Perché vince la destra?
Le spiegazioni economiche non bastano più e la sinistra deve aprirsi a idee prima impensabili se vuole provare a dare risposte alternative
C’è da augurarsi che, per uscire dalla marea montante di questa destra reazionaria, “la sinistra dello status quo” esca dalla paralisi che la spinge a difendere l’esistente e riesca a spezzare le gabbie ideologiche che si è costruita addosso negli ultimi quarant’anni. È la realtà a determinare le idee. E la drammatica realtà di oggi ci obbliga a prendere in considerazione idee fino a ieri giudicate eretiche
Enrico Pedemonte
Perché la destra vince? È una domanda che mi pongo da molti anni, da quando – nel 2016 – i cittadini britannici scelsero la Brexit, gli americani mandarono Donald Trump alla Casa Bianca, e in Europa le destre radicali cominciarono a mietere successi quasi ovunque mentre cresceva il numero delle autocrazie nel mondo.
Oggi rispondere a questa domanda (a cui ho dedicato il mio ultimo libro, in uscita in questi giorni: “Perché la destra vince. L’internazionale reazionaria e la sinistra dello status quo”, Nutrimenti) è sempre più urgente.
Siamo di fronte a un presidente degli Stati Uniti che sta portando il mondo alla catastrofe mentre aumenta il rischio che nei prossimi anni, se le destre radicali si imporranno in Italia, in Francia, in Germania e in Gran Bretagna - come sembra possibile e persino probabile - l’Unione europea sarà smantellata.
Molte persone di sinistra - oggi come nel 2016 - si accontentano di luoghi comuni autoconsolatori per spiegare lo slittamento a destra della parte più debole della popolazione.
Dicono che i ceti meno abbienti e meno istruiti non capiscono la complessità del mondo, inseguono le soluzioni sempliciste offerte dai populisti e votano contro i propri interessi. Centinaia di milioni di persone che votano contro i propri interessi? Non mi sembra una spiegazione convincente.
Il potere del disagio
La nuova destra vince perché è riuscita a cogliere i disagi socio-economici e culturali delle classi sociali più deboli (offrendo ricette reazionarie), mentre la sinistra si è limitata a difendere lo status quo.
È una convinzione che ho maturato fin dal 2016 osservando gli itinerari culturali di due personaggi chiave della nuova destra radicale: Steve Bannon e JD Vance, due cartine tornasole di come la destra stesse cambiando.
Il primo, allora principale stratega di Trump, sosteneva la necessità di frenare una globalizzazione che secondo lui “aveva massacrato la classe operaia” in Occidente per “creare una classe media in Asia”.
Il secondo, oggi vice di Trump alla Casa Bianca, esprimeva il suo risentimento verso le élites progressiste in un libro, Elegia americana, uscito proprio nel 2016, che raccontava il degrado socio-culturale del Mid-West, dove la migrazione di posti di lavoro verso i paesi poveri aveva portato disoccupazione cronica, sfascio delle famiglie, droga e disintegrazione dei legami sociali.
Entrambi si scagliavano contro la cultura globalista, auspicavano un nuovo sovranismo e disdegnavano l’elitismo di una sinistra che snobbava i problemi dei più deboli, considerati inevitabili vittime sacrificali sull’altare del neoliberismo.
Ed entrambi si ispiravano a Cristopher Lasch, un radicale di sinistra che già all’inizio degli anni Novanta sosteneva che le nuove élites progressiste e cosmopolite, incapaci di vedere i guasti indotti dalla globalizzazione, guardavano con disprezzo ai valori e alle preoccupazioni della gente comune e usavano la meritocrazia come giustificazione morale per le diseguaglianze che stavano crescendo.
Lasch coglieva un fenomeno già ben visibile in tutto il mondo occidentale. In Italia, già negli anni Ottanta e Novanta i partiti progressisti raccoglievano più voti tra i cittadini più istruiti, e la tendenza era destinata ad accentuarsi dopo il Duemila. (Nelle elezioni del 2013 e del 2018, il voto per il Pd è di 20 punti percentuali superiore tra gli elettori più colti che nel resto della popolazione).
Sono gli anni in cui l’economista francese Thomas Piketty definisce “bramini” i nuovi progressisti, fotografando così una sinistra colta di laureati, votata alla difesa dei diritti civili e all’apertura verso il mondo globalizzato ma sempre più distante dalle condizioni di vita delle classi popolari.
Le antenne sottili
Da dieci anni annoto i percorsi culturali, le giravolte ideologiche e il crescente estremismo dei personaggi che hanno plasmato la politica di questa nuova destra e cerco di mappare quella che il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “internazionale reazionaria”: una rete di organizzazioni e di intellettuali della destra radicale che si estende in tutto l’Occidente.
In quegli anni, una delle prime osservazioni che annotai sul mio taccuino aveva un tono così provocatorio che circondai quelle righe di punti interrogativi, come se volessi attutire quella che mi pareva un’inconfessabile eresia.
Scrissi che la destra sembrava avere antenne più sottili della sinistra e per la seconda volta nell’ultimo mezzo secolo stava cambiando il corso della storia mentre la sinistra restava immobile a guardare.
Negli anni Settanta e Ottanta erano stati Ronald Reagan e Margaret Thatcher a imporre politiche globaliste e una drastica riduzione delle imposte: una strategia a cui le sinistre si erano adeguate solo alla fine degli anni Novanta, quando – obtorto collo – avevano abbracciato “la terza via”.
Ora, mezzo secolo dopo, è ancora la destra radicale a imporre un’inversione di rotta, indicando i guasti provocati dalla globalizzazione, invocando politiche protezioniste, seducendo la classe operaia e lasciando le sinistre con in mano il cerino di un neoliberismo che sembra aver fatto il suo tempo.
In questa sede, per ragioni di spazio, non posso dilungarmi a descrivere le storie dei personaggi che hanno contribuito a forgiare la destra radicale, per molti versi eversiva che conosciamo.
Mi riferisco a intellettuali come il cattolico Patrick Deneen che ha dapprima indicato le ragioni del fallimento del liberalismo (in un libro apprezzato anche da Barack Obama) e dopo pochi anni ha poi chiamato la destra a lottare per un cambio di regime; come Adrien Vermeule, giurista ad Harvard, che invoca un “legalismo illiberale” che consenta di “legiferare la moralità”; come Rod Dreher, che si trasferisce a Budapest convinto che la ricetta “illiberale” di Orbán debba essere esportata in tutto l’Occidente (è anche grazie a Dreher se oggi Orbán viene acclamato come una rockstar quando si presenta alle conferenze della nuova destra); come Curtis Yarvin, che sui social conta milioni di follower, si dichiara favorevole a una monarchia guidata da un amministratore delegato, è amico di JD Vance ed è ormai ospite frequente di influenti programmi televisivi: è lui a proporre per primo di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso, un’idea poi ripresa da Trump.
Distruggere l’Europa
In questo contesto, che assume toni venati da un inquietante radicalismo, lo smantellamento dell’Unione europea diventa un obiettivo centrale. La Heritage Foundation, forse il più importante think tank conservatore americano, mette l’Europa nel mirino con una strategia definita “nazionalismo internazionalista”.
Le conferenze dei Cpac (Conservative Political Action Conference) diventano un rituale punto di aggregazione della destra mondiale, a cui partecipano leader come Giorgia Meloni, Marine Le Pen, Marion Maréchal.
Quando Trump (o Giorgia Meloni, o un altro leader di questa destra radicale) si lanciano in una delle numerose campagne per smantellare le istituzioni – che si tratti del sistema giudiziario, dell’università, della sanità, o di denunciare i limiti dell’Unione europea - ai democratici non resta che reagire difendendo lo status quo, magari accusando gli avversari di danneggiare la democrazia.
Ma si tratta di un’opposizione che non convince gran parte dell’opinione pubblica che ha perso la fiducia nella democrazia, nella classe dirigente e nelle politiche del passato: sono state le politiche delle istituzioni neoliberiste a favorire la crescita delle diseguaglianze e dell’immigrazione, le due emergenze chiave che hanno favorito la crescita della destra. Lottare contro chi vuole cambiare il mondo contrapponendo la difesa dell’esistente non porta lontano.
Le risposte possibili
Cosa deve fare la sinistra? Sono numerosi gli intellettuali progressisti che forniscono indizi di una nuova politica per evitare che l’Occidente precipiti nel baratro dell’autoritarismo. Mi limito a citarne alcuni che, ciascuno per diverse ragioni, hanno ispirato capitoli del mio libro.
Thomas Piketty - partendo dal presupposto che questa globalizzazione abbia favorito i grandi capitali e penalizzato il lavoro - propone la costruzione di istituzioni sovranazionali che fissino regole comuni per tassare i grandi patrimoni e i profitti delle multinazionali.
Il premio Nobel Joseph Stiglitz chiede norme per tracciare i capitali e lottare contro i paradisi fiscali. Daron Acemoglu (anch’egli Nobel) sottolinea la necessità di regolare le multinazionali, in particolare le grandi piattaforme digitali, per evitare l’eccessiva concentrazione di potere economico e politico.
Dani Rodrik si spinge più in là: afferma che “la globalizzazione nella forma attuale è incompatibile con la democrazia” perché “distrugge la sovranità politica e con essa la fiducia dei cittadini nello Stato”; secondo lui è necessaria una transizione verso un’economia globale basata su nuovi principi che tutelino le esigenze degli stati nazionali: è quello che accadde dopo la grande depressione del 1929.
L’ultimo è forse il più scomodo da citare: Wolfang Streeck, un economista tedesco che ha recentemente pubblicato un libro (Taking back control) a cui il “New York Times” ha dedicato un articolo titolato: “Questo pensatore anticonformista è il Karl Marx dei nostri tempi”.
Streek – come Rodrik - sostiene che gli Stati Nazione, nel mondo della globalizzazione neoliberista, hanno ormai così poco potere da non riuscire più a difendere i popoli dalle intemperie dell’economia mondiale. Per questa ragione è scettico sul futuro di questa Unione europea.
Vale la pena citare la posizione di Streeck sulle sfide posta dall’immigrazione. Consapevole di portare alla luce “fatti scomodi”, ci ricorda che in Occidente, fino agli anni Ottanta, i sindacati e le sinistre erano generalmente favorevoli a un rigido controllo dei confini, per proteggere la classe operaia dalla concorrenza di lavoratori stranieri a basso costo. Al contrario, in quegli anni la destra neoliberista favoriva l’alleggerimento dei controlli alle frontiere.
Poi i ruoli si sono rovesciati. La sinistra ha visto mutare la sua base sociale e ha scelto di deregolamentare il controllo dei confini nazionali. Così facendo – scrive Streeck – “consente un’immigrazione aperta e senza limiti, abbandonando un elemento centrale del suo programma storico”.
Un tempo la classe operaia era unita nella lotta contro gli imprenditori che mettevano i lavoratori gli uni contro gli altri, mentre ora la sinistra accetta che gli operai dei paesi poveri competano con i locali per gli stessi posti di lavoro. Streeck nota con sarcasmo che la sinistra (istruita) che propone solidarietà verso gli immigrati è generalmente composta da persone che “hanno lavori fuori dalla portata dei migranti”.
In un saggio pubblicato su The Nation, Mathew Karp ricorda che per Karl Marx i partiti non sono definiti dai programmi dichiarati, ma dalla loro base sociale.
Questo indurrebbe al pessimismo, perché la base sociale della sinistra è ormai, in tutto l’Occidente, dominata da una borghesia colta e benestante che gode dei benefici della globalizzazione, vede di buon occhio la libera circolazione dei capitali, non ama gli aumenti delle imposte ai più ricchi e non risente dei disagi sociali che l’ondata migratoria provoca inevitabilmente nei quartieri meno fortunati.
C’è da augurarsi che, per uscire dalla marea montante di questa destra reazionaria, “la sinistra dello status quo” esca dalla paralisi che la spinge a difendere l’esistente e riesca a spezzare le gabbie ideologiche che si è costruita addosso negli ultimi quarant’anni. È la realtà a determinare le idee. E la drammatica realtà di oggi ci obbliga a prendere in considerazione idee fino a ieri giudicate eretiche.Damasco e i curdo-siriani. Tenerli separati è però uno dei riflessi di questa visione che privilegia la frammentazione, il divide et impera, rispetto a una ricomposizione unitaria del tema dei diritti.








mah. mi spiace ma l'impianto generale non mi ha convinto del tutto
1) l'uomo è cacciatore, non ci sono più mezze stagioni e la sinistra è fatta da una classe agiata snob che vive nelle ZTL. un luogo comune. nella mia esperienza è di una verità lampante invece un'altro luogo comune, c' è un rapporto inversamente proporziale tra cultura ( che non significa scolarità) e voto a destra, e essendoci anche un rapporto seppur non così forte tra livello culturale e lievello economico questo può dare l'illusione ottica che anche il primo luogo comune sia in essere, ma non sono la stessa cosa
2) l'articolo parte da un presupposto di determinanti razionalità e di interesse del voto. il votare ( condizione necessaria ma non sufficente in democrazia) non è mai stato solo razionale ma ha sempre veicolato 2 capisaldi dell'uomo sociale , la paranoia e la nevrosi ossessiva. adesso molto più di prima perchè la destra ha spostato l'asse del discorso in un ambito che direi pre-politico, emotivo, tribale, simbolico. In questo internet le ha dato una grande mano. in tal senso nessun leader di destra attuale può dirsi "occidentale" meno di tutti steve bannon. questo è avvenuto in una fase in cui è venuto al pettine dopo un secolo un "vuoto di senso" , liberatorio su base epocale ma spaventoso su base di un orizzonte esistenziale stretto, da cui concetti totem come nazione , tradizione e soprattutto identità, concettualmente risibili ma la coperta di linus per gente spaventata e impaurita nel buio. Se penso all'elettore di destra( e ho amici elettori di destra) non penso a gente catturata da ricette economiche ma a gente che ha paura un pò non capisce e che vorrebbe tornare agli anni 80.
anch'io, ero giovane , non avevo i capelli bianchi e giocavo a calcetto
3) la globalizzazione non è che si può scegliere, è un portato del drive tecnologico. essere antiglobalisti è un pensiero-truffa. certo si può governare in vari modi, e sicuramente la maniera migliore di governarla è accettarla. certo che se la usiamo come sponda per il turboliberismo senza regole è chiaro che poi il disagio può venire sfruttato da chi lo sa fare meglio, proponendo la stessa cosa ma con narrazione diversa. ma poi si parla di globalizzazione in termini economici, che è l'avanguardia, di butta sempre il portafoglio oltre l'ostacolo, ma in coda c'è in atto una globalizzaione politica, culturale , razziale. ci vorra qualche secolo ma ci arriveremo, e penso sarà un grande momento, che nessuno di noi vedrà. gia..
4) ...l'immigrazione. nella mi esperienza è il fattore numero 1, in assoluto e nella mia esperienza è 80% narrazione. ma 20% no. la destre sono disoneste a raccontare che è evitabile, le sinistre disoneste nel raccontare che non sia ANCHE un problema , di svalutazione del lavoro,di ordine pubblico anche se un decimo di quanto viene raccontato ,di portato patriarcale ecc.. che va affrontato con razionalità, etica, dialettica, oltre che con un pò di forza e di convinzione. e anche molti soldi, che ti ritorneranno come capitale umano, scusate l'espressione aziendalista, sicurezza e ricchezza. ma noi preferiamo dire o non ci sono problemi e che con la cultura delle spose bambine si deve dialogare oppure vagheggiare di terrorismo islamico , del presepe a natale o di sostituzione etnica, per poi fare lavorare i nuovi schiavi a 1 euro l'ora magari a pochi km dalla guardia di finanza e carabinieri.
Il libro, se non sbaglio, è stato molto apprezzato dalla professoressa Nadia Urbinati in un talk show de La7. E credo che le ragioni espresse qui in sintesi siano tali da "costringere" a studiare quella sinistra meritocratica, snob, che difende lo "status quo" (vedi ad esempio la sordità su temi come la sicurezza, l'assenza di parole vere che suscitino negli elettori un minimo di emozione, un discorso sul lavoro che vada oltre la rivendicazione del c.d. 'salario minimo', la tassazione anche nella forma di patrimoniale di quel gruzzolo assai minoritario di italiani che ha guadagnato 150 miliardi in un anno) le ventilate soluzioni proposte per bocca di Pedemonte dagli esperti citati, immagino, anche nel libro.
Che la Schlein e il suo "cerchio magico" comincino a fare sul serio (nel suo partito vedo solo uno come Cuperlo a porsi problemi del genere), perché le elezioni sono quasi alle porte e non mi pare che ci arrivino preparati. La Destra, che va detto è incapace e del tutto inadeguata al ruolo che ricopre, rischia di fare il bis.