Cosa c’è dopo Starmer
Andy Burnham è il nuovo volto del Labour: il Nord dell’Inghilterra versus Westminster, per fermare l’ascesa di Nigel Farage
Questa non è più soltanto una elezione suppletiva. È un referendum anticipato sul futuro del Regno Unito. La domanda vera non riguarda solo Burnham. Riguarda il Labour. Può Burnham fermare Reform UK? Può tirare fuori il partito dal pantano in cui è finito pochi mesi dopo una vittoria elettorale schiacciante? Può restituire un senso politico a una maggioranza che sembra essersi consumata quasi subito?
Arianna Giovannini e Marzia Maccaferri
La piccola città di Makerfield nella periferia di Greater Manchester – sotto i riflettori in vista delle elezioni suppletive di domani 18 giugno – è da settimane ricoperta di manifesti elettorali.
Tra tutti, spiccano il turchese su cui si staglia il simbolo di Reform UK e il rosso acceso che fa da sfondo a un ritratto stilizzato di Andy Burnham, accompagnato dalla scritta “Vote Andy, for us”, “Vota Andy, per noi”.
Non è un caso che dai manifesti di Burnham sia stato omesso il nome del suo partito. Il governo laburista e in particolare il suo leader sono tutt’altro che popolari nella zona.
Il cambiamento promesso da Starmer nel 2024 non si è mai concretizzato. Crisi del costo della vita, marginalità socioeconomica e immigrazione erano e restano problemi reali con cui la comunità di Makerfield fa i conti ogni giorno.
Left behind, lasciato indietro. Così si sente l’elettorato locale: tagliato fuori da una classe politica laburista che, tornata al potere, non solo continua a promettere un futuro migliore senza riuscire a far seguire i fatti alle parole, ma sembra aver dimenticato l’importanza della sua tradizionale base territoriale, nel nord dell’Inghilterra.
Andy Burnham ha imparato sul campo, come sindaco di Greater Manchester, a utilizzare l’approccio opposto. Ed è per questo che si presenta alle elezioni di giovedì come “ribelle” contro l’establishment del proprio partito.
Il seggio di Makerfield è stato reso vacante in modo strategico: per permettere a Burnham di entrare in parlamento, innescare il processo per scegliere un nuovo leader e prendere il posto di Starmer. Votare per Andy, dunque, significa votare per portare la voce di Makerfield, e del nord, dalla periferia al centro; ma vuol anche dire liberarsi di Starmer, pur sostenendo un candidato laburista, fornendo un’alternativa “locale” e credibile a Reform UK.
Il paradosso di Makerfield è tutto qui: una sola elezione suppletiva, in un solo collegio, può decidere il futuro del governo britannico, del partito laburista e forse dell’intero sistema politico del paese.
Formalmente è una by-election. Politicamente è molto di più. È il punto in cui si condensano la crisi di Starmer, l’ambizione di Burnham e l’avanzata di Nigel Farage. Burnham scommette sul rientro a Westminster. In politica l’ambizione personale non è un peccato, è spesso la condizione per esistere. Bisognerebbe anzi diffidare di chi dice di essere entrato in politica solo perché glielo ha chiesto il paese.
Ma la domanda vera non riguarda solo Burnham. Riguarda il Labour. Può Burnham fermare Reform UK? Può tirare fuori il partito dal pantano in cui è finito pochi mesi dopo una vittoria elettorale schiacciante? Può restituire un senso politico a una maggioranza che sembra essersi consumata quasi subito?
Makerfield dirà qualcosa di decisivo. Se vince Burnham, si riapre la partita dentro il Labour. Se vince Reform UK, si apre una fase completamente nuova della politica britannica. Farage lo sa: per questo parla già come un primo ministro, anche alla stampa internazionale.
Questa non è più soltanto una suppletiva. È un referendum anticipato sul futuro del Regno Unito.
Ma chi è Andy Burnham? Quali sono le basi della sua popolarità tra l’elettorato? E perché la sua ascesa a Westminster fa paura all’ala del partito laburista vicina a Starmer?
Dal nord a Londra, e ritorno
Prima di diventare uno dei critici più riconoscibili della “bolla di Westminster”, Burnham è stato un prodotto pienamente interno al New Labour londinese.
Ha iniziato la sua carriera nella capitale, scalando rapidamente le gerarchie del partito: prima special adviser del ministro della Cultura nel 1998, poi nel 2001 deputato per la circoscrizione di Leigh, nella sua zona di origine, non lontano da Makerfield.
Nei 16 anni in cui siede in parlamento, spazia tra la destra e la sinistra moderata, la cosiddetta soft Left.
Per questa ragione, i commentatori più critici lo etichettano ancora oggi come un carrierista che non esita a sacrificare la coerenza ideologica pur di massimizzare il proprio successo politico. In questo, forse, c’è del vero. O forse, semplicemente, durante gli anni di Londra, Burnham internalizza e diventa prigioniero di una mentalità tutta interna al Labour di Westminster.
Durante i governi di Tony Blair e Gordon Brown, Burnham ricopre cariche importanti, da sottosegretario a segretario capo del Tesoro, a ministro della Cultura e infine della Sanità.
Sono anni in cui non si sottrae alla disciplina del New Labour, anche quando questa significa tagli alla spesa pubblica e sostegno a processi di riorganizzazione del sistema sanitario che apriranno la strada a forme sempre più spinte di privatizzazione.
Nel 2010 tenta la prima scalata alla leadership. Ma vince Ed Miliband, e Burnham arriva quarto su cinque candidati. Nei cinque anni successivi si sposta verso la sinistra del partito, cercando di guadagnare consenso tra la base laburista montando aspre critiche proprio nei confronti dei tagli al servizio sanitario nazionale.
Allo stesso tempo, però, si astiene dal voto per la riforma del Welfare, improntata sull’austerità, introdotta dal governo Conservatore dell’epoca. Nel 2015 prova di nuovo a scalare il partito, ma questa volta viene sconfitto da Jeremy Corbyn.
Nonostante lo smacco della sconfitta, Burnham entra nel governo ombra di Corbyn per poi cambiare completamente rotta qualche anno dopo.
Nel 2017 viene eletto sindaco di Greater Manchester – primo esperimento dopo Londra di devolution su scala metropolitana ampia in Inghilterra.
Ed è proprio tornando a casa, nel nord dell’Inghilterra, che Burnham riesce a scrollarsi di dosso la dottrina del ‘Westminsterism’ – l’incapacità di guardare oltre le procedure, i meccanismi e i giochi di potere di Londra – e a reinventarsi di nuovo come interprete di una politica radicata nei territori, nei servizi pubblici e nelle comunità. Questa volta in modo convincente.
Il territorio prima della politica
Molti vicini a lui ricordano come nei primi tempi il “Burnham di Londra” abbia faticato ad adattarsi al funzionamento della Greater Manchester, in cui il sindaco presiede un esecutivo formato dai rappresentanti dei 10 comuni dell’area.
Ma Burnham prende presto le misure e, soprattutto, impara da vicino l’importanza e il valore della devolution: partire dal territorio per costruire una relazione diretta e più efficace tra comunità locali e istituzioni politiche, riportando la politica vicino ai cittadini e, dunque, riavvicinando i cittadini alla politica. Place before politics. Mettere il territorio prima della politica di partito, diventa il mantra di Burnham.
La reinvenzione di Burnham si completa davanti agli occhi dell’intero paese nel 2020, durante la pandemia. In piedi sulla scalinata della Biblioteca di Manchester, in jeans e parka, il sindaco di Greater Manchester compie un atto semplice e al contempo straordinario: parla direttamente al primo ministro Boris Johnson opponendosi alle dure restrizioni imposte dal governo nella zona, rivendicando per la sua regione i fondi a sostegno delle attività locali che Downing Street non era disposta a concedere.
E anche se il governo conservatore non ritorna sui propri passi, le parole di Burnham fanno presa sulle comunità locali. Per la prima volta, un leader politico difende apertamente Greater Manchester dando voce alla percezione sempre più diffusa che Westminster sia diventata estranea al resto del paese. Il giorno dopo, la scena è sulle prime pagine di tutti i quotidiani locali e nazionali.
Slogan che inneggiano al nord e alla sua autonomia dal centro iniziano a diffondersi sui social media. In segno di apprezzamento, il famoso artista locale Stanley Chow produce un ritratto stilizzato di Andy Burnham, lo stesso che campeggia oggi tra le strade di Makerfield. E Burnham viene ribattezzato “King of the North”, un soprannome che gli è rimasto cucito addosso da allora.
Burnham diventa dunque un leader del nord e per il nord. Ma che sa anche fare rete e costruire relazioni di comunità nell’area in cui governa: con i cittadini e la società civile, con gli imprenditori e con gli altri politici locali. È da quest’esperienza che nasce il brand Burnham, o, come preferisce chiamarlo lui oggi, il Manchesterism.
“Manchesterism” (e le sue contraddizioni)
Il Manchesterism di Burnham è insieme una filosofia, uno stile politico e un modello di sviluppo economico che prende spunto dal successo della Greater Manchester.
Si rifà a un socialismo business friendly, ma presentato come alternativa al neoliberalismo e alla spinta alla privatizzazione e all’accentramento del potere politico, ma anche alle diseguaglianze socioeconomiche che lo accompagnano.
Richiama un fare politica in antitesi con quella di Westminster (e del governo Starmer), mirando alla creazione di una cultura politica alternativa dal basso, dai territori e dalle comunità locali appunto.
Il Manchesterism è radicato nella devolution, nella pianificazione di lungo periodo e in quella che Burnham ha definito “crescita buona”.
Nella pratica auspica l’utilizzo della proprietà pubblica per governare la fornitura dei beni essenziali (come trasporti, casa, energia) per ampliarne l’offerta, abbatterne i costi e renderli più accessibili.
Un modello vicino alla cosiddetta “economia fondamentale” teorizzata dal Foundational Economy Collective e da economisti come Karel Williams o Julie Froud, che Burnham ha messo in pratica a Manchester.
Ad oggi, infatti, il successo politico di cui va più fiero il sindaco è stato quello di riportare sotto il controllo pubblico la rete degli autobus di Greater Manchester, introducendo un tetto tariffario di 2 sterline, e garantendo l’accesso gratuito agli utenti fino a 18 anni.
Una rete di trasporti pubblici più efficiente, estesa e alla portata di tutti significa migliorare l’accesso al lavoro, ai servizi, all’educazione e alla formazione professionale, soprattutto per gli abitanti delle aree più povere. Significa creare un’area metropolitana connessa, in cui non prospera solo il centro. Secondo Burnham, è proprio per questo che Manchester è diventata l’area a più rapida crescita del Regno Unito.
Il Manchesterism è la dimostrazione che una strategia di rilancio economico in grado di far fronte alle diseguaglianze regionali tra Nord e Sud può e deve partire dal basso: dal territorio, dalle comunità locali e da istituzioni devolute dotate di poteri e risorse reali. È quindi al contempo il bilancio dell’esperienza di Burnham come sindaco e il perno della campagna con cui punta per arrivare a Downing Street e ripristinare la fiducia dei cittadini nella politica.
Burnham punta dunque a trasporre il modello di Greater Manchester sul piano nazionale: sviluppando un approccio più collaborativo in grado di liberare il paese dalle tante crisi che lo attanagliano, e ripristinare la fiducia dei cittadini nella politica.
Non mancano però critiche a questa visione. Da un lato, i suoi detrattori sostengono che Burnham abbia semplicemente ereditato, e non creato, il “modello-Greater Manchester”, le cui radici affondano nel modello collaborativo sviluppato dagli amministratori locali nei decenni precedenti alla sua ascesa a sindaco.
Inoltre, c’è chi contesta il richiamo al socialismo e all’economia fondamentale, sottolineando come Greater Manchester non si sia reinventata grazie alla reindustrializzazione dal basso, ma virando verso una economia della conoscenza sostenuta anche da un modello di rigenerazione urbana trainato dal settore immobiliare.
Il centro di Manchester, oggi tappezzato di grattacieli, è rinato grazie agli investimenti di imprenditori internazionali, arricchendo più investitori cinesi che comunità locali.
Anche in ragione di queste contraddizioni, parte della classe politica definisce il Manchesterism di Burnham un modello vago, contraddittorio e difficilmente estendibile al resto del paese. In senso più ampio, restano le critiche di chi non ha dimenticato il passato di Burnham e lo vede come una “banderuola politica” che si muove a seconda delle proprie ambizioni personali.
Andy Burnham sorride davanti a queste critiche e prosegue imperterrito nella sua missione volta a portare il Manchesterism a Londra.
Un Manchesterism nazionale?
Non sarebbe certo la prima volta che la sinistra prova a reinventarsi partendo dal territorio. La storia del municipalismo socialista di inizio Novecento, in città come Lione o Reggio Emilia, e poi il grande esperimento del comunismo riformista dell’Emilia-Romagna postbellica, restano una grande eredità politica.
La stessa Londra del Greater London Council, negli anni in cui tentava di tenere testa al thatcherismo, guardava alla Bologna di Giuseppe Dozza e Renato Zangheri come a un modello possibile: un governo urbano capace di unire partecipazione, servizi pubblici, cultura politica dell’ascolto e politiche concrete.
Erano esperimenti di governo del territorio insieme pragmatici e radicali: rivoluzionari non perché immaginassero semplicemente un’alternativa astratta, ma perché provavano a costruirla nelle istituzioni locali, nei quartieri, nei servizi, nel rapporto quotidiano con la società.
È una tradizione lunga, che continua a riemergere ogni volta che la sinistra cerca una via d’uscita dalla crisi della rappresentanza. Non a caso, solo pochi giorni fa, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha richiamato proprio questa eredità ringraziando Bologna per la Turrita d’Oro.
Il riferimento a Bologna non era soltanto simbolico: evocava una stagione in cui il governo locale veniva concepito come laboratorio politico, luogo di sperimentazione di politiche pubbliche avanzate e di costruzione di un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini.
Non è difficile cogliere alcune affinità tra questa tradizione e alcune delle misure più note sostenute da Mamdani, come l’estensione del trasporto pubblico gratuito sugli autobus cittadini.
Allo stesso modo, anche il successo politico di Burnham a Manchester è passato attraverso politiche molto concrete sul terreno dei servizi e della mobilità. Scelte che richiamano le intuizioni dello Zangheri sindaco di Bologna negli anni Settanta sul ruolo dei servizi pubblici come strumenti di uguaglianza sostanziale, di accesso universale alla città e di ricostruzione del legame tra istituzioni e cittadini.
È proprio questa capacità di trasformare le città in spazi di elaborazione politica e sociale che continua a rendere attuale quella tradizione, ben oltre i confini italiani e ben oltre il contesto storico in cui è nata.
Le speranze che il Manchesterism di Burnham sta creando vanno certamente in quella direzione. Ma tradurre un modello territoriale in un progetto di governo nazionale è altra cosa.
Ed è questa la vera scommessa di Burnham: non solo vincere una by-election, non solo fermare Reform UK, ma costringere il Labour a prendere sul serio i territori, le comunità e le forme concrete della vita sociale.
Per un partito e un sistema politico che hanno a lungo guardato al paese da Westminster, sarebbe già una rivoluzione. E forse sarebbe proprio questa la vera vittoria contro Farage.
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La narrazione della ricostruzione della Sinistra partendo dai territori è il leitmotiv degli ultimi sei anni in diversi paesi europei e che, in caso di fallimento nella messa a terra delle proposte che la caratterizzano, rischia di sfociare in un odioso populismo di "sinistra" che alimenta i consensi ai sovranisti, nazionalisti ed estremisti (populisti) di destra. Più della narrazione, servono proposte concrete a ogni livello, di respiro nazionale e internazionale. In Inghilterra, la Brexit ha provocato danni economici e sociali inimmaginabili, i Labour, come i Tories, hanno nascosto per anni il costo di quella che è la peggior pantomima politica nella storia europea. La sinistra in UE dovrebbe riscoprire i contenuti e i valori della socialdemocrazia e adattarli alla società globalizzata per sconfiggere il populismo contemporaneo. Per farlo ammetta di avere sbagliato delegando 'benessere e felicità' dei cittadini, e dei territori, al capitalismo e al neoliberismo sfrenato. L'UK è comunque uno dei paesi industrializzati a rischio autocratizzazione, e forse, a questo punto la crisi dei Labour, come della sinistra europea, è più profonda e complessa e la narrazione del "ripartiamo dai territori" difficilmente potrà fermare del tutto un processo già in atto.
Ma in che senso fermare Reform UK? Deve essere fermato? E perché? Se la gente lo vota vince. Se non lo vota non vince