Cosa leggere quest’estate?
Ci sono le vacanze e, in teoria, si ha più tempo per saggi e romanzi. Ecco le scelte di Valeria Croce. E le vostre?
L’estate è forse il momento adatto per riaprire i cassetti, spalancare gli armadi, abbracciare gli scheletri che ci avevamo chiuso dentro. Lasciarli andare senza remore nel sole di agosto
Valeria Croce
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Qualche giorno fa Stefano Feltri mi ha chiesto di scrivere di quali siano i miei “libri per l’estate”. O meglio, di quali sono i libri che consiglierei di leggere in estate.
Allora mi sono piantata davanti alla libreria (fisica, ma soprattutto quella digitale su Goodreads, l’applicazione che permette di registrare tutti i libri che si sono letti e di farsi subito dopo prendere dallo sconforto di fronte all’infinita lista di tutti quelli che si vorrebbero leggere) e ho scorso tutti i titoli estraendone alla fine alcuni – sempre metaforicamente, si intende – che per i motivi più vari mi sembravano adatti.
Visto che non riesco a parlare di un romanzo in duecento caratteri, e che al tempo stesso non potevo mandargli un pezzo di sei pagine e mezza, ho deciso di scrivere di due libri per volta.
Andare lontano
Il primo libro che ho scelto racconta di un viaggio. Perché viaggiare è una delle cose che si fanno d’estate, ma soprattutto perché – per vari motivi che conosciamo bene e che puntualmente ci sentiamo ripetere, con leggere varianti, sul notiziario delle quattordici di ogni Ferragosto – purtroppo, negli ultimi anni, viaggiamo molto meno.
E se anche siamo tra i fortunati e le fortunate che possono ancora farlo, la domanda che resta è: cosa intendiamo davvero per viaggio? Cosa è rimasto incluso nella definizione, immaginario, idee che associamo a questa parola?
Quale che sia la nostra risposta, difficilmente corrisponderà a quella data da Neige Sinno, premio Strega Europeo 2024 con Triste Tigre, nel suo ultimo romanzo La Realidad (Neri Pozza, 2025).
In La Realidad, Sinno racconta infatti il viaggio di Netcha, iniziato molti anni prima con la sua amica Maga e non ancora concluso, nel Chiapas, una delle regioni più impenetrabili e inesplorate del Messico, intrapreso con l’intento – forse illusorio, forse pretestuoso – di raggiungere il capo rivoluzionario zapatista Marcos e di portargli in dono due pesanti tomi della teoria marxista che loro per chilometri e chilometri si trascinano negli zaini.
Inseguendo una destinazione immaginifica che sembra farsi più lontana man mano che tentano di avvicinarsi, le due amiche cominciano un po’ alla volta a realizzare che Marcos non è altro che l’incarnazione di un senso, di un proprio essere che va ricercato in luoghi ben più reconditi e impervi persino delle montagne del Chiapas.
Dopo aver preso quindi ognuna strade diverse, ognuna all’inseguimento delle proprie più urgenti domande, Netcha si ritroverà di nuovo, anni dopo e dopo ancora, a ripercorrere le strade polverose del Messico, in un nuovo lunghissimo viaggio che non potrà che svilupparsi in diversi strati di esplorazione sovrapposti ma intrinsecamente connessi, ognuno dei quali indispensabile al raggiungimento della meta.
Serviranno infatti i chilometri macinati a piedi ma anche la lettura e lo studio delle pagine scritte da chi, come Antonine Artaud, ha esplorato e interrogato quelle stesse strade prima di noi, con la follia necessaria ad andare avanti, oltre ogni più sensata ragionevolezza.
Serviranno le domande senza risposta fatte alla gente, agli uomini ma soprattutto alle donne che abitano quelle terre da sempre.
Serviranno la devozione e i silenzi impenetrabili delle giovani zapatiste col passamontagna e il fallimento di non riuscire a trovare mai la risposta che si stava cercando ma solo altre domande, ancora più necessarie delle precedenti.
Servirà mettersi in cammino, per raggiungere quello che poi non sarà altro che un nuovo, decisivo, punto di partenza. Il proprio fiume da attraversare, le proprie persone da lasciare andare, il proprio personale Subcomandante Marcos, mutevole, chimerico, ideale. Che finalmente ci dirà qual è la strada che dobbiamo prendere, la nostra “unica risposta possibile di fronte alla violenza del mondo”.
Se d’estate vi va di andare lontano, potete farlo anche tra queste pagine.
Acqua d’estate
Il secondo è il mio libro preferito. O per lo meno, il mio libro preferito tra quelli che ho letto negli ultimi due o tre anni.
Parla molto di acqua, ha l’acqua nel titolo, e forse questa è l’unica scusa che riesco a trovare per giustificare il mio inserirlo qua, in questa breve e appena cominciata lista estiva: d’estate si va al mare, si nuota nell’acqua salata o in quella clorata delle piscine, ci si inzuppa fino alle ossa sotto ai temporali estivi che precipitano all’improvviso oscurando il cielo.
Ma non sarebbe che una scusa. La verità è che La cronologia dell’acqua di Lidia Yuknavitch (Nottetempo, 2022) è semplicemente un libro mozzafiato, a tratti così nitido e doloroso che ha bisogno che tutto attorno a sé si sospenda, si metta in pausa per lasciarlo fluire senza intralci, come quei fiumi dell’Amazzonia che scivolano sinuosi attraversando le foreste.
E non mi viene in mente un’immobilità più adatta di quella che si deposita sulla Terra in un pomeriggio estivo di agosto, quando le strade si svuotano e le finestre si chiudono, e nel silenzio tappato di quelle ore vuote, incastrate a metà, il racconto di Lidia Yuknavitch può essere letto senza che vada a scagliarsi contro le incombenze e i rumori di una giornata autunnale qualunque.
Ne La cronologia dell’acqua Yuknavitch racconta la sua storia, ed è difficile qui riassumerla, forse proprio perché è una storia reale, puntellata da dolori e sventure reali narrate non con distacco ma con la luce accesa, senza quella penombra ambigua dentro la quale si è tentati a volte di romanticizzare le sofferenze.
Una narrazione limpida, per quanto tumultuosa, che è possibile raggiungere soltanto dopo essere andati avanti abbastanza da potersi poi voltare indietro e osservare le cose dall’alto, con quella lucidità (e accettazione, saggezza anche) che solo il tempo e una ritrovata tenerezza possono darci. Una narrazione possibile solo dopo aver perdonato tutti, in primo luogo sé stessi e i propri fallimenti.
Inseguendo infatti una linea del tempo emotiva, più che cronologica, la ragazza bionda, occhi azzurri, si abbandona alla corrente incessante dei traumi vissuti senza opporre resistenza, senza volerli necessariamente decodificare, incastrarli in una logica di causa-effetto tanto cara ad alcuni approcci psicoterapici particolarmente in voga negli ultimi anni.
Ripercorrendo la sua storia attraverso le ferite depositate negli anni sul suo corpo – protagonista indiscusso del romanzo – Yuknavitch riattraversa il proprio inferno personale fatto di violenze, alcol, droghe, incidenti, allenamenti agonistici estenuanti e rapporti sessuali vissuti come un’autoflagellazione, senza l’intento del rimprovero o della giustificazione, senza la ricerca di un’assoluzione di cui semplicemente non sente il bisogno.
Soprattutto senza il fine ultimo di trovare un colpevole a cui imputare il suo dolore, ma al contrario con la determinazione di scovare in quel mare di sofferenza qualcosa che tuttavia brilla, dei frammenti di vetro levigati dalle onde che col tempo hanno perso la capacità di ferire. La scoperta miracolosa che nonostante tutto è ancora capace di amare e di lasciarsi amare. Di avere speranza e di commuoversi, di essere felice.
L’estate è forse il momento adatto per riaprire i cassetti, spalancare gli armadi, abbracciare gli scheletri che ci avevamo chiuso dentro.
Lasciarli andare senza remore nel sole di agosto.
Mentre io proseguo i miei compiti per le vacanze, vi pongo a mia volta la stessa domanda: quali sono i vostri libri per l’estate?
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