Terre rare
Se l’Europa vuole fare davvero la doppia transizione ecologica e digitale, non può limitarsi ad accumulare scorte e a perseguire la resilienza - L'evento a Milano
Con l’indebolimento delle regole del WTO e l’erosione del coordinamento multilaterale, prevalgono gli acquirenti più potenti. Gli standard regolatori si diluiscono, la trasparenza diminuisce e le catene di fornitura vengono modellate tramite accordi bilaterali asimmetrici.
Il risultato è che il mondo in via di sviluppo rischia di essere ridotto a una semplice geografia dell’estrazione, assorbendo costi ambientali e sociali senza ottenere guadagni industriali duraturi
Sophia Kalantzakos
Il 5 febbraio 2026, IEP Bocconi, in collaborazione con Egea, ospita a Milano l’evento “Rare Earths & Geopolitics: Hard Choices for Europe” (Via Bocconi 12, ore 17:30–19:00), con Sophia Kalantzakos in dialogo con Daniel Gros (IEP Bocconi) e Alberto Prina Cerai (ISPI). Modera Stefano Feltri. Sophia Kalantzakos è autrice del libro Terre rare - La Cina e la geopolitica dei minerali strategici, pubblicato da poco in una nuova edizione da Egea.
Maggiori informazioni e link per la registrazione qui.
Questo articolo è uscito in inglese sul Substack dell’Institute for European Policymaking della Bocconi
La convergenza tra transizione verde e intelligenza artificiale ha spinto le terre rare e altri minerali critici al centro della rivalità tra Stati Uniti e Cina. Ciò che un tempo veniva presentato come una questione tecnica di sicurezza degli approvvigionamenti è diventato una domanda strutturale di potenza industriale e di riallineamento geopolitico.
Per l’Unione europea, l’autonomia strategica è ormai intrinsecamente legata a un problema materiale: l’accesso ai minerali, il controllo delle catene del valore e la capacità di sostenere una manifattura competitiva in un contesto geo-economico coercitivo.
Un momento attentamente pianificato al vertice del G7 di giugno 2025 ha reso visibile questo cambiamento.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen presentò un magnete permanente a terre rare prodotto in Estonia, fabbricato da un’azienda canadese sostenuta da fondi europei e realizzato con input australiani anziché cinesi.
L’Europa mostrava così di essere in grado di ridurre l’esposizione al rischio geopolitico e di ricostruire capacità industriali essenziali per l’elettrificazione, le rinnovabili e le tecnologie avanzate.
L’assunto era chiaro: ridurre il rischio Cina e lavorare più strettamente con gli Alleati. A distanza di pochi mesi, però, questa impostazione viene rimessa in discussione.
Dalla globalizzazione all’ipercompetizione
Nell’ultimo decennio, i minerali critici sono emersi come indispensabili per difesa, trasporti, energia e infrastrutture digitali.
Il dominio cinese lungo l’intera filiera — dall’estrazione alla raffinazione fino alla manifattura a valle — è il risultato di decenni di politica industriale, finanziamenti strategici e impegno continuativo nelle regioni produttrici di risorse.
Mentre la Cina adottava una visione strategica di lungo periodo, Europa e Stati Uniti hanno dato per scontato che la globalizzazione avrebbe garantito l’accesso. È stato un errore strategico.
Le guerre commerciali avviate durante il primo mandato di Donald Trump nel 2018 hanno segnato il passaggio dalla globalizzazione all’iper-competizione.
Sebbene l’amministrazione Biden abbia cercato di integrare la politica industriale negli obiettivi climatici e nella gestione delle alleanze, misure come l’Inflation Reduction Act hanno generato frizioni privilegiando la produzione domestica ed escludendo i partner.
Le catene del valore si sono frammentate, la politica industriale è tornata centrale e l’interdipendenza è stata sempre più trattata come vulnerabilità anziché come beneficio reciproco.
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2025 ha inaugurato un approccio apertamente transazionale, improntato all’America First.
Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Accordo di Parigi, hanno ridimensionato i sussidi verdi, imposto dazi a rivali e alleati e “messo in sicurezza” l’accesso ai minerali critici in nome della difesa e dell’intelligenza artificiale.
Le minacce di acquistare o assumere il controllo della Groenlandia e delle sue risorse minerarie — anche con la forza, se necessario — sono oggi accompagnate da dazi contro chi si oppone alle azioni statunitensi.
Questa sequenza di eventi ha eroso gli ultimi residui di fiducia e danneggiato irreparabilmente il rapporto transatlantico, rivelando al contempo l’esposizione europea a pressioni geo-economiche unilaterali degli Stati Uniti. Ha anche imposto una necessaria rivalutazione delle partnership globali dell’UE.
A complicare ulteriormente il quadro, Washington non considera più una priorità la transizione verde continuando però a rivendicare il controllo delle catene di approvvigionamento minerarie. Per l’Europa, questa contraddizione è cruciale.
Se il controllo per ragioni di sicurezza dei minerali si sgancia sempre più dalla trasformazione industriale guidata dal clima, l’Europa deve pensare in modo più olistico a come costruire le proprie filiere, andando oltre quanto inizialmente concepito come sforzo per contenere il dominio cinese.
La Cina, al contrario, ha raddoppiato gli sforzi su elettrificazione e digitalizzazione e si sta posizionando come la prima superpotenza elettrica e digitale. Ha inoltre ricalibrato la propria postura diplomatica.
In una notevole inversione dei ruoli del dopoguerra, gli Stati Uniti si sono spostati verso un bilateralismo ad hoc, mentre la Cina si presenta sempre più come organizzatrice di iniziative multilaterali, soprattutto per il mondo in via di sviluppo. Piattaforme come FOCAC (Forum on China–Africa Cooperation), CELAC (Community of Latin American and Caribbean States) e nuove iniziative su minerali verdi e governance globale segnalano l’intenzione di Pechino di plasmare norme e aspettative in un sistema frammentato.
Questo riallineamento si accompagna a un crescente vuoto di governance.
Con l’indebolimento delle regole del WTO e l’erosione del coordinamento multilaterale, prevalgono gli acquirenti più potenti. Gli standard regolatori si diluiscono, la trasparenza diminuisce e le catene di fornitura vengono modellate tramite accordi bilaterali asimmetrici.
Il risultato è che il mondo in via di sviluppo rischia di essere ridotto a una semplice geografia dell’estrazione, assorbendo costi ambientali e sociali senza ottenere guadagni industriali duraturi.
La risposta europea
La Cina mantiene un vantaggio decisivo nell’estrazione, nella raffinazione e nella manifattura.
Sebbene l’UE continui a promuovere le transizioni verde e digitale e abbia iniziato a riorientare la propria strategia economica attraverso iniziative come la Competitiveness Compass, resta in ritardo nei settori in cui scala, velocità e integrazione sono determinanti.
È evidente che l’Europa non può e non deve competere con la Cina escludendola. Né può permettersi una strategia che relega la Cina al ruolo di fornitore esterno di prodotti finiti.
Se l’UE è davvero intenzionata a ricostruire la propria potenza industriale, deve negoziare con maggiore decisione l’accesso a capitali cinesi, pensare a condivisione tecnologica e joint venture sul suolo europeo, spostando il rapporto dalla dipendenza alla co-produzione.
Allo stesso tempo, l’Europa deve ampliare la propria geografia strategica. Rafforzare l’impegno con MERCOSUR, Africa e Asia sarà decisivo non solo per l’approvvigionamento di materie prime, ma anche per riconoscere un mondo cambiato, in cui altri attori dispongono ormai di autonomia e forza economica.
Oltre alla diversificazione e allo sviluppo di capacità domestiche, l’Europa dovrebbe dunque avanzare una risposta di governance più coordinata.
Un meccanismo multilaterale ospitato presso istituzioni come IRENA, IEA o le Nazioni Unite, con un coinvolgimento formale di organizzazioni regionali come l’Unione africana, potrebbe contribuire ad allineare gli investimenti agli obiettivi di sostenibilità, coordinare le capacità a valle e migliorare la trasparenza lungo le filiere.
La Cina non può essere l’unica potenza a farsi promotrice di stabilità e inclusione globali.
Se l’Europa intende restare sulla rotta della transizione verde e digitale in modo coerente con la propria economia, i propri principi e i propri cittadini, deve andare oltre il semplice accumulo di scorte e la costruzione di resilienza.
Deve accettare la dissoluzione della forte partnership transatlantica e dispiegare il proprio potere regolatorio, di convocazione e diplomatico per stabilizzare l’interdipendenza, difendere il commercio aperto e tutelare il diritto internazionale.
L’esito dipenderà dalla rapidità con cui l’UE accelera, dalla strategia con cui negozia e dall’efficacia con cui ridefinisce i termini dell’interdipendenza in un mondo in cui la competizione sui minerali è diventata una delle principali manifestazioni di una rivalità geopolitica che ignora la sfida climatica e produce conflitto in nome di guadagni geo-economici.
Sophia Kalantzakos è Global Distinguished Professor di Environmental Studies and Public Policy presso la NYU Abu Dhabi ed è affiliata allo Sheikh Mohammed Scholars Program di NYUAD. La sua ricerca si concentra sul rapporto tra risorse e potere, sui nuovi immaginari spaziali che riflettono il cambiamento dei modi in cui pensiamo lo spazio globale e l’interdipendenza, e sui nuovi modelli emergenti e percorsi di pensiero possibilista come strumenti per ripensare la geopolitica del XXI secolo.





