Il caso Angelo D’Orsi
Perché un professore a lungo moderato e stimato si è convertito alla propaganda russa? Perché la guerra ha cambiato il mondo
A spiegare l’ambizione politica di Angelo D’Orsi non basta la pretesa di un docente universitario di avere un uditorio. Personalità e ambizione devono avere l’occasione di esprimersi. E l’occasione per D’Orsi è stata la polarizzazione del dibattito pubblico dopo l’invasione dell’Ucraina. Il D’Orsi politico è un prodotto della terza guerra mondiale a pezzi
Valerio Renzi
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Giorgia Meloni ha detto: “L’archiviazione disposta dal Tribunale di Firenze nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993 rappresenta l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile: dopo decenni di indagini e processi, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata”. Questa affermazione è falsa
Lo storico Angelo D’Orsi, dopo anni di presenzialismo televisivo e di un’intensa attività da conferenziere politico, ha lanciato un suo movimento. Si chiama Agorà.
Nella card social che lo annuncia è rappresentato dal basso verso l’alto, lo sguardo fiero rivolto verso l’orizzonte.
Il movimento della lunga sciarpa verso destra, mi fa pensare che la reference della composizione dell’immagine, più o meno consapevole, sia il Lenin sul podio di Aleksandr Gerasimov.
La differenza è che Lenin è alla testa di una massa in movimento, D’Orsi è solo in questa rappresentazione.
Che l’iniziativa abbia un forte carattere personalistico, viene confermato dal diretto interessato nella caption del post di annuncio sui social:
“Oggi, 2 giugno 2026, nasce Agorà, il movimento politico che ho deciso di costituire per entrare direttamente nell’agone politico (...).
L’idea di questo movimento è mia, e ne rivendico il significato, pronto ad assumermi le responsabilità.
Ma intorno a me si sta già costituendo un importante nucleo di cittadini, associazioni e garanti determinati a salvare l’Italia, e che vi riveleremo nei prossimi giorni”.
Che il personalismo sia una delle principali caratteristiche della politica del nostro tempo è noto, come il fatto che la politica sia spesso segnata dalla presenza di leader politici anziani.
D’Orsi annuncia il suo debutto da leader di un movimento a 79 anni, anche se già da qualche tempo calca il palcoscenico della sinistra radicale.
Nel 2021 si candida a sindaco di Torino, raccogliendo il 2,5 per cento dei voti. Nel 2022 è capolista di Unione Popolare nel collegio plurinominale di Torino, mentre alle elezioni europee del 2024 si candida con la lista di Michele Santoro Pace, Terra, Dignità: 2.330 preferenze, sesto nella lista.
Ora si presenta sulla scena come colui che può “portare la voce di tutti i milioni di cittadini che in questi anni hanno manifestato per Gaza, per la pace in Ucraina e per il No al referendum costituzionale dove può veramente contare qualcosa”, ovvero in Parlamento.
Ma perché dobbiamo occuparci di Angelo D’Orsi, un professore in pensione?
Perché è nell’osservazione di fenomeni apparentemente marginali che possiamo comprendere alcuni caratteri del nostro tempo.
A spiegare l’ambizione politica di Angelo D’Orsi non basta la pretesa di un docente universitario di avere un uditorio. Personalità e ambizione devono avere l’occasione di esprimersi. E l’occasione per D’Orsi è stata la polarizzazione del dibattito pubblico dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Il D’Orsi politico è un prodotto della terza guerra mondiale a pezzi.
Prima della guerra


D’Orsi ha avuto una carriera accademica invidiabile. Nel 1972 si laurea in filosofia, il relatore della sua tesi è Norberto Bobbio di cui è allievo. Titolare della cattedra di Storia del pensiero politico nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, dirige riviste di settore e dalla sua attività di ricerca derivano numerosi libri, ma pubblica anche saggi divulgativi.
Comunista senza tessera, nel Sessantotto si dice vicino all’area della Nuova Sinistra, ma senza sposarne lo spirito eretico e libertario che l’ha caratterizzata. Cresce all’ombra del più grande intellettuale di sinistra non marxista del Dopoguerra, e i lunghi anni Settanta italiani lo vedono lontanissimo dalle prime file.
Non è un cattivo maestro, piuttosto una figura sullo sfondo.
Il passaggio dalla cattedra alla politica è stato compiuto da D’Orsi proprio grazie alla sua credibilità come studioso, all’autorevolezza come storico e pubblicista.
Collaboratore di numerose testate tra cui La Stampa, per la sinistra radicale al di fuori del centrosinistra è diventato un compagno di strada.
Ma come è stato possibile che da firma del quotidiano che fu degli Agnelli, da autore Feltrinelli in pochi anni si sia trovato a pubblicare per l’Antidiplomatico (che propaganda la linea ufficiale dei governi russo e cinese), e a rilasciare interviste per Byoblu e tutti i vari canali della galassia antisistema, complottista, sovranista?
Perché la guerra ha cambiato il nostro mondo, anche se la maggior parte di noi fatica a coglierlo.
Per D’Orsi l’invasione russa dell’Ucraina ha voluto dire sposare le ragioni della guerra di Vladimir Putin. Non soltanto contestare la strategia dell’Unione europea, opporsi al riarmo e all’invio di armi, dire che la vera colpa del conflitto è dell’espansionismo della Nato ad Est, ma sostenere attivamente e farsi portavoce della propaganda di guerra russa.
Non è accaduto da un giorno all’altro, ma settimana dopo settimana.
Anche la televisione ha avuto la sua parte: i salotti televisivi italiani hanno ricercato in questi anni figure al limite del caricaturale per discutere delle ragioni della pace: più questie stremizzano le proprie tesi, più rafforzano le ragioni dell’oltranzismo bellico ridicolizzando quelle del pacifismo.
Più si viene demonizzati dalla controparte, poi, più si rafforza il bias di conferma, in un circuito che porta a far diventare sempre più estreme le proprie posizioni: se la controparte mi attacca, la mia fanbase mi osanna sempre di più.
È poi successo anche che questo meccanismo, che dai salotti televisivi si è riverberato sui social, ha prodotto effetti nel mondo reale.
Pochi giorni prima del Natale 2025, una sezione Anpi di Napoli organizza un dibattito all’Università Federico II su “Russofilia, russofobia e verità”, che vede tra gli ospiti proprio D’Orsi. All’incontro si presentano tra il pubblico alcuni attivisti pro-ucraini, tra cui l’esponente dei Radicali Matteo Hallissey.
Come c’era da aspettarsi, l’evento termina con un parapiglia tra insulti e spintoni.
Grande rilievo ha avuto sempre lo scorso dicembre, ha avuto un certo rilievo il fatto che a un evento intitolato Democrazia in tempo di guerra, organizzato dallo stesso D’Orsi con la prevista partecipazione dello storico-star Alessandro Barbero, fosse stata a Torino negata più volte la sala (prima il Polo del Novecento, poi il Teatro Grande Valdocco) a seguito di polemiche per la natura delle dichiarazioni filo Putin di D’Orsi.
Un grande successo per il professore, che ha attirato solidarietà ben oltre i confini della propria area politica di riferimento.
La radicalizzazione
Questi eventi sembrano contribuire alla radicalizzazione definitiva di D’Orsi: vittima della censura e portatore di una scomoda verità per la sua fanbase, che si muove a cavallo tra rossobrunismo, ortodossia comunista e antimperialismo degli imbecilli (quella strana idea denominata anche “campismo” secondo la quale ogni imperialismo avverso a quello occidentale è per un alleato), propagandatore delle tesi del Cremlino per chi lo demonizza e lo contesta.
Senza bisogno di invocare la censura - figurarsi se D’Orsi e i suoi ospiti non possono discutere di ciò che gli interessa - c’è però bisogno di riconoscere che oggettivamente Angelo D’Orsi è davvero un propagandista di Putin.
Chi scrive è convinto che il fatto che in Italia esista una vasta agibilità per il soft power russo, sia tutto sommato un sintomo di salute democratica.
Basta riconoscerlo per quello che è.
Per esempio, il festival di documentari del network d’informazione Russia Today, tenutosi a Bologna e che ha fatto tanto discutere, è senza dubbio una di queste attività.
Come lo è quella di canali YouTube e creatori di contenuti, giornalisti e inviati italiani, che si rivolgono al pubblico italiano per rappresentare il punto di vista del Cremlino.
Angelo D’Orsi solo qualche settimana fa si è recato a Mosca, per partecipare alle celebrazioni dei vent’anni proprio di Russia Today.
Evidentemente essere applaudito in patria dalla propria fanbase quando compare sui canali tv italiani non gli è bastato, e ha scelto di sedersi nel salotto della prima serata della televisione di Stato russa, ospite di un compiaciuto Vladimir Solovëv, giornalista noto per aver detto, tra le altre cose, che l’Ucraina è un gatto con i vermi. Gli ucraini sono i vermi e Putin è il veterinario.
D’Orsi va a lamentarsi proprio da lui della censura e del fascismo di casa nostra, come ha fatto giustamente notare la giornalista Cecilia Sala.
A settembre era stato a Minsk, sempre con Russia Today, tra gli ospiti d’onore della presentazione degli stessi documentari di propaganda sulla guerra portati in Italia.
Cosa impedisce a D’Orsi di riconoscere che sta partecipando a un sistema di propaganda di guerra ben articolato, che nel nostro Paese gioca ancora con la confusione dei simboli del Novecento e con l’utilizzo che ne fa il regime di Putin, come ad esempio presentare l’esercito russo come l’erede dell’armata sovietica liberatrice dal nazismo?
L’unica risposta possibile è che D’Orsi lo sappia benissimo, che sappia riconoscere un’autocrazia, ma che dentro la temperie storica della guerra abbia colto la sua occasione di diventare quello che non era stato nella sua vita da accademico. Un uomo che agita le folle, al centro dell’attenzione per le sue idee.
Valerio Renzi è su Substack con la sua newsletter S’è Destra
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L’evento a Roma - 10 giugno
I droni e le nuove forme della guerra
Mercoledì 10 giugno, alle 18, alla sede romana di SDA Bocconi, il Book Club “Leggere il presente” discute il nuovo libro di Gianluca Di Feo, Il cielo sporco, con Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri
“Cielo sporco” è l’espressione con cui i soldati ucraini descrivono l’affollamento dei droni sul campo di battaglia. Un tempo i fanti nelle trincee temevano soprattutto pioggia e vento. Oggi, spesso, li benedicono: il maltempo può tenere lontani i quadricotteri che sorvegliano, inseguono, colpiscono.
La guerra in Ucraina ha reso evidente un processo già in corso: la dronizzazione del conflitto. Dai Predator della Guerra al Terrore ai piccoli droni commerciali modificati al fronte, fino ai sistemi autonomi guidati dall’intelligenza artificiale, la guerra si sta trasformando in un campo di sperimentazione permanente, rapidissimo e scarsamente regolato.
Non è soltanto una questione militare. I droni cambiano il rapporto tra chi guarda e chi è osservato, tra chi decide e chi viene colpito, tra responsabilità umana e decisione algoritmica. A Gaza, in Medio Oriente, in Ucraina, ma anche nelle dottrine militari delle grandi potenze, l’autonomia delle macchine non appartiene più alla fantascienza: è già dentro la guerra contemporanea.
Di questo parleremo mercoledì 10 giugno, dalle 18 alle 19, alla sede romana di SDA Bocconi, in via Nibby 20, nel nuovo appuntamento del Book Club Leggere il presente.
L’incontro sarà aperto dai saluti istituzionali di Gimede Gigante, Director Rome Campus di SDA Bocconi School of Management, e sarà moderato da Stefano Feltri.
A seguire, aperitivo di networking.
Mercoledì 10 giugno 2026
Ore 18.00 – 19.00
SDA Bocconi Roma
Via Nibby, 20 – Roma
Qui il link per registrarsi e partecipare







vera colpa del conflitto è dell’espansionismo della Nato ad Est, Certo
Ascoltando i podcast di Barbero, ho sentito le analisi del professore D’Orsi, spesso presente anche la voce del giornalista Travaglio. Quest’ultimo credo sia promotore di alcuni di questi incontri. Sono voci che sposano la tesi di una reazione russa provocata dall’espansione della NATO e dell’Europa, e di una presunta russofobia degli occidentali. Avergli negato una sala ha accesso ulteriormente la loro convinzione che l’Europa sia cieca e sorda. Non so se D’Orsi coltivasse già l’idea di essere leader politico già in passato. Mi è però difficile comprendere perché un uomo di cultura si spenda tanto per criticare l’Occidente tralasciando l’assoluta mancanza di libertà e democrazia in Russia. Le magagne non mancano da noi, ma possiamo dirlo, scriverlo. Dall’altra parte è rischioso al limite del letale e talvolta oltre. Potrebbe essere accecato dall’ambizione o magari cinicamente consapevole. Mi spiace molto vedere anche Travaglio così schierato.