Il difficile equilibrio del Messico tra Cuba e USA
CRISI AMERICANE, CRISI GLOBALI -La presidente Claudia Sheinbaum cerca di mantenere il sostegno all’isola caraibica nonostante la pressione crescente dell’amministrazione Trump
Da un lato, il Messico mantiene una retorica di solidarietà nei confronti di Cuba, coerente con una tradizione diplomatica che affonda le sue radici nel Novecento; dall’altro, adotta una postura prudente sul piano operativo, evitando di compromettere in modo diretto i rapporti con il suo principale partner strategico
Lara Ariberto
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Appunti è Media Partner della seconda edizione del Festival della Politica Internazionale organizzato dal Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Napoli L’Orientale che si è tenuto a maggio. Qui il link per vedere gli eventi Su Appunti pubblichiamo analisi firmate da alcuni degli speaker e degli studenti che hanno contribuito a realizzarlo. Questo intervento è firmato da Lara Ariberto, dottoranda di ricerca in Storia e Istituzioni delle Americhe presso l’Università di Napoli L’Orientale.
«Non è di adesso, è da sempre... C’è sempre stato sostegno a Cuba fin dalla sua Rivoluzione». Con queste parole, Claudia Sheinbaum ha evidenziato la continuità di una relazione che ha attraversato governi messicani di orientamento diverso e che, da oltre sei decenni, svolge un ruolo cruciale nella politica estera del Paese.
Fin dall’inizio del nuovo irrigidimento statunitense verso L’Avana, la presidente messicana ha infatti ricordato che il sostegno a Cuba non rappresenta un’eccezione ideologica né una novità introdotta dal Movimiento Regeneración Nacional, comunemente noto come Morena, ma una costante della diplomazia messicana.
Negli ultimi mesi, gli aiuti del Messico a Cuba hanno riportato l’attenzione su una relazione storica che, nel tempo, ha contribuito a definire un profilo di politica estera spesso orientato a mostrare una certa distanza dagli Stati Uniti.
Nonostante la sua collocazione geopolitica nello spazio nordamericano e l’intesa interdipendenza con Washington, Città del Messico ha infatti cercato di mantenere nel tempo margini di autonomia, come dimostrano le storiche posizioni assunte sull’America centrale e in particolare sulla stessa Cuba.
In un contesto segnato da una nuova fase di crisi economica ed energetica dell’isola e da un rinnovato inasprimento della politica statunitense verso L’Avana, le scelte dell’esecutivo della Sheinbaum sembrano inserirsi in una dinamica in cui la ricerca di autonomia si confronta con pressioni internazionali, in particolare del vicino con cui confina, che tendono a spingere verso un distacco dall’isola caraibica.
Più che esprimersi in forme lineari, la ricerca di autonomia appare dunque come un processo fatto di aggiustamenti progressivi e di bilanciamenti.
Da un lato, il Messico mantiene una retorica di solidarietà nei confronti di Cuba, coerente con una tradizione diplomatica che affonda le sue radici nel Novecento; dall’altro, adotta una postura prudente sul piano operativo, evitando di compromettere in modo diretto i rapporti con il suo principale partner strategico.
In questo senso, le scelte recenti sembrano inserirsi in una dinamica già individuata da Mario Ojeda, secondo cui il Messico ha potuto esercitare una politica estera definita di “maggiore indipendenza relativa”.
In base a quella che poi è diventata una dottrina, Città del Messico non rompe con Washington, ma cerca spazi limitati di dissenso dove può inserirsi. Cuba è stata a lungo uno di questi spazi.
Gli Stati Uniti hanno tollerato una certa distanza messicana in merito alle posizioni sull’isola, purché non fossero messi in discussione gli interessi vitali statunitensi e fosse garantita la stabilità del vicino meridionale. In cambio, il Messico ha continuato a cooperare sui dossier ritenuti sensibili per la Casa Bianca.
Il rapporto con Cuba
Il caso cubano sembra riprodurre ancora oggi quella logica, ma in un contesto più esposto e meno permissivo. Gli aiuti umanitari consentono alla Sheinbaum di non interrompere il legame con il governo cubano e di riaffermare una continuità storica della diplomazia messicana.
Allo stesso tempo, la riduzione dell’esposizione sul terreno energetico segnala che l’autonomia non è uno spazio dato una volta per tutte, ma un margine continuamente negoziato.
Cuba, più che un’eccezione, diventa così il luogo in cui la politica estera messicana rivela la sua natura più ambivalente: né una sfida frontale agli Stati Uniti, né una semplice subordinazione, ma un esercizio costante di adattamento tra solidarietà politica, vincoli strutturali e prudenza strategica.
Questa dinamica, tuttavia, non si esaurisce nel rapporto con Washington. La centralità assunta da Cuba nella politica estera messicana recente va letta anche alla luce della trasformazione interna prodotta da Morena e della rielaborazione ideologica del legame con L’Avana durante il governo di Andrés Manuel López Obrador (AMLO).
Dalla precedente amministrazione, la relazione con Cuba ha assunto una centralità politica e simbolica più marcata.
Il governo messicano attuale mostra, infatti, una forte continuità con il suo predecessore: da un lato, mantiene una gestione della politica estera spesso caratterizzata da una bassa priorità strutturale; dall’altro, riattiva la diplomazia presidenziale su alcuni dossier simbolici, attraverso dichiarazioni pubbliche, partecipazione a forum internazionali e prese di posizione orientate a riaffermare i principi tradizionali.
Con AMLO, il sostegno a L’Avana non si è limitato alla retorica diplomatica, ma si è tradotto in forme concrete di cooperazione, incluse le forniture energetiche.
L’ex presidente messicano ha recuperato il lessico della solidarietà latinoamericana e della resistenza all’embargo, presentando l’aiuto a Cuba come un modo per riaffermare l’autonomia del suo Paese di fronte a quella che veniva definita una politica statunitense “medievale”.
È in questo passaggio che il rapporto tra Città del Messico e L’Avana assume una forma diversa rispetto al passato.
Juan Pablo Prado Lallande, studioso messicano, ha distinto la cooperazione più “orizzontale” che caratterizzava storicamente il rapporto tra i Paesi durante i governi del Partido Revolucionario Institucional (PRI) da una forma di assistenza più “verticale” emersa durante i governi Morena.
In questa lettura, il sostegno messicano all’isola caraibica appare meno come uno scambio reciproco tra partner e più come una forma di assistenza politica e materiale, quasi “paternalistica”, in cui la solidarietà diplomatica si intreccia con una logica di sostegno diretto.
Sheinbaum eredita questa impostazione, ma si trova a gestirla in un contesto più delicato. Dopo il blitz dei primi giorni dell’anno in Venezuela, l’attenzione del presidente Trump, nel continente americano, si è spostata verso Cuba. L’attuale presidente ha fin da subito criticato apertamente l’imposizione di sanzioni statunitensi sulla spedizione di petrolio.
La difesa attiva da parte del Messico non si è limitata alle conferenze stampa del capo di Stato, ma ha compreso i portavoce del Parlamento e le voci più influenti e più “radicali” del partito. Lo stesso presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha esplicitamente incluso Morena nella lista dei ringraziamenti per gli aiuti.
Prima del 2026 il flusso di cooperazione verso l’isola non era mai stato interrotto da forze esterne. La nuova pressione dell’amministrazione Trump sull’isola e sui Paesi disposti a sostenerla ha costretto il governo messicano a ricalibrare la propria strategia.
Nei mesi precedenti, il Messico era diventato uno dei fornitori rilevanti di petrolio per Cuba: secondo Reuters nel 2025 Pemex avrebbe inviato all’isola circa 17.200 barili al giorno di greggio e 2.000 barili al giorno di prodotti petroliferi nei primi nove mesi dell’anno.
La scelta di fornire aiuti umanitari mostra l’adattamento della politica estera messicana che consente a Sheinbaum di mantenere il legame con L’Avana e di preservare il significato politico della relazione, evitando però di trasformare il dossier cubano in uno scontro frontale con Washington.
La cooperazione sanitaria, attraverso il ricorso a medici cubani in base ad accordi intergovernativi, rafforza ulteriormente questa lettura: la relazione bilaterale si sviluppa sempre meno sul piano commerciale e sempre più attraverso forme di collaborazione politica tra governi.
L’autonomia come identità politica
La relazione con L’Avana è anche uno spazio attraverso cui le diverse élite messicane hanno definito la propria identità politica e il proprio modo di intendere l’autonomia nazionale.
Durante la lunga stagione del PRI, il mantenimento dei rapporti con Cuba servì a riaffermare la tradizione diplomatica della sovranità, dell’autodeterminazione e della non ingerenza, permettendo al Messico di presentarsi, sia internamente che esternamente, come un attore latinoamericano autonomo senza rompere il legame strategico con Washington.
Con l’arrivo del Partido Acción Nacional (PAN) al potere negli anni 2000, quella stessa relazione venne reinterpretata in chiave diversa: l’autonomia non passava più soltanto dalla difesa della non ingerenza, ma dalla costruzione di un’identità internazionale democratica, più critica verso il regime cubano e più attenta al linguaggio dei diritti umani.
In entrambi i casi, Cuba non fu un dossier marginale, ma uno specchio dell’immagine che ciascun gruppo dirigente voleva proiettare del Messico.
Con Morena, e in particolare con López Obrador prima e Sheinbaum poi, il legame con Cuba torna ad assumere una funzione identitaria più vicina alla tradizione di solidarietà latinoamericana. La cooperazione con L’Avana non appare soltanto come un’eredità del governo precedente, ma come una componente intrinseca della visione del mondo di una parte significativa dell’attuale area politica di governo.
Cuba diventa il luogo in cui riaffermare sovranità, solidarietà regionale e critica alle sanzioni statunitensi.
In un quadro del genere, anche il richiamo alla Doctrina Estrada non opera solo come riferimento giuridico-diplomatico, ma come linguaggio politico: serve a giustificare una postura di neutralità, a evitare condanne aperte contro governi considerati affini o strategicamente sensibili e, allo stesso tempo, a difendere la sovranità nazionale davanti alle pressioni degli Stati Uniti rispetto a tematiche come migrazione, sicurezza e narcotraffico.
Questa dimensione identitaria aiuta a spiegare perché la questione cubana continui ad avere un peso superiore alla sua rilevanza economica. Il rapporto con L’Avana vale meno per ciò che produce sul piano commerciale che per ciò che consente di rappresentare sul piano politico: un Messico sovrano, latinoamericano, capace di non allinearsi automaticamente a Washington.
Tuttavia, proprio perché oggi l’integrazione economica con gli Stati Uniti è molto più profonda rispetto al passato, questa identità deve essere continuamente rinegoziata. Con Sheinbaum, la solidarietà verso Cuba resta un elemento politico centrale, ma assume una forma più prudente.
Un rapporto più commerciale?
Ad oggi, la possibilità di riprendere le esportazioni energetiche verso Cuba sembra volersi riformulare in termini meno politici e più commerciali. Il riferimento a eventuali richieste provenienti da imprese private cubane, in particolare nel settore turistico, consente al governo messicano di presentare le forniture non come un sostegno diretto all’apparato statale dell’isola, ma come normali transazioni economiche.
Questa ridefinizione dovrebbe attenuare le implicazioni diplomatiche del dossier energetico e ridurre il rischio di nuove frizioni con Washington.
Allo stesso tempo, l’apertura parziale dell’economia cubana offre al Messico la possibilità di spostare gradualmente la relazione da una logica di assistenza a una forma di cooperazione economica più articolata, senza abbandonare del tutto la narrazione politica della solidarietà storica tra i due Paesi.
In questo senso, la fase attuale potrebbe segnare un passaggio importante: non la fine del sostegno messicano a Cuba, ma una sua trasformazione. Sheinbaum ha affermato che il Messico sostiene il dialogo tra Stati Uniti e Cuba e mantiene contatti con entrambe le parti, cercando di collocarsi come interlocutore capace di favorire una soluzione pacifica delle tensioni senza pressioni esterne.
Tuttavia, questa postura resta ambigua: il governo messicano vuole sostenere Cuba senza apparire allineato in modo incondizionato al governo cubano, e vuole preservare il rapporto con Washington senza rinunciare alla propria tradizione diplomatica.
È proprio su questa ambiguità che si concentrano alcune delle critiche più rilevanti. Rafael Rojas, storico cubano e direttore del Centro de Estudios Históricos del Colegio de México, ha sottolineato come la solidarietà latinoamericana verso Cuba tenda spesso a identificare il popolo cubano con il suo governo, oscurando le responsabilità interne del modello economico dell’isola.
I confini dell’autonomia
La relazione con l’isola mostra che l’autonomia messicana non è una linea fissa né un’eredità immutabile della sua tradizione diplomatica. È piuttosto una pratica politica mutevole che prende forma all’interno delle pressioni statunitensi e che cambia a seconda del gruppo al potere e del modo in cui ciascun governo interpreta il rapporto con Washington.
La politica messicana verso Cuba riflette quindi questa tensione tra pressioni esterne e scelte interne e il ruolo che fattori di natura ideologica e partitista hanno giocato nel tempo ai fini di una definizione delle diverse modalità di azione.
Per il PRI, autonomia significò sovranità, non intervento e distanza controllata dagli Stati Uniti; per il PAN, costruzione di un profilo democratico fondato sui diritti umani; per Morena, solidarietà latinoamericana e resistenza simbolica alle pressioni statunitensi.
Con Sheinbaum, questa autonomia entra però in una fase più prudente. Il governo mantiene il legame con L’Avana e rivendica la continuità storica della posizione messicana, ma lo fa entro margini più stretti, segnati dall’integrazione economica nordamericana, dal T-MEC e dalla pressione statunitense.
Gli aiuti umanitari diventano così il segno di un’autonomia calibrata: sufficientemente visibile da parlare alla propria base politica e riaffermare una tradizione diplomatica, fungendo quindi anche da base di consenso interno, ma abbastanza contenuta da evitare uno scontro diretto con Washington. Il rischio è che, in questa postura, l’autonomia finisca per esaurirsi nella difesa simbolica della sovranità statale.








