Altro che Ceuta, il rischio è la Libia
Il governo Meloni monta una polemica con la Spagna in nome della fermezza migratoria, ma trascura il luogo in cui quella fermezza potrebbe essere davvero messa alla prova: la Libia
Se Ceuta ci insegna che i flussi possono essere usati come arma contro uno Stato membro, la Libia ricorda all’Italia che questa arma può essere ancora più efficace quando si combina con frammentazione istituzionale, rendite energetiche contese, sponsor esterni aggressivi e leadership disposte a usare ogni leva disponibil
Arturo Varvelli
Ceuta non è soltanto Ceuta. E non riguarda soltanto la Spagna. È un episodio che illumina un problema molto più grande: il modo in cui i flussi migratori sono diventati, nel Mediterraneo, una leva di pressione politica, un’arma di destabilizzazione, uno strumento di ricatto. Per questo la vicenda merita di essere osservata dall’Italia non con il riflesso polemico di giornata, ma come un precedente che parla direttamente a noi.
La reazione del governo Meloni alla crisi tra Madrid e Rabat è stata, almeno in apparenza, lineare: schierarsi sul terreno della massima durezza, denunciare gli effetti di politiche percepite come troppo permissive, rafforzare la tesi secondo cui l’Europa dovrebbe disinnescare ogni “fattore di attrazione”. Ma proprio qui cominciano i problemi.
Perché questa postura italiana dice meno sulla Spagna di quanto dica sull’Italia, sulla collocazione politica di Giorgia Meloni e sul tipo di agenda europea che sta cercando di costruire.
Sul piano interno, la logica è abbastanza trasparente. Da mesi Meloni sente la pressione della propria destra.
Il passaggio da leader dell’opposizione a presidente del Consiglio l’ha costretta, su molti dossier, a una dose di pragmatismo e moderazione che inevitabilmente ha lasciato spazio politico sul lato più radicale del suo campo.
È in quello spazio che figure come Roberto Vannacci hanno provato a inserirsi, offrendo all’elettorato di destra una versione più identitaria, più aggressiva, meno istituzionale del discorso sovranista.
In questo contesto, la durezza esibita contro la Spagna sulla questione migratoria serve a Meloni per rioccupare il centro emotivo del suo blocco sociale: dire al suo elettorato che, al netto dei compromessi di governo, sulla migrazione la linea resta la stessa, anzi si radicalizza.
Non è un caso che, di fronte a Ceuta, chi la incalza da destra sia apparso relativamente silenzioso: quando il governo sceglie il registro massimo della fermezza, diventa difficile superarlo sullo stesso terreno.
Ma la dimensione interna non basta a spiegare tutto. Ceuta è stata anche l’occasione per una mossa di riposizionamento internazionale.
Meloni da tempo prova a rafforzare il proprio profilo come punto di riferimento europeo della destra securitaria: controllo delle frontiere, esternalizzazione, accordi e hub migratori in paesi terzi, selezione rigida tra mobilità utile e mobilità da respingere.
In questo disegno, Pedro Sánchez rappresenta l’antagonista ideale: un leader progressista, ideologicamente distante, facilmente leggibile come l’altra Europa, quella che secondo questa narrazione confonde diritti e debolezza, apertura e perdita di controllo.
Schierarsi in modo duro contro Madrid significa allora parlare a più pubblici insieme: alla destra italiana, agli alleati europei più inclini alla linea del contenimento, e anche al mondo trumpiano e post-trumpiano che considera la migrazione la cartina di tornasole della sovranità.
Eppure tutto questo rischia di produrre un enorme effetto di distrazione. Perché se Ceuta è il laboratorio simbolico della weaponization dei flussi contro la Spagna, il vero fronte di rischio per l’Italia resta un altro: la Libia.
Il compromesso pericoloso
L’Italia conosce già questo copione. Lo ha vissuto negli anni in cui il collasso dell’ordine libico ha coinciso con un aumento dei flussi, con l’emersione di economie criminali transnazionali, con l’uso intermittente della migrazione come strumento di pressione.
Lo ha intravisto anche nella Tunisia più recente, dove la gestione politica della partenza dei migranti è diventata, a più riprese, una forma di negoziazione aspra con l’Europa.
La lezione dovrebbe essere chiara: quando di fronte all’Europa non c’è uno Stato consolidato, ma un mosaico di attori armati, famiglie di potere, intermediari economici e sponsor esterni, la migrazione diventa facilmente una leva geopolitica. Non è un effetto collaterale. È una risorsa di potere.
Ed è proprio per questo che quanto sta avvenendo in Libia dovrebbe preoccupare Roma molto più delle schermaglie su Ceuta.
Mentre in Europa si discute del caso spagnolo come se fosse la misura della fermezza necessaria, in Libia si sta muovendo un disegno ben più rilevante per l’Italia: un tentativo di imporre dall’alto un nuovo equilibrio di potere che verrebbe presentato come stabilizzazione, ma che rischia di produrre il contrario.
L’iniziativa promossa dall’inviato americano Massad Boulos punta a costruire una formula di power-sharing tra il campo di Abdul-Hamid Dbeiba e quello degli Haftar.
A prima vista potrebbe sembrare l’ennesimo compromesso libico sponsorizzato da potenze esterne. In realtà, il nodo è che questo compromesso sarebbe strutturalmente sbilanciato.
L’assetto immaginato lascerebbe Dbeiba nominalmente alla guida del governo, ma attribuirebbe a Saddam Haftar - il vero erede politico-militare del sistema costruito dal padre nell’est e nel sud del paese - un ruolo centrale e poteri tali da trasformarlo nel dominus del nuovo ordine: influenza sulle nomine strategiche, controllo sui gangli economici e finanziari, primazia nella riorganizzazione del settore militare, presenza decisiva sulla gestione dei grandi progetti energetici.
Non si tratterebbe quindi di una composizione equilibrata tra due poli, ma di una sostanziale investitura di Haftar attraverso una formula apparentemente condivisa. E questo è il primo elemento che dovrebbe allarmare l’Europa: quando in Libia si costruiscono accordi che non risolvono il conflitto ma lo congelano premiando uno dei contendenti, il risultato più probabile non è la stabilità ma il rinvio della crisi in una forma ancora più violenta.
La fragilità di questa architettura è evidente per almeno tre ragioni, come spiega bene il collega di ECFR Tarek Megerisi.
La prima è che manca una vera base di legittimità interna. Il sistema di potere dei Dbeiba e quello degli Haftar non sono il prodotto di un consenso nazionale, ma di equilibri coercitivi, reti patrimoniali, protezioni armate e sponsorizzazioni straniere.
Entrambi i blocchi sono contestati sul terreno. Entrambi sono percepiti da ampi settori della società libica come espressione di un ordine predatorio, opaco, impermeabile alla domanda di accountability emersa dopo anni di guerra, dislocamenti forzati, abuso delle risorse pubbliche.
Un patto tra questi due mondi, se imposto dall’alto, non avrebbe il sapore della pacificazione, ma quello della restaurazione.
La seconda ragione è che neppure i due poli che dovrebbero firmare l’accordo controllano davvero in modo lineare i rispettivi campi.
Nel sistema Haftar esistono rivalità crescenti tra i figli e competizioni feroci per il controllo delle relazioni internazionali, delle milizie, delle rendite economiche e dei canali logistici.
La figura di Saddam non è accettata pacificamente come sbocco dinastico naturale. Anzi, il suo consolidamento ha già alimentato tensioni locali, resistenze tribali, risentimenti interni.
Sul lato occidentale, la posizione di Dbeiba è altrettanto precaria: il suo potere dipende da una galassia di gruppi armati, ceti urbani, interessi economici e centri cittadini - soprattutto a Tripoli e Misurata - che guardano con estrema diffidenza a ogni formalizzazione del potere “haftariano”.
La sfiducia non è astratta: deriva da un conflitto reale, da memorie ancora recenti di guerra, da un timore molto concreto che ogni accordo serva solo a spianare la strada a una nuova concentrazione autoritaria del potere.
La terza ragione è che l’intera operazione ruota attorno a un asse energetico-finanziario che rischia di privatizzare ulteriormente la rendita libica anziché rafforzare le istituzioni statali.
L’obiettivo implicito del disegno è sbloccare grandi partite energetiche - gas offshore, nuovi sviluppi petroliferi, grandi progetti infrastrutturali - attraverso consorzi e formule di gestione che spostano quote di controllo dalle istituzioni pubbliche ai circuiti di potere delle famiglie dominanti e dei loro sponsor esterni.
Ma in Libia l’erosione delle istituzioni centrali, a cominciare dalla National Oil Corporation, non è un dettaglio tecnico: è il cuore della crisi.
Ogni accordo che costruisce stabilità aggirando le istituzioni finisce per alimentare la logica del bottino, cioè esattamente la logica che ha reso il Paese ingovernabile.
Frammentazione o ostilità
Qui l’interesse italiano si fa diretto. Se questo assetto dovesse saltare, il rischio sarebbe un nuovo ciclo di frammentazione e violenza, con effetti immediati sulla rotta del Mediterraneo centrale.
Se invece dovesse reggere nei termini attuali, l’Italia e l’Europa si troverebbero a fare i conti con un potere libico più strutturato ma anche più ostile, meno dipendente dalla ricerca di legittimità internazionale e più libero di usare gli strumenti che già conosce: blocchi selettivi, pressioni energetiche, reti di traffico, gestione opaca dei flussi.
Questo è il punto che nel dibattito italiano continua a essere rimosso. La migrazione irregolare non è solo un fenomeno da governare; in un contesto come quello libico può essere deliberatamente incorporata in una strategia di coercizione. Non si tratta di immaginare una cabina di regia unica o una teoria del complotto lineare.
La weaponization dei flussi funziona spesso in modo più sporco e più realistico: lasciar fare, disattivare controlli, usare intermediari, proteggere reti criminali, aprire o chiudere corridoi secondo convenienza, trasformare la vulnerabilità europea in moneta di scambio politica.
La Libia ha già mostrato in passato che questo repertorio esiste. E diversi attori del campo orientale hanno già dimostrato di saper combinare interessi militari, contrabbando, controllo territoriale e pressione verso l’Europa.
In più, il quadro si complica per la presenza di sponsor esterni con agende non coincidenti con quelle europee. La Turchia vede nella partita libica una proiezione strategica nel Mediterraneo orientale e centrale, oltre che una leva energetica e militare.
Gli Emirati hanno investito da anni nel consolidamento del campo Haftar e nei suoi snodi economici.
La Russia mantiene un interesse diretto nel rafforzamento delle proprie infrastrutture di influenza, dal versante militare ai corridoi logistici e di smuggling che toccano Sahel e Africa subsahariana.
Se un nuovo ordine libico nasce come sintesi di queste interferenze, con il sigillo americano ma senza una vera ownership libica e senza un disegno europeo coerente, l’Italia rischia di trovarsi dentro un equilibrio che non controlla e che può diventare rapidamente ostile ai suoi interessi fondamentali.
I limiti del “modello Meloni”
È qui che il “modello Meloni” mostra tutti i suoi limiti. Sul piano comunicativo è potente: frontiere, deterrenza, esternalizzazione, accordi con paesi terzi, centri offshore, selezione dei flussi.
Il Piano Mattei serve a conferire a questa impostazione una veste più ampia e più presentabile: non solo respingimento e controllo, ma partenariato, sviluppo, energia, cooperazione strategica con l’Africa.
Nella narrazione del governo, il Piano Mattei dovrebbe affrontare le “cause profonde” della migrazione e dare all’Italia un ruolo da potenza ordinatrice nel suo quadrante.
Ma il problema è che questo impianto presuppone una capacità politica di modellare il comportamento degli attori esterni che l’Italia, da sola, non ha.
Se dall’altra parte ci sono poteri ibridi, famiglie armate, sponsor regionali e grandi potenze che considerano la migrazione una leva negoziale, non basta esternalizzare il confine per mettersi al sicuro.
Si può esternalizzare anche la propria vulnerabilità.
Per questo il passaggio della lettera dei 22 Stati europei che attacca indirettamente la giustizia spagnola e collega la crisi di Ceuta alla regolarizzazione dei migranti da parte di Madrid non è solo discutibile: è politicamente rivelatore.
Rivela una tendenza a spiegare le crisi migratorie a partire dai comportamenti degli Stati membri più che dalle strategie degli attori che manipolano i flussi. Ma la sentenza della Corte Suprema spagnola non autorizzava affatto ingressi irregolari: è stata semmai strumentalizzata da chi aveva interesse a produrre pressione.
E la regolarizzazione dei migranti, che attiene alle scelte di politica interna di uno Stato sovrano, non può essere automaticamente trasformata nella causa di una crisi geopolitica.
Il nesso è indimostrato, e anzi serve soprattutto a costruire una narrativa ideologica in cui il problema non è chi usa la migrazione come arma, ma chi all’interno dell’Unione si rifiuta di adottare la grammatica della fortezza.
Eppure, proprio l’esperienza italiana dovrebbe suggerire il contrario.
Se c’è una lezione che arriva dal Mediterraneo centrale è che la sicurezza vera non si costruisce soltanto chiudendo, ma impedendo che dall’altra parte del mare prendano forma assetti politici fondati sull’opacità, sulla frammentazione violenta, sulla privatizzazione delle risorse strategiche e sulla disponibilità a usare i flussi come leva.
Da questo punto di vista, un’intesa libica sbilanciata a favore degli Haftar non sarebbe una soluzione: sarebbe il presupposto di una nuova esposizione italiana (ed europea).
La domanda, allora, non è se l’Italia debba essere severa sul governo delle frontiere, ma se la sua severità stia andando nella direzione giusta. Usare Ceuta per ribadire una postura muscolare verso la Spagna può avere un ritorno politico immediato (anche se neppure i sondaggi sembrano rilevarlo).
Ma se nel frattempo si sottovaluta, o si accetta passivamente, un riassetto libico che moltiplica i rischi strategici per Roma, allora quella fermezza diventa poco più che teatro.
Un approccio serio imporrebbe all’Italia e all’Europa di fare l’opposto di ciò che oggi sembra più facile. Non inseguire accordi di vertice costruiti attorno agli uomini forti, ma rafforzare le istituzioni libiche che ancora possono tenere insieme il paese.
Non premiare la privatizzazione delle rendite, ma ricondurre la partita energetica dentro strutture statali credibili e controllabili. Non scambiare la promessa di ordine con la consegna del potere a chi può usare quell’ordine come strumento di coercizione.
Non confondere l’ossessione per i pull factors (perlopiù da verificare) con l’analisi dei fattori di destabilizzazione.
Perché il rischio vero, per l’Italia, non è la polemica con Madrid. È l’idea che si possa navigare il caos mediterraneo affidandosi a una miscela di propaganda interna, riallineamenti tattici e delega a poteri esterni. In un mare dove la migrazione è già stata usata come arma, questa è una scommessa molto pericolosa.
Il posizionamento dell’Italia
Restano allora due interrogativi politici, che vanno oltre Ceuta e toccano direttamente il posizionamento internazionale del governo Meloni.
Il primo: la durezza mostrata da Meloni su Ceuta e sulla Spagna è stata anche un tentativo di riallineamento con Trump? L’ipotesi non è peregrina.
Sánchezè da tempo uno dei leader europei più lontani dal trumpismo, mentre Rabat ha dimostrato di saper coltivare con attenzione i propri canali con l’area trumpiana.
In questa chiave, prendere le distanze da Madrid e sposare una lettura iper-securitaria della crisi poteva servire non solo alla politica interna italiana, ma anche a mandare un segnale politico verso Washington.
Il secondo interrogativo è ancora più delicato: questo riallineamento è stato cercato anche in funzione libica? Cioè nella convinzione che accreditarsi presso Trump potesse aiutare l’Italia a proteggere i propri interessi in Libia, o quantomeno a evitare che da lì si producesse una nuova weaponization dei flussi migratori contro l’Europa e contro l’Italia in particolare.
Se questa fosse stata la scommessa, resterebbe da capire se si tratti di una scelta realistica o di un azzardo: perché l’attivismo trumpiano in Libia non sembra orientato alla stabilizzazione, ma a un accordo squilibrato che rischia invece di aumentare la vulnerabilità europea.
In fondo, il punto politico è tutto qui: Meloni su Ceuta stava solo parlando alla sua destra italiana, o stava anche parlando a Trump? E, soprattutto, lo faceva anche nella speranza di guadagnare credito sul dossier che per l’Italia conta davvero - quello libico - e di prevenire una nuova strumentalizzazione dei flussi nel Mediterraneo centrale?
Se questa era la logica, il rischio è che Roma abbia scambiato una postura di allineamento per una garanzia di protezione. Ma è proprio ciò che si muove oggi in Libia a suggerire il contrario.
L’attivismo americano non sta costruendo un equilibrio più solido e più legittimo; sta piuttosto cercando di imporre un assetto più funzionale a una spartizione di potere ed energia, fortemente sbilanciato a favore degli Haftar, fragile sul piano interno e potenzialmente esplosivo su quello regionale. In altre parole: non più sicurezza per l’Italia, ma più esposizione.
Ecco allora il paradosso della linea italiana.
Nel momento in cui alza i toni contro la Spagna in nome della fermezza migratoria, il governo Meloni rischia di trascurare il luogo in cui quella fermezza potrebbe essere davvero messa alla prova: la Libia.
Perché è lì, molto più che a Ceuta, che si decide se il Mediterraneo resterà uno spazio governabile o tornerà a essere il teatro di una pressione sistematica contro l’Europa. E per l’Italia, che di quel mare occupa il centro geografico e politico, l’errore sarebbe duplice: sbagliare bersaglio e sbagliare alleato.
Se Ceuta ci insegna che i flussi possono essere usati come arma contro uno Stato membro, la Libia ricorda all’Italia che questa arma può essere ancora più efficace quando si combina con frammentazione istituzionale, rendite energetiche contese, sponsor esterni aggressivi e leadership disposte a usare ogni leva disponibile.
È questo il vero allarme che dovrebbe preoccupare Roma. Non la retorica dei “fattori di attrazione”, ma la possibilità che nel Mediterraneo centrale prenda forma un ordine instabile e ricattatorio, capace di trasformare di nuovo la migrazione in uno strumento di coercizione geopolitica.
In questo senso, la domanda decisiva non è quanto duro voglia mostrarsi il governo Meloni. È se abbia davvero capito dove si prepara la prossima crisi.
Arturo Varvelli è capo dell’Ufficio di Roma dello European Council on Foreign Relations
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Buongiorno,
dopo le dettagliate, acute e inquietanti osservazioni dell’articolo Ceuta - Meloni - Spagna - Libia, ad un lettore sprovveduto verrebbe voglia però di leggere un sequel, tipo lo storico “Che fare?” di Lenin o qualcosa del genere.
Intanto grazie per l’utile lavoro.
Giuseppe Bernardi
Invece di blaterale di blocco navale, perché non si pensa ad una "operazione speciale" di pacificazione in Libia, per riprenderci l'influenza che ci hanno rubato? (scherzo, anche l'IA me lo sconsiglia, ma ... ;-)