltri.
Da un lato, l’ingresso nel campo dell’informazione di uno straordinario numero di fonti, che – senza dubbio – sono portatrici di propri interessi e non perseguono l’obiettivo giornalistico della terzietà nella verifica dei fatti, ma comunque arricchiscono lo spettro dei punti di vista e delle possibili letture su ogni evento e su ogni fenomeno sociale.
Dall’altro lato, e come conseguenza di quanto appena detto, assistiamo allo spostamento del lavoro giornalistico su di un secondo livello di verifica, dove si valuta non soltanto quanto può essere pubblicato, ma la correttezza e la completezza di quanto è stato già pubblicato.
Facciamo riferimento sia al lavoro di fact-checking e debunking, ormai compiuto da tanti differenti soggetti, non sempre catalogabili come giornalisti, ma non per questo meno affidabili; sia alle tante e nuove forme di approfondimenti, inchieste, analisi che troviamo nei nuovi formati giornalistici descritti da Feltri.
Possiamo soffermarci proprio sul lavoro da lui compiuto con Appunti per far comprendere meglio quanto stiamo dicendo.
Da un lato, offre lo spazio a personalità che hanno acquisito una riconosciuta competenza nel campo trattato. Dall’altro lato, analizza la correttezza di dichiarazioni e posizioni espresse dai protagonisti degli eventi, per poi esprimere le proprie valutazioni e interpretazioni, assolvendo quella funzione di “far comprendere” propria del giornalismo.
Casomai, ricorrendo alle potenzialità dell’AI, ma dichiarandone le modalità d’uso, come - ad esempio - ha fatto ricostruendo accuratamente l’annoso e complesso caso Garlasco.
Insomma, il futuro del giornalismo si inizia a delineare sotto i nostri occhi, anche se restano molte incertezze e altrettanti insuccessi e chiusure.
Il bisogno di informazione
Di certo, non potremo fare a meno d’informarci, perché rimane una conditio sine qua non del vivere in società, del costruire relazioni sociali. Tuttavia, ogni individuo dovrà compiere un doppio sforzo. Innanzitutto, comprendere come in un mondo così affollato di informazioni in circolazione ognuno debba svolgere un lavoro di gatekeeping, diventando un selezionatore di prima istanza nel mare magnum delle news.
In secondo luogo, affidarsi ancora alla mediazione professionale di un giornalismo che cambia pelle ma non muta alcuni principi di base: reputazione costruita su un’attenta verifica dei fatti, onestà intellettuale e capacità di comprendere la realtà.
Come ogni professione che si rispetti, questa attività va retribuita; quindi, bisognerà convincersi che – come per tutti gli altri campi – la qualità non può essere gratuita.
Certamente, una prima forma di retribuzione dovrebbe provenire da una profonda modifica dell’attuale mercato oligopolistico degli investimenti pubblicitari, che avvantaggia soltanto pochissimi distributori.
A essa va aggiunto l’impegno dei fruitori a riconoscere il valore della mediazione giornalistica, che a sua volta deve distinguersi dalle tante news superficiali quanto non false e distorte che girano in rete, sfuggendo alla tentazione di solleticare l’interesse epidermico del pubblico attraverso le scorciatoie delle soft news e di un’informazione gridata, basata sulle contrapposizioni, le radicalizzazioni e la partigianeria.
Carlo Sorrentino è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Firenze e dirige la rivista Problemi dell’informazione.
Il suo ultimo libro è Il giornalismo ha un futuro. Perché sta cambiando, come va ripensato, pubblicato dal Mulino nel 2025.
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