Vivere senza
Come si spiega la violenza della Val di Susa? E’ terrorismo, rabbia generazionale o una opposizione violenza e nichilista a un modo di vivere?
Distruggere ogni simbolo di un mondo avvertito come estraneo, alieno, degradato nei suoi valori, come può apparire ad alcuni il progetto Tav, diventa un compito quasi eroico che fornisce un senso a vite vissute lontane da ogni orizzonte di senso
Paola Giacomoni
Un paio di anni fa ho assistito a Parigi a una manifestazione molto violenta contro il presidente Emmanuel Macron in cui era facile inzaccherarsi con le vernici che i manifestanti spruzzavano in giro per tenere lontani curiosi e poliziotti.
Ragazzi di diverse provenienze, vestiti di nero, ma non incappucciati, irradiavano un’energia allarmante, una forza non tenuta a freno, al contrario coltivata nei suoi toni estremi ed elevata a stile.
Lo stile di un gruppo o di una generazione? Non era chiaro, ma l’atmosfera di minaccia e di pericolo era molto percepibile.
Qualcuno intendeva far sentire un’opposizione violenta a qualcosa che era giudicato come il peggiore dei mali, il più grave degrado, qualcosa che si può e si deve odiare. E questo diventava una sorta di marchio, un’attitudine in qualche modo codificata, fatta di azioni di valore simbolico che possono di colpo diventare reali, vera e propria guerriglia urbana.
Lo stile è quello di chi vuole combattere non per un fine preciso, ma contro un intero mondo, contro un completo universo di valori, che va sabotato e attaccato senza esitazioni o calcoli delle conseguenze.
Nelle grida, negli slogan, nelle corse improvvise, seguite da inattesi stop non mi era chiaro quale fosse il vero obiettivo, al di là della rivendicazione contingente.
Non sembrava trattarsi di un gruppo sociale con obiettivi precisi come nella tradizione classica, ma dell’esplodere di una rabbia non più trattenuta, senza un vero intento, se non quello di essere contro nel più risoluto e veemente dei modi.
Provai l’inquietudine di chi assiste a uno spettacolo violento senza avere chiavi di lettura chiare.
In Val di Susa
Qualcosa che mi sembra di aver riconosciuto, basandomi sulle foto e sui reportage giornalistici, negli eventi della Val di Susa dei giorni scorsi.
Ora si parla di comportamenti codificati e di intese tra i singoli in vista dell’azione, di vere e proprie tenute da guerriglia, pensate per non rendersi riconoscibili, dai caschi, ai passamontagna, ai guanti, al nastro adesivo nero sulle scarpe per coprire i marchi.
Come se si trattasse di un gruppo organizzato in vista di azioni violente preparate con precisione e con una strategia. Venivano da mezza Europa, molti i francesi, due tedeschi fermati, tutti giovanissimi. Ma sono davvero terroristi?
Non mi risulta che esista una internazionale del terrore organizzata e armata che recluta giovanissimi in vista di azioni singole. E allora occorre chiedersi di che si tratti.
I loro movimenti poco prevedibili, i loro bersagli non convenzionali hanno mostrato intanto tutta l’inadeguatezza del decreto Sicurezza di febbraio, proposto per una sorta di riflesso punitivo delle destre come inasprimento delle pene e in questi giorni anche come aumento dei poteri di polizia da parte di un governo che della sicurezza ha fatto la sua cifra centrale senza riuscire, per la propria insipienza, a garantirla.
Anche perché quel che non fanno queste destre al potere del tutto incapaci è cercare di capire questo nuovo fenomeno, che a mio avviso va ben al di là dell’obiettivo originario di opposizione alla linea Torino-Lione e che forse non è coordinato o almeno non controllato dall’opposizione civile di alcuni sindaci della Val di Susa e da alcuni attivisti presentati dai giornali come «reperti degli anni Settanta».
Questo nonostante la ripetuta formula «siamo tutti black bloc» rilanciata in questi giorni da alcuni rappresentanti del movimento no-Tav.
I nuovi Bazarov
Non è facile capirci qualcosa. Una chiave possibile, ma certo solo ipotetica, mi sembra quella che collega l’atmosfera di questo momento storico a quella in cui nasce il nichilismo russo a metà Ottocento, riletto in chiave letteraria da Turgenev e da Dostoevskij.
Bazarov, il nichilista di Padri e figli, rappresenta la generazione giovanile dell’epoca che contesta in modo violento i valori e le istituzioni del regime zarista e si presenta come nemica di ogni autorità, compresa quella liberale e moderatamente riformatrice di alcuni, e rifiuta in modo radicale ogni principio assoluto, professando un’idea di scienza disumanizzata e meccanicista come unico accesso al mondo.
Si può «vivere senza», senza illusioni, senza falsi valori, senza palliativi. Con la durezza cinica della gioventù, in grado di aggredire un mondo insensato e odioso, opporsi al quale fa sentire più forti, autosufficienti, capaci di vivere senza i normali conforti etici.
Sono dei nuovi Bazarov questi ragazzi nemici di ogni autorità e di ogni comportamento convenzionale, ribelli nei confronti di un mondo non più avvertito come proprio, del tutto estraneo e quindi da distruggere con ogni arma possibile, in ogni occasione disponibile?
L’impressione è che si tratti della scelta di fare dell’opposizione violenta un modo di vita, senza che questo presupponga fini da raggiungere o cambiamenti da attuare, se non generici e in fondo non rilevanti.
Il gesto distruttivo
Distruggere ogni simbolo di un mondo avvertito come estraneo, alieno, degradato nei suoi valori, come può apparire ad alcuni il progetto Tav, diventa un compito quasi eroico che fornisce un senso a vite vissute lontane da ogni orizzonte di senso.
Si avverte l’assenza di ogni certezza, la falsità di qualsiasi valore, l’estraneità di un mondo, quello occidentale, che pochissimo si occupa di loro e del loro futuro, e che infatti distrugge l’ambiente in cui si troveranno a vivere. A fronte dell’energia fresca dei vent’anni che si sente imbrigliata, negata, sopraffatta da ogni lato e quindi esplode in maniera distruttiva.
Accanto a battaglie ambientaliste condivisibili e decisive per tutti, convive – senza dubbio in piccoli gruppi, ma ben compresi da molti - questo gesto distruttivo sorprendente, questo distacco da ogni socialità positiva, che trova nel gesto violento una delle poche risorse psicologiche rispetto all’irrilevanza inaccettabile di troppe vite.
Questa ipotesi naturalmente non ha il senso di una giustificazione degli atti violenti dei giorni scorsi ma è solo un primo, abbozzato tentativo di decifrare qualcosa in questo dark side del tardo Occidente governato dai folli e dai guerrafondai - quelli veri, quelli con le armi vere - e che viene vissuto come negazione della vita, come distruttivo dell’ambiente e di ogni significato esistenziale riconoscibile.
Far fuori questo mondo appare attraente a chi non ha niente da perdere e forse pochissimo da aspettarsi dal futuro.
Trattarli come terroristi è la risposta semplicistica di chi non si pone domande.
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Il passaggio dalla contestazione pacifica alla contestazione violenta nasce sempre da un fallimento. Il fallimento di ogni tentativo riformista, o per inettitudine o per la preponderanza di forze avverse troppo grandi per essere anche scalfite da una volontà di cambiamento, per quanto motivata. Ne è un esempio il problema epocale del cambiamento climatico, dove si vede chiaramente che di fronte alle richieste di invertire la rotta che conduce alla catastrofe, il potere spesso cerca di dilazionare, sminuire, confondere l'informazione, quando non si pone addirittura in un atteggiamento provocatorio (Gretina, ecc.). Insomma è un miracolo che ancora ci siano movimenti giovanili che cercano di scuotere l'opinione pubblica con metodi non violenti, anche se spesso vengono criminalizzati da chi ha interesse politico a farlo. Forse non siamo alla vigilia di una presa della Bastiglia, a giudicare dalle spiagge e dei luoghi di villeggiatura gremiti di folle gaudenti, ma è certo che un punto di rottura prima o poi ci sarà, come insegna la storia, e non è detto che questo scaturisca necessariamente dalla volontà popolare.
Contesto che siano alieni a ogni socialità positiva perché il festival alta felicità è proprio ritrovarsi, creare comunità di visione e obiettivi. Contesto inoltre che siano solo giovani nichilisti perché Nicoletta Dosio, portavoce e anima del movimento è una signora che ha passato i settant’anni e come lei ci sono molti “ non giovani “, sono abitanti del val Susa che hanno cercato di preservare la loro valle dalla devastazione della TAV che peraltro è un altro ponte di Messina.