Il Libano degli altri
IN LIBANO CON GRETA CRISTINI - Viaggio tra cristiani, sciiti, sunniti e palestinesi, nelle fratture di un Paese che finisce sempre sotto tutela straniera - Foto di Pierluigi Giorgi
Ci sono stata dentro il campo profughi di Shatila. È un passaggio dovuto ma, pure questo, complicato: accedervi senza un locale che conosca le vie di fuga giuste — quelle percorribili e fotografabili e quelle invece da evitare — significa, nel migliore dei casi, essere derubati, nel peggiore, finire in mezzo a una sparatoria
Greta Cristini
Le altre puntate del viaggio di Greta Cristini
Dopo l’immersione nella cultura geopolitica della comunità sciita del Libano, durante l’ultima settimana del mio viaggio nel Paese dei Cedri ho cercato l’altro Libano.
Per farlo, sono anzitutto tornata al Sud. Non nel Sud sciita, di Hezbollah e di Amal, ma in quello cristiano. Una minoranza, certo, ma estremamente rilevante perché la sua storia spiega molto della cultura del sospetto, della percezione del nemico interno e quindi dell’incontro-scontro settario proprio del Libano.
Vi sono giunta al seguito di un convoglio stampa (perlopiù televisioni libanesi) che accompagnava l’ex primo ministro francese François Fillon lungo il settore est, a pochi chilometri dal confine con Israele.
Fillon, oggi a capo dell’associazione da lui fondata “Agir pour la Paix avec les Chrétiens d’Orient”, visitava i villaggi cristiani del Sud in un tour organizzato dalla ONG libanese Nawraj. Il programma prevedeva la visita di 6 villaggi — Deir Mimas, Bourj al-Mlouk, Qlayaa, Marjayoun, Rachaya al-Foukhar, Kawkaba — su un totale di 20 villaggi a prevalenza cristiana presenti in tutto il Sud del Libano.
Siamo partiti da Beirut alle 5.45 del mattino — perché fra deviazioni, strade tagliate, ponti saltati, se dalla capitale normalmente ci si impiega due ore, adesso ce ne vogliono quattro — con un autista ingaggiato per l’intera giornata a 260 dollari (relativamente economico), debitamente vagliato e autorizzato precedentemente dai militari.
Abbiamo dovuto attendere diversi giorni per la conferma della visita proprio perché la ONG necessitava dell’autorizzazione delle Forze Armate Libanesi per muoversi in questi villaggi, che a differenza di quelli sciiti non sono sotto il controllo di Hezbollah, ma sono costantemente monitorati e sotto sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
I cristiani che restano
La prima cosa che ho notato arrivata al primo villaggio di Deir Mimas è stato il Castello di Beaufort, roccaforte di origine crociata a 700 metri di altitudine a strapiombo sul fiume Litani da cui l’IDF si ritirò nel 2000 e che ha ripreso lo scorso 31 maggio, issandovi due bandiere israeliane.
La seconda cosa che ho notato è il messaggio ricevuto sul mio cellulare con scheda libanese: “Benvenuto in Israele”. Siamo a due chilometri dal confine, e altri due chilometri oltre la frontiera, verso sud, si trova Metula, centro abitato più settentrionale dello Stato ebraico, disabitato dal 2024 perché esposto in prima linea agli scontri e ai bombardamenti transfrontalieri fra IDF ed Hezbollah.
Dal lato libanese, invece, Deir Mimas e gli altri villaggi cristiani sono rimasti popolati. La guerra riaccesa lo scorso 2 marzo ha lasciato gli abitanti di questi paesi in una posizione delicatissima: si dichiarano fuori dal conflitto, e restano ad abitare le loro case, mentre i villaggi sciiti che li circondano vengono rasi al suolo.
«In Libano ci sono 1.611 villaggi, e quelli misti sono pochissimi. Ecco, la cosa da tenere a mente è che sono i cristiani a vivere insieme a sunniti, sciiti, drusi e alawiti. La resistenza cristiana, qui al Sud, è non violenta e pacifica: costi quel che costi, i cristiani devono restare, e per questo vanno aiutati. È anche perché i cristiani hanno deciso di restare che questa terra è ancora libanese. Se se ne vanno, forse manderanno coloni da Israele a prendere il loro posto».
A raccontarmelo è il dottor Fouad Abou Nader, fondatore nel 2010 della ONG Nawraj, che promuove iniziative di coesistenza tra comunità e tutela la presenza delle comunità cristiane all’interno di questa zona calda.
Lo scopo di Nawraj, mi spiega, è «mantenere le persone sul territorio». Insomma, non lasciare che i villaggi si svuotino. Per farlo, la strategia del dottor Abou Nader poggia su tre pilastri che consentirebbero alla popolazione di non andarsene: l’istruzione, con le scuole tenute aperte, l’assistenza sanitaria, la creazione di posti di lavoro. Ancor prima, un passaggio meno ovvio e fondamentale: garantire sul posto la presenza della polizia e della gendarmeria.
Ma restare, in queste condizioni e in questa porzione di territorio, per altri libanesi diventa una scelta sospetta. E per capire cosa rende i cristiani sospetti, o peggio, infidi agli occhi degli sciiti, bisogna fare un passo indietro nella vita del dottor Abou Nader.
Sì, perché Abou Nader è un medico entrato nella resistenza armata, ferito più volte in combattimento e sopravvissuto a un attentato nel 1986, ma soprattutto è il rampollo della dinastia che ha guidato il campo cristiano per mezzo secolo.
È nipote di Pierre Gemayel, il farmacista maronita che nel 1936 fondò il partito-milizia dei Kataeb, le Falangi, e ne fece per decenni il principale organizzatore politico dei cristiani libanesi; ed è nipote di suo figlio Bachir, l’uomo che negli anni della guerra civile libanese (1975-1990) unificò le milizie cristiane e le legò a Israele.
Lui stesso, Abou Nader, è stato comandante delle Forze Libanesi, la principale milizia cristiana del conflitto, tra il 1984 e il 1985.
Fatahland
Tutto comincia con l’Accordo del Cairo. Il 3 novembre 1969, sotto la mediazione del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, allora leader indiscusso del nazionalismo arabo, il comandante dell’esercito libanese Emile Bustani e il capo dell’OLP Yasser Arafat firmarono un patto che tolse all’esercito libanese — che fino ad allora li sorvegliava — il controllo dei campi profughi palestinesi, sorti dopo la Nakba del 1948, affidandolo ai palestinesi stessi, e riconobbe ai “fedayn”, i combattenti della guerriglia palestinese, il diritto di condurre la lotta armata contro Israele dal suolo libanese, con libero passaggio verso l’Arqoub, ovvero la regione montuosa sulle pendici del Monte Hermon in cui si trovano alcuni dei villaggi che ho visitato.
In pochi anni quella zona divenne conosciuta come “Fatahland”: una sorta di Stato palestinese dentro lo Stato, da cui partivano le incursioni contro Israele, che ovviamente rispondeva.
Da qui, da una cessione di sovranità che avrebbe trascinato il Libano in guerra con Israele, parte lo scivolamento verso la guerra civile del 1975.
A reagire con ostilità ai gruppi armati palestinesi fu la milizia cristiana. I Kataeb — il partito nazionalista maronita fondato nel 1936 da Pierre Gemayel — confluirono poi, con altre formazioni, nelle Forze Libanesi, il comando militare unificato che suo figlio Bachir Gemayel costruì dal 1976 riunendo con la forza le milizie cristiane sotto lo slogan «unire il fucile cristiano»; e si allearono apertamente con Israele, che nel 1982 invase il Libano.
Cosa distinta dalle Forze Libanesi era un’altra milizia che operava ancora più a Sud, lungo il confine, ovvero l’Esercito del Sud Libano, formazione a guida cristiana armata e finanziata direttamente da Israele, che ne fece la propria forza ausiliaria nella “zona di sicurezza” occupata.
Marjayoun e Qlayaa, due dei villaggi che ho visitato, ne furono roccaforti: fino al ritiro israeliano del maggio 2000 rimasero per quasi 20 anni dentro quell’area occupata — proprio a Marjayoun c’era il quartier generale dell’Esercito del Sud Libano — e i loro abitanti furono costretti a convivere con la presenza israeliana. Al ritiro, chi aveva collaborato fu processato per collaborazionismo o fuggì oltre il confine.
Divide et impera
Lo stigma del “cristiano che si è venduto a Israele”, per chi abita qui, è ancora forte. Nella guerra riaccesa a marzo, mentre interi villaggi sciiti, base operativa di Hezbollah, venivano rasi al suolo, i villaggi cristiani che avevano tenuto il Partito di Dio fuori dai propri confini sono rimasti in gran parte in piedi.
Israele ha reso esplicita questa condizione con telefonate e messaggi vocali ai sindaci — tra i destinatari Marjayoun, Qlayaa, Deir Mimas — intimando di impedire il ritorno di Hezbollah, pena la perdita della protezione.
Il culmine della storica tattica israeliana del “divide et impera” in casa altrui è arrivato il 5 luglio scorso, quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato a Fox News che alcuni villaggi cristiani del Sud avrebbero chiesto di essere annessi a Israele per proteggersi da Hezbollah.
Nel giro di poche ore, quindici comuni cristiani e misti di frontiera lo hanno smentito con un comunicato congiunto, ribadendo l’appartenenza allo Stato libanese e accusando Israele di voler strumentalizzare la loro sofferenza, appunto, per dividere i libanesi.
Del resto, ai tempi della guerra civile i cristiani non furono mai un blocco unito. Nel 1978 le Forze Libanesi sterminarono Tony Frangieh, erede di un clan cristiano-maronita del Nord alleato con la Siria, e la sua famiglia.
Bachir Gemayel stesso — eletto presidente nel 1982, carica che in Libano spetta a un cristiano maronita secondo il Patto Nazionale, come l’attuale Joseph Aoun — fu ucciso tre settimane dopo in un attentato compiuto da un altro maronita, militante di un partito filo-siriano.
A pagarne la vendetta, però, furono i palestinesi: per le milizie cristiane erano il nemico originario, la causa stessa della guerra fin dai tempi di Fatahland.
Israele colse l’occasione per approfondire le fratture interne al paese, già sfociate in guerra civile.
Con il pretesto di stanare i combattenti dell’OLP che sarebbero rimasti nei campi — in realtà evacuati da Beirut settimane prima — tra il 16 e il 18 settembre 1982 la milizia falangista entrò a Sabra e Shatila, a Beirut ovest, mentre l’esercito israeliano che controllava la zona circondava il campo e ne sigillava le uscite.
In due giorni furono massacrati almeno 700 civili fra palestinesi e libanesi. Un eccidio traumatico profondamente impresso nella memoria storica di tutti i libanesi, ognuno con la propria versione.
Ci sono stata dentro il campo profughi di Shatila.
È un passaggio dovuto ma, pure questo, complicato: accedervi senza un locale che conosca le vie di fuga giuste — quelle percorribili e fotografabili e quelle invece da evitare — significa, nel migliore dei casi, essere derubati, nel peggiore, finire in mezzo a una sparatoria. Con Pierluigi abbiamo sentito soltanto alcuni spari ravvicinati, perché eravamo nella via giusta.
Le rovine di Shatila
Shatila oggi è un dedalo verticale in cui lo Stato libanese non mette piede e, stando a quanto mi ha raccontato la mia guida per queste vie, Majdi Majzoub, nemmeno l’ambasciata palestinese ci entra.
Un abbandono totale che, secondo chi ci abita, non sarebbe solo incuria, ma la scelta deliberata di non migliorare la condizione dei profughi, perché «più cresce la miseria, più i profughi continuano a non uscire da questa condizione, più affluiscono le donazioni internazionali, a partire da quelle dell’ONU». E in un Paese che campa di ONG e aiuti esteri, questa logica sembra avere una sua coerenza.
Del resto, l’agenzia che dovrebbe reggere il campo, così come altri, l’UNRWA, è al collasso: tra il ritiro dei fondi americani e la diserzione dei donatori, l’ufficio di Beirut stima per il 2026 un ammanco di oltre 200 milioni di dollari, con scuole chiuse, cliniche a orario ridotto, personale licenziato. «Il campo è retto da un patto fra le fazioni palestinesi e i trafficanti di droga che prima si scontravano per la leadership e ora collaborano e portano soldi alle fazioni», mi spiegano.
Essendo l’unico business redditizio alla portata che circola fra queste vie, i giovani palestinesi che escono in strada e non sono esposti ad alternative migliori ci finiscono dentro.
A strapparne qualcuno da quella che sembra una condanna ci prova proprio Majdi Majzoub, che da anni gestisce una palestra e attività ricreative con cui, attraverso lo sport, dal calcio al basket femminile, prova a emancipare i ragazzi e le ragazze del campo da quel che sembra un destino già scritto.
Passando per una delle vie che non si potevano fotografare, perché troppo vicine alle sedi dei gruppi politici e armati palestinesi — nel campo ci sono tutte le fazioni, Hamas e Jihad Islamico compresi — ho notato i manifesti di due “martiri” appesi ai muri, nello stesso stile di quelli di Hezbollah: sono palestinesi del campo caduti nell’ultima guerra fra Israele ed Hezbollah, quella del marzo 2026.
L’ombra della Siria
Mi sono sentita una sciocca quando, qualche giorno dopo, ho chiesto al miliziano di Hezbollah che mi aspettava a Baalbek, nella Valle della Bekaa,se le fazioni palestinesi presenti in Libano combattessero insieme al Partito di Dio contro Israele.
«Certo che sì, ci danno una mano», mi ha risposto: per lui era ovvio.
Meno ovvia, per lo stesso uomo, era un’altra ipotesi, che però non scartava: una penetrazione degli uomini del presidente siriano al-Sharaa attraverso la Bekaa o da nord, per combattere Hezbollah, in linea con l’obiettivo del governo libanese, degli Stati Uniti e di Israele di disarmarlo e isolarlo.
Anche qui, a Baalbek, ci muovevamo seguendo la stessa dinamica di contatto con Hezbollah in territorio sotto il suo controllo che vi ho raccontato per Nabatieh — questa volta, però, l’affiliato era senza walkie-talkie né cercapersone, ma con il cellulare. «So che non dovrei usarlo, che è pericoloso per me, ma è impossibile riuscire a lavorare senza, quindi mi assumo dei rischi».
La sua paura, più che sulla Siria, restava concentrata su Israele, e a ragione. Lo scorso 6-7 marzo un commando israeliano è sceso in elicottero proprio qui, nella Bekaa, a Nabi Chit, infiltrandosi dalla direzione siriana, come hanno riferito sia l’esercito libanese sia Hezbollah. Secondo quanto trapelato — mai confermato ufficialmente, sotto la censura militare israeliana — l’obiettivo era recuperare i resti dell’aviatore Ron Arad, disperso dal 1986.
Nella sua ricostruzione, il miliziano ha aggiunto un dettaglio che non ho potuto verificare altrove: i soldati israeliani sarebbero scesi travestiti da militari delle Forze Armate Libanesi. Nello scontro sono morti anche tre soldati libanesi, le prime perdite dell’esercito regolare da quando è ricominciata la guerra.
Nabi Chit era un villaggio che avrei voluto visitare, ma non mi è stato permesso, perché considerato troppo sensibile.
Incassato contro la catena montuosa che corre lungo il confine siriano, occupa una posizione che dà a Hezbollah profondità strategica: lontana da Israele, difficile da raggiungere via terra — per questo un’incursione come quella israeliana è stata condotta con gli elicotteri e non con mezzi corazzati.
Per il Partito di Dio la Bekaa è la retrovia, il centro di gravità logistico e operativo: secondo le fonti con cui ho parlato a Baalbek, confermate anche da centri di ricerca israeliani, vi si concentrano comando e controllo, basi di addestramento, produzione e stoccaggio di armi, infrastrutture sotterranee e siti di lancio per gli assetti pesanti, missili balistici compresi.
A Nabi Chit, in particolare, vi sarebbe da anni una base militare, un campo di addestramento e depositi di armi, e il paese sorge a ridosso delle vecchie rotte di contrabbando dalla Siria.
Per capire quanto, oltre al Sud, Hezbollah sia radicato nelle montagne della Bekaa, basti pensare che è proprio qui che Hezbollah nacque nel 1982, quando i Guardiani della Rivoluzione iraniani, i pasdaran, insediatisi a Baalbek dopo l’invasione israeliana, inquadrarono i militanti sciiti locali usciti da Amal e iniziarono ad armarli e addestrarli. Nabi Chit, poi, è anche il paese natale di Abbas al-Musawi, secondo segretario generale del movimento e predecessore di Nasrallah, ucciso da Israele nel 1992.
Storicamente il corridoio delle armi correva da Damasco attraverso la Bekaa fino a Hezbollah; oggi, caduto il regime alawita degli Assad, è in crisi, benché il confine resti poroso e ambiguo.
Al di là dei nuovi allineamenti in via di ridefinizione, bisogna chiedersi quanto possano funzionare nel concreto, sul terreno.
In altri termini: i due vertici — quello libanese del presidente cristiano Aoun a Beirut e quello siriano del sunnita al-Sharaa a Damasco — dichiarano di volersi coordinare, implicitamente contro Hezbollah, al punto che lo stesso Trump ha chiesto a gran voce ad al-Sharaa di intervenire militarmente in Libano a questo fine. Ma quanto ci si può davvero aspettare che il contrabbando di armi verso Hezbollah venga chiuso, su quella frontiera?
Chi ha davvero interesse a chiuderlo, quando da un lato al-Sharaa non ha pieno controllo dei propri uomini e, dall’altro, un soldato delle Forze Armate Libanesi è pagato 300 dollari al mese — e intascare una commissione per chiudere un occhio può valere più di uno stipendio? Per capirci, un miliziano di Hezbollah guadagnerebbe circa 800 dollari, secondo il mio fixer sciita.
Da ultimo, per cogliere la sensibilità sunnita del paese, e con essa la possibile influenza turco-siriana, sono andata a Nord, a Tripoli.
Lo scorso 2 luglio il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shibani, del nuovo governo di al-Sharaa, in visita in Libano, entrando in città è stato accolto da eroe nazionale. Perché? Perché la Francia, creando il “Grande Libano” nel 1920 — lo Stato che ampliava il piccolo Monte Libano a maggioranza cristiana con l’annessione delle città costiere e delle pianure interne — assegnò Tripoli al nuovo Stato anziché alla Siria, staccandola dal suo entroterra naturale, appunto l’interno siriano.
Città sunnita e di vocazione arabo-nazionalista, marginalizzata ed economicamente trascurata in un paese imperniato su Beirut, Tripoli non ha mai smesso di guardare a Damasco. Tanto che, come mi era stato anticipato, al mercato del centro mi aspettavo di vedere sventolare molte bandiere siriane. E ne avrei viste se non fosse che nelle ultime settimane di luglio l’amministrazione locale ne ha ordinato la rimozione, perché i politici libanesi di Tripoli mal sopportano l’eccessiva popolarità del presidente al-Sharaa.
Dietro la Siria, ça va sans dire, c’è la Turchia. Il 10 giugno scorso, davanti al gruppo parlamentare del suo partito, Erdoğan ha dichiarato che «la sicurezza della Turchia comincia da Aleppo, Damasco e Beirut», avvertendo che non avrebbe tollerato “fatti compiuti” nei “Paesi fratelli”. C’è da scommettere che il monito fosse riferito a Israele.
Ankara entra in Libano attraverso Damasco, di cui è il primo sponsor economico, e lavora da anni sulla Tripoli sunnita e sull’Akkar, la regione più settentrionale del paese, povera e rurale, in prevalenza sunnita e a ridosso del confine siriano, con cui condivide legami di parentela e traffici, e dove vivono anche comunità turcomanne verso cui la Turchia coltiva un’influenza diretta. (Quest’area sono riuscita a girarla solo in macchina, e trovare anima viva non è stato semplice).
Poiché al-Sharaa ha escluso l’intervento militare in Libano invocato da Trump, la Turchia segnala di potersi inserire in forma ibrida, e orientare gli allineamenti del paese senza bisogno di occuparlo.
Del resto, di occupante ce n’è già uno, a Sud, e con lui Siria e Turchia devono fare i conti: proprio lo scorso 26 luglio al-Sharaa ha annunciato di trattare un accordo di sicurezza con Israele.
La pressione su Hezbollah, quindi, c’è ed è innegabile, ma altrettanto forte e innegabile sembra essere la volontà turca di scongiurare il “fatto compiuto”, ovvero il decisionismo unilaterale israeliano sul futuro del Libano senza previo coordinamento con Ankara.
Torno da questo viaggio, com’era prevedibile, con più domande che risposte. La più insidiosa non riguarda più il disarmo o meno di Hezbollah, ma la sua capacità di rinnovarsi, quindi di mantenere leva e ricatto sugli equilibri interni.
In Libano, se l’attore che per venti-trent’anni ha stabilito con chi il paese entrava in guerra si indebolisce, lo spazio di manovra che lascia non torna allo Stato.
È come se questo paese non venisse mai ereditato dallo Stato, ma sempre dallo sponsor esterno successivo, dalla prossima tutela, da un altro centro di gravità settario.
Questa lettura affonda le radici nella sua storia: dal mandato francese alla tutela siriana, dall’egemonia di Hezbollah a ciò che verrà, il Paese passa da un padrone all’altro perché senza identità nazionale, senza memoria storica univoca e condivisa, non potrà mai governare sé stesso. Resta quindi esposto a chi ne sa usare le fratture.
C’è chi lo fa per ampliare la propria influenza regionale sfruttando la crisi di quella iraniana, come la Turchia, che spinge la propria sicurezza nazionale fino a Beirut.
E c’è chi lo fa applicando il vecchio principio del “divide et impera”: soffiare sulla paura reciproca delle comunità, armare un sospetto contro l’altro, così che nessuna si fidi dello Stato, sia pronta a farsi la guerra in casa e vada a cercarsi un protettore oltre confine.
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Complimenti. Articolo degno di Oriana Fallaci.