Umano e più che umano
LEGGERE L’ENCICLICA/2 - Il cuore antropologico della Magnifica Humanitas di Leone XIV sull’intelligenza artificiale
Dopo aver ricondotto la questione tecnologica alla questione sociale, Leone riconduce la questione sociale a quello che per i cattolici è il punto chiave, cioè la questione spirituale
Andrea Cavallini
Su Appunti leggi anche
Andrea Cavallini è sacerdote da 15 anni nella diocesi di Roma e lavora all’Università Gregoriana, insegnando filosofia.
Inizio dalla fine. Magnifica Humanitas si conclude con una proposta che Leone XIV indica come «un itinerario di vita cristiana» (MH 229) e che declina in quattro punti, che non potrebbero essere più classici di così: fede, speranza e carità (le tre virtù teologali), e la preghiera del Magnificat.
Al termine di un lungo documento sulle conseguenze della rivoluzione digitale nei vari campi della vita umana (informazione, educazione, famiglia, lavoro, guerra, politica), colpisce questo ritorno a temi così tradizionali. Dopo tanta analisi di problemi concreti, si finisce nello spirituale?
In realtà il passaggio è coerente: dopo aver ricondotto la questione tecnologica alla questione sociale, Leone riconduce la questione sociale a quello che per i cattolici è il punto chiave, cioè la questione spirituale.
Ma non è uno spirituale astratto, anzi. È fatto di carne, di ferite, di cicatrici, di amore e desiderio. Insomma, è la vita così com’è, «insieme drammatica e splendida» (MH 120).
Questo mi sembra uno dei punti più interessanti dell’enciclica, che possiamo leggere come una riflessione sulla nostra limitatezza e sulla relazione difficile che abbiamo con il limite.
Se ne parla, in particolare, nel capitolo terzo: Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA.
Una differenza di natura
Il primo aspetto del discorso è un atto di delimitazione che il Papa pone tra artificiale e umano. Se i sistemi di IA riproducono, e in molti casi sorpassano, diverse funzioni cognitive degli esseri umani, come dobbiamo interpretare questa somiglianza? Quando interagisco con un chatbot, con chi sto parlando?
Quando una IA fa una diagnosi medica, sa cosa sta facendo? E quando prende una decisione, devo considerarla responsabile?
Nelle discussioni non specialistiche c’è molta confusione su questo, e non manca chi fa notare che i discorsi sulle IA sono spesso viziati da antropomorfismi, metafore che poi diventano teorie, divulgazioni che condizionano il dialogo pubblico.
Il Papa va al punto nel paragrafo 99, e traccia un confine molto netto: l’intelligenza artificiale – scrive – imita alcune funzioni dell’intelligenza umana e spesso le supera per velocità e ampiezza di calcolo, ma non può vivere esperienze. Niente emozioni, niente responsabilità, niente empatia, niente crescita.
Tra uomo e IA, l’enciclica afferma una differenza di natura, non di grado: i modelli di IA non hanno un grado di coscienza inferiore o una coscienza diversa, ma non hanno proprio coscienza. Usare per l’uomo e per la macchina lo stesso termine “intelligenza” è quindi un equivoco.
Chi segue un po’ il tema sa che, in realtà, questi sono punti su cui tra gli esperti c’è una grande discussione in corso: la coscienza è una caratteristica che emerge quando il sistema diventa abbastanza complesso? una macchina sufficientemente sofisticata può, in linea di principio, sviluppare un’esperienza propria? possiamo parlare di caratteristiche “emotive” per un modello di IA?
Il tono di Leone è magisteriale – afferma senza argomentare (è un’enciclica, non un trattato) – e prende una posizione netta. Può farlo perché queste non sono soltanto discussioni tecniche o scientifiche, ma anche e soprattutto questioni filosofiche: a seconda di come definiamo la persona, la coscienza, la libertà, la responsabilità, possiamo riconoscere o meno queste qualità a ciò che le macchine fanno e sono.
Teorie del superamento dell’umanità
Ma, posto questo confine chiaro tra ciò che è umano e ciò che non lo è, Leone passa alle teorie del superamento del limite proprio dell’essere umano.
Il vero bersaglio del capitolo terzo, infatti, non è l’intelligenza artificiale come tecnologia, ma la visione dell’uomo che la accompagna (MH 117). I paragrafi 115-117 individuano lo sfondo ideologico nelle correnti del transumanesimo e del postumanesimo.
Il transumanesimo immagina di potenziare l’essere umano con la tecnica – biomedicina, ingegneria del corpo, dispositivi, algoritmi – per incrementarne prestazioni e capacità e per superare i suoi limiti intrinseci, come la mortalità.
Il postumanesimo, nelle sue versioni più radicali, ipotizza un passaggio di soglia in cui l’umanità superi se stessa attraverso l’ibridazione con la macchina, in un nuovo stadio evolutivo.
Pur nella sintesi estrema, l’enciclica giustamente nota che non sono due “scuole di pensiero”, ma «un arcipelago di isole concettuali differenti, collegate però dal medesimo mare di presupposti: la centralità della tecnica e il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana».
Insomma, l’essere umano è destinato ad essere superato, o mediante potenziamento che sposta il limite più in là, o mediante ibridazione che definisce una nuova specie.
Magnifica Humanitas propone l’opposto, fino al rovesciamento finale: l’umanità di cui parla l’enciclica è quella che canta il Magnificat, non quella che progetta il proprio superamento.
Assumere il limite
Davanti a questo sfondo ideologico, Leone propone una controparte antropologica precisa, che si articola in due mosse.
La prima è la riabilitazione del limite: «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (MH 118). Incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità non sono difetti da emendare: sono luoghi in cui prendono forma la compassione, la generosità, l’esperienza spirituale, la cura.
La tecnologia che allevia il dolore e aiuta la debolezza è, ovviamente, molto buona. Ma la cultura tecnologica che promette la rimozione di queste esperienze è ingannevole. Rimuoverle del tutto significherebbe diminuire l’umano, non perfezionarlo.
Vale la pena leggere per intero un paragrafo particolarmente bello:
«Anche quando il limite si manifesta come dolore interiore, l’umana saggezza insegna a non rimuoverlo né a sopprimerlo, ma a integrarlo. Per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe, in fondo, spegnere anche l’amore e il desiderio.
Chi ama e desidera, infatti, non può evitare di passare attraverso la prova e la sofferenza, e per questo, lungo gli anni, custodiamo dentro di noi insegnamenti che si imprimono come cicatrici, memoria del cammino compiuto tra libertà e cadute, sogni e delusioni.
È solo grazie all’intreccio di questi elementi che, nel cuore, avvengono quei prodigi dell’animo che ci fanno assaporare il gusto più dolce del nostro essere umani. Rinunciare a questa avventura, insieme drammatica e splendida, in nome di un presunto superamento di ogni limite potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani» (MH 120).
Assumere il corpo
La seconda mossa è affermare la centralità della corporeità che, se ci pensiamo, è l’aspetto più concreto ed evidente della nostra limitatezza.
Torno al paragrafo 99: la differenza tra umano e IA non passa anzitutto per la cognizione – le IA calcolano benissimo – ma per il corpo: esse «non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione». L’umano conosce, sceglie e cresce come essere incarnato, non malgrado il corpo.
È una posizione molto tradizionale in ambito cattolico: l’anima è forma del corpo, non un soggetto del tutto autonomo di cui il corpo sarebbe un accessorio. Gli scenari transumanisti del mind uploading e della “coscienza digitalizzata” presuppongono invece una coscienza separata, disincarnata, impiantabile su un supporto diverso dal corpo.
In altri termini: la differenza che l’enciclica afferma tra umano e intelligenze artificiali non è solo che noi abbiamo coscienza e loro no. È che la nostra coscienza è incarnata, situata, finita, e che proprio in questa incarnazione finita si gioca la grandezza, non la miseria, dell’uomo.
Il vero più che umano
A questo punto l’enciclica compie un ulteriore passo teoretico attorno al concetto di limite. Descritto il transumanesimo come un orizzonte ideologico che insegue un “più che umano” attraverso la tecnica, affermata un’antropologia positiva del limite, Leone non lascia il “più che umano” al lessico del transumanesimo: lo rivendica, mostrando che la tradizione cristiana possiede una propria grammatica del trascendimento in cui eccedere l’umano non significa disumanizzare, ma aprirlo alla relazione con Dio e con il prossimo.
Il “più che umano” è un compimento nell’amore, cioè nel dono di sé e nell’unione: «ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma» (MH 128).
Certo, questa controproposta funziona pienamente dall’interno della fede cristiana, perché si basa sulla fede nel Dio che si è fatto carne, assumendo il limite umano fino in fondo e risorgendo da quel limite estremo che è la morte.
Il livello argomentabile filosoficamente con tutti (credenti e non) resta quello del capitolo terzo nel suo complesso: limite, corporeità, cura, relazione. Non lo considero un difetto di Magnifica Humanitas: è il perimetro proprio di un’enciclica, che si rivolge anzitutto ai credenti senza per questo chiudersi al mondo.
Ora, un’antropologia di questo tipo (limite, corpo, relazione) deve avere una forma di vita riconoscibile. L’enciclica la descrive nella sua conclusione, dove Leone propone quattro modi concreti di abitare l’umanità nell’epoca dell’IA: fede, carità, speranza e preghiera. Sono i quattro punti dai quali siamo partiti.
Il programma di vita cristiana, riletto
I quattro punti che chiudono Magnifica Humanitas perdono allora la loro apparenza di appendice spirituale. Insieme danno risposta ai nodi della parte centrale dell’enciclica. Procedo in modo schematico rimandando alla lettura del testo.
La fede, articolata nei paragrafi 230-233 attorno all’incarnazione del Verbo, è ciò che consente di assumere la propria limitatezza come luogo di incontro con Dio e di salvezza. La fede in un Dio che non bypassa il limite umano, ma lo abita, fonda un’antropologia positiva del limite e si contrappone alle ideologie. Cito un passaggio molto chiaro:
«Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza» (MH 232).
La carità, nei paragrafi 234-236, va intesa come vita ecclesiale di comunione (non come elemosina) ed è la risposta sociale alla frammentazione del legame nell’era digitale. Il sacramento, cioè il simbolo reale e performante, della carità è il rito dell’eucaristia, che unisce gli uomini in Cristo: pensiamo alla potenza del condividere lo stesso pane spezzato.
La salvezza non è una unificazione tecnologica, ma l’unità di amore nel corpo di Cristo: “In Illo uno unum” è il motto di Leone XIV.
La speranza, nei paragrafi 237-242, è l’attesa del “più che umano”. Un’attesa operosa: Leone propone l’immagine del «cantiere del nostro tempo» – immagine che attraversa tutta l’enciclica e che ho già discusso nell’articolo precedente. Il limite assunto nella fede e vissuto nella carità spinge ad agire nella società secondo quel modello che si crede e si vive, un modello umanizzante.
Infine, il Magnificat, paragrafi 243-245, è la preghiera anti-transumanista per eccellenza, il contrario del potenziamento umano. È il canto di una ragazza marginale nella storia degli uomini, eppure centrale in quella di Dio, che insegna a guardare il mondo con gli occhi di fede dei non-potenziati. È il principio, caro a Papa Francesco, che la realtà si capisce meglio dalla periferia che dal centro.
E c’è qui una scelta letteraria forte: l’enciclica si chiama Magnifica Humanitas (la magnifica umanità), ed è chiusa – letteralmente, in apertura del paragrafo 243 – dal canto di colei la cui «anima magnifica il Signore».
Quel “finire nello spirituale” che poteva sembrare sproporzionato è in realtà il punto in cui l’antropologia del capitolo terzo trova la sua forma vissuta. Fede, carità, speranza e Magnificat non sono il rifugio in cui Leone si ritira dopo aver toccato terreni difficili: sono il modo cristiano di abitare il limite nel tempo dell’IA.









Grazie a Don Cavallini e a Appunti per queste belle letture del MH
non poteva essere più chiaro.
sono molto in sintonia con la parte relativa alla coscienza e al limite.
al netto della follia dell'immortalità un pò meno sul piano teorico sul transumanesimo. già il termine è sbagliato secondo me, nulla che possa provenire da un uomo può essere considerato non umano come nulla che esiste o possa esistere in natura può essere considerato innaturale