Ossessione concordato
Il governo Meloni vuole offrire ancora nuovi sconti e premi agli autonomi che si impegnano a pagare un po’ più di tasse invece di evaderle. Ma un premio agli onesti mai?
Nel primo anno dopo l’arrivo al governo di Giorgia Meloni, il 2023, la differenza tra l’Iva che sarebbe dovuta entrare nelle casse dello Stato e quella che è stata effettivamente versata è cresciuta in Italia dal 14,5 al 15 per cento del dovuto, arrivando a 25 miliardi di euro
Roberto Seghetti
Ci risiamo. Da quando il governo di Giorgia Meloni ha varato lo strumento del concordato preventivo biennale per le partite Iva, appena se ne parla scatta nei ministri, nei parlamentari e negli esperti, soprattutto quelli vicini alla destra, un singolare riflesso pavloviano.
La prima cosa che pensano, come se fosse la più normale del mondo, è la seguente: “Che cosa possiamo concedere a questi contribuenti perché accettino di dichiarare al fisco qualcosa in più e di pagare le relative tasse?”.
La prima volta il governo non ebbe il coraggio di proporre subito un condono tombale: prima dell’estate 2023 si cominciò a ventilare l’ipotesi di un concordato biennale con i contribuenti a partita Iva, ipotizzando entrate aggiuntive da sogno.
Ad agganciare un bel colpo di spugna tombale per pochi spiccioli sulla tassazione dei redditi 2018/2022 furono, durante i lavori parlamentari, i deputati di Fratelli d’Italia, di Lega e Forza Italia. Motivo: invogliare i contribuenti ad accettare di dichiarare qualcosa in più del solito.
Si arrivò così al decreto legislativo 12 febbraio 2024, numero 13, che fissò i termini per il biennio 2024/2025.
Nonostante il regalo, il risultato fu a dir poco modesto: aderirono 400 mila partite Iva (su un totale di 2,7 milioni) da contribuenti soggetti agli indicatori sintetici di affidabilità e il resto (su un totale di circa 1,7 milioni di soggetti) da contribuenti che avevano scelto il sistema forfettario.
L’incasso previsto di questo primo step fu di circa 1,3 miliardi di euro in due anni, 425 milioni di euro per il 2024 e 865 per il 2025.
Per invogliare altri contribuenti ad aderire, la seconda versione (biennio 2025/2026), frutto delle modifiche apportate da ulteriori interventi del governo, fu affiancata da un’estensione del condono per il 2023 e da ulteriori benefici, agevolazioni, sconti nel pagamento in caso di redditi superiori a quelli concordati.
Ne furono esclusi i cosiddetti forfettari, cioè i contribuenti a partita Iva che già pagano a sconto solo il 15 per cento sul 75 per cento del fatturato annuale, purché non superi gli 85 mila euro l’anno.
In queste settimane si è appena riaperto il cantiere per il biennio 2026/2027. Già è scattata la fatidica domanda sui regali e i premi da offrire in cambio dell’accordo tra Agenzia delle entrate e contribuenti a partita Iva; domanda lasciata trapelare dal governo forse per preparare il terreno e rafforzata dal sostegno dei commercialisti.
“Lo strumento del concordato ha già delle premialità, chi non ha aderito evidentemente non le ha apprezzate”, ha dichiarato nei giorni scorsi a La Stampa Salvatore Regalbuto, che nel consiglio nazionale dei commercialisti ha la delega per la fiscalità.
Già. Perché le partite Iva non hanno apprezzato le “premialità”, come le ha chiamate Regalbuto? È il caso di approfondirlo, perché spiega molte cose.
Due sono infatti le ragioni di fondo. La prima: non si vede la ragione per la quale chi non prevedeva di incassare più di quanto già dichiarava avrebbe dovuto accettare le proposte più alte dell’Agenzia delle entrate (nel concordato preventivo lo Stato propone di dichiarare un certo giro di affari e il contribuente, se accetta, paga a sconto e non ha controlli).
La seconda ragione è altrettanto importante: chi aveva dichiarato meno del dovuto ha deciso che valeva la pena di correre il rischio di essere intercettato. Perché?
Perché il rischio è minimo, nonostante la campagna di comunicazione del governo sui progressi nella lotta contro l’evasione fiscale, e perché con l’avvento del governo Meloni nel 2022 c’è sempre un condono e una rottamazione delle cartelle esattoriali pronti a partire.
Quindi, è difficile essere individuati e in ogni caso, una volta “pizzicati” dal fisco, si può sempre sperare in uno sconto, in un condono, in una dilazione decennale.
Non a caso, secondo l’ultimo report dell’Ue (Vat gap in Europe), nel primo anno dopo l’arrivo al governo di Giorgia Meloni, il 2023, la differenza tra l’Iva che sarebbe dovuta entrare nelle casse dello Stato e quella che è stata effettivamente versata è cresciuta in Italia dal 14,5 al 15 per cento del dovuto, arrivando a 25 miliardi di euro.
E dopo una ventina di interventi tra sconti, depenalizzazione, cancellazioni di penalità e condoni di vario tipo, ancora oggi siamo alle prese con l’ennesima rottamazione delle cartelle.
Un fisco troppo amico
È la politica del cosiddetto fisco amico, proposta e perseguita dal viceministro dell’Economia, Maurizio Leo.
Una politica che ha sicuramente alcuni aspetti positivi, come la maggiore possibilità di difesa e di spiegazione dei contribuenti o la maggiore flessibilità nel pagamento delle imposte per coloro che sono sul mercato e non sempre hanno la sicurezza dei propri introiti; ma che ha anche moltissimi aspetti negativi, se interpretata in una versione troppo favorevole a chi non fa il proprio dovere in un Paese come l’Italia, dove l’evasione fiscale si aggira intorno ai 90 miliardi di euro l’anno, oltre quattro volte la manovra finanziaria del governo per il 2026, e dove il welfare (sanità, scuola, assistenza, previdenza…) è in una situazione molto vicina al punto di rottura.
Che cosa accadrà dunque con il terzo concordato biennale anticipato? Di sicuro è ripartita la giostra sulle “premialità” aggiuntive da offrire questa volta.
Potrà essere la possibilità di usare il cosiddetto iperammortamento al 180 per cento (si può dedurre fiscalmente una somma pari al 180 per cento di quanto si investe fino a 2,5 milioni di euro) anche se si firma il concordato biennale con l’Agenzia delle entrate, cosa per ora negata? Se ne parla molto. Staremo a vedere.
Ma intanto, come si dice, sorge spontanea una domanda: ma a voi il fisco ha mai proposto un premio per pagare quel che dovete?







Il miglior premio per gli onesti sarebbe uno Stato che scova i disonesti......Un paese che da decenni ha tre primati concomitanti tra le democrazie svluppate di mercato : debito/pil, ricchezza privata netta/pil e livello di evasione fiscale è un paese in cui - proprio grazie alla evasione - il debito non è servito a far crescere il pil (benessere per tutti) ma la ricchezza privata (benessere per pochi). Il governo attuale è pura propaganda ("le tasse sono un pizzo dello Stato...." ci ricorda qualcosa ?)
Paolo Giovannucci
Malgrado il tono apocalittico del pezzo, l'unico dato concreto che ne esce è "la differenza tra l’Iva che sarebbe dovuta entrare nelle casse dello Stato e quella che è stata effettivamente versata è cresciuta in Italia dal 14,5 al 15 per cento del dovuto". Insomma, questo governo che aiuta gli evasori ha fatto peggio di un misero 0,5% rispetto ai democratici e fiscalissimi governi delle legislature precedenti, presieduti e animati da insigni economisti del calibro di Draghi, Visco ecc. Non viene nemmeno sfiorata l'ipotesi che la spinta premiale alle autodichiarazioni sia la tacita ammissione dell'incapacità atavica dello Stato (non specificamente del governo Meloni!) di incassare, di dar seguito agli accertamenti; ovvero la non convenienza economica di esazioni che costano di più in accertamenti di quanto non rendano in riscossioni. Il che è doloroso, deplorevole ecc., ma è connaturato all'Italia del "miracolo economico" (fondato anche sull'evasione fiscale) e del capitalismo predatorio ed evasore della "razza padrona", con cui ogni governo repubblicano è sempre venuto a patti.