Le cose più strane
Un padre e una figlia, un decennio a guardare la serie che racchiude l’essenza di un’epoca fondata sullo storytelling. E a osservare la più strana delle cose: crescere
In questi anni, la serialità ha vinto perché la serialità sono i Tarallucci del Mulino Bianco, la Nutella, il cornetto e cappuccino al bar. Consumi ripetuti, diffusi, condivisi, omologati e omologanti, prodotti se non proprio per tutti comunque per tantissimi.
Fabrizio Tesseri
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È finito Stranger Things. Forse.
Qualche sera fa, dopo aver resistito per giorni a ogni possibile tentativo di spoiler da parte di tutti quelli che avevano passato la notte del primo dell’anno, o due ore in uno qualsiasi dei giorni seguenti, guardando l’ultimo episodio della quinta e ultima stagione di Stranger Things, qualche sera fa, dicevo, anche io e mia figlia abbiamo salutato Undici, Mike, Dustin e gli altri.
Dieci anni insieme, noi e loro. Tutti gli episodi visti insieme, io e lei. Fin dal primo, pubblicato che mia figlia doveva ancora compiere nove anni. Nel frattempo, qualche settimana fa, quando erano già usciti e avevamo visto, insieme, i primi quattro episodi dell’ultima stagione, ne ha compiuti diciotto di anni.
E allora, proprio guardando l’ultimo episodio della serie che forse più ha segnato questi anni, ho pensato e ci siamo detti con mia figlia che erano ben dieci anni che, uno accanto all’altra, vivevamo anche noi, ogni tanto e per qualche ora, a Hawkins, Indiana.
D’altra parte, la nostra città di provincia non è poi così diversa, a guardarla bene. Anche perché, diciamolo, la provincia si assomiglia un po’ dappertutto. E così ho pensato di scrivere, accennare, provare a dire, quello che hanno significato per me questi dieci anni con Undici e tutti gli altri.
Certo, per qualcuno ce ne sono state tante altre di serie memorabili in questi anni, anche più belle e coinvolgenti di Stranger Things, forse. Per esempio, per me, la prima stagione di True Detective è imbattibile. Ma anche Homeland.
E potrei continuare, in un elenco molto lungo, partendo dal secolo scorso, da Twin Peaks, e così potrebbe fare ognuno di voi, ne sono certo. Questo perché la serialità ha conquistato e dominato l’ultimo decennio.
Non solo a causa della pandemia, che ci ha costretti a casa per giorni interminabili a fare la buca sul divano, con il lievito madre nel frigorifero che chiedeva l’eutanasia e la televisione annoiata di noi che provava a cambiarci o almeno a metterci in pausa, ogni tanto.
In questi anni, la serialità ha vinto perché la serialità sono i Tarallucci del Mulino Bianco, la Nutella, il cornetto e cappuccino al bar. Consumi ripetuti, diffusi, condivisi, omologati e omologanti, prodotti se non proprio per tutti comunque per tantissimi.
Sono convinto che la logica commerciale della serialità venga ormai prima della scrittura stessa di una serie, nel senso che gli sceneggiatori non scrivono una storia che poi diventa una serie, ma si ritrovano intorno a un tavolo, loro e i produttori, e si dicono: “oh, perché non facciamo una serie?”.
Il motivo del successo è prettamente commerciale, prima che narrativo. Nel senso che la narrazione, lunga e ripetuta, è il prodotto, non le storie.
L’epoca della serialità
Qui si aprirebbero delle digressioni su quello che anche la politica è diventata negli ultimi venti anni, da quando lo storytelling e i suoi mestieranti hanno preso il sopravvento nel dettare l’agenda politica.
Dapprima, nella cosiddetta sinistra riformista o della terza via, che faceva sembrare molto figo un giovane presidente del Consiglio con un carretto dei gelati davanti ai palazzi del potere. Salvo poi essere tutti travolti da una narrazione globale tanto populista, razzista e di destra che il Sottosopra, in confronto, sembra una spiaggia delle Maldive.
Comunque, tornando più o meno al punto, non è forse vero che in tanti compriamo ancora gli stessi biscotti che trovavamo a colazione quando andavamo alle elementari?
E non certo perché sono i biscotti più buoni, ma semplicemente perché li conosciamo e conosciamo, forse, noi che li afferriamo dallo scaffale del supermercato e li mangiamo, in modo ormai così automatico che, se li spostassero solo di qualche centimetro dagli espositori, ci ritroveremmo a comprare alla cieca quegli inutili Mikado, invece dei Tarallucci per noi così vitali.
La serialità è così, ci fidelizza a una piattaforma, molto di più di un immenso e diversificato catalogo di film. Perché, tranne le produzioni originali delle stesse piattaforme, i film, più o meno classici, li ritroviamo ovunque, prima o poi.
Pretty Woman lo vediamo ogni volta che passa in tv o quando ci va, su uno qualsiasi dei servizi di streaming a cui siamo abbonati. Le serie, invece no.
Le serie non sono come i prodotti a marchio, le private label: sono il brand, o parte del brand, di una piattaforma. Quasi un loro sinonimo.
D’altra parte, quanti di voi comprano le finte Macine con il marchio della grande distribuzione dove fate la spesa e non le Macine del Mulino Bianco? Quanti con la febbre prendono 500 grammi di generico paracetamolo e non la Tachipirina? E, in ogni caso, ammettiamolo, tutti chiamiamo l’antipiretico Tachipirina e i biscotti con la panna, Macine.
La serialità ci affeziona. Tanto che il marketing, dopo aver provato a titillarci con “ancora più panna” e aver introdotto decine e decine di varianti di frollini, ritorna sempre a proporci la “ricetta originale”. E pure la sveglia della raccolta punti del 1980.
Ritorno al futuro passato
Ecco, gli anni Ottanta. Stranger Things.
Non voglio fare la recensione della serie né, tantomeno, un’analisi dei suoi significati e significanti, ma credo di poter tranquillamente dire che chi l’ha scritta, prodotta e realizzata, pensava proprio che un genitore cinquantenne, quindi largo circa un preadolescente o adolescente negli anni Ottanta, la guardasse con chi queste fasi della vita le ha attraversate nel corso degli ultimi dieci anni. E se davvero è stato così, li ringrazio.
Prima di tutto, per il tempo passato a guardare insieme, io e mia figlia, ogni episodio. A commentarlo, ad aspettarlo, a ipotizzare gli sviluppi nelle stagioni a venire. E li ringrazio per tutte le citazioni cinematografiche e televisive che mi facevano sentire “a casa” e li ringrazio per la musica.
Più per Should I Stay or Should I go dei The Clash che per Running up that hill di Kate Bush, perché quella voce così sottile la sopportavo solo insieme a quella di Peter Gabriel in Don’t Give Up.
Poi li ringrazio perché quei protagonisti e quelle figure secondarie, siamo e siamo stati un po’ noi, tutti. E non parlo solo di Hopper o Undici o Joyce o Will o Max. Parlo anche di Vecna.
Perché i traumi, le paure, i sensi di colpa, in un modo o nell’altro, li abbiamo avuti tutti. E perché alcune cose magari insignificanti, successe quando eravamo piccoli, ci hanno segnato, nel bene e nel male, nella nostra strada successiva.
Perché il male, in qualche forma, qualche volta, ha pervaso anche noi, come la “mente a sciame”, e fare finta di niente, pensare che il male sia solamente altro da noi, ci rende più vulnerabili, non più forti. Quanti demogorgoni ci hanno inseguito negli incubi o in qualche angolo buio delle nostre solitudini?
Siamo stati tutti, e i nostri figli e nipoti sono oggi, quei ragazzi che affrontano la vita in sella a biciclette come quelle di E.T., che crescono, tra alcuni adulti assenti e altri, invece, che li affiancano e sostengono.
Alcuni di loro, degli adulti, all’inizio sono iperprotettivi, come Hopper, mentre altri sembrano loro i figli dei loro figli cresciuti troppo in fretta.
Poi, però, almeno nella finzione, tutti crescono, in un modo o nell’altro, e imparano dai propri errori a continuare a essere fallibili, fragili e a mettere comunque un piede dietro l’altro e andare avanti, cercando una via d’uscita dal Sottosopra e da una realtà che li incastra forse ancora di più.
Gli adulti imparano a fidarsi dei ragazzi, della loro capacità di sconfiggere i mostri e crescere, anche se alcuni adulti cattivi quei ragazzi li vogliono usare, sfruttare, spegnere nei loro sogni e anche nella loro ingenuità. I ragazzi, intanto, semplicemente, crescono.
Ecco, Undici era una bambina sola e spaventata nel bosco, Hopper un uomo perso nel suo dolore, Will aveva paura di chi era veramente. Ognuno, all’inizio, era una promessa di un sé adulto o il rimpianto di un sé giovane. Tutti, hanno affrontato i propri mostri e le proprie paure, soprattutto quelle del distacco e della perdita.
Ecco, volevo solo dire che ho comprato volentieri questo prodotto: la serialità di una storia lunga dieci anni per i suoi protagonisti e per me che l’ho guardata con mia figlia. E sono contento e appagato, come quando affondo il cucchiaino nel barattolo di Crema Novi (che la serialità va bene, ma ci vuole qualità).
A giugno scorso, io e mia figlia siamo andati a vedere il concerto dei Green Day a Firenze (lo ha scelto lei). Lo scorso autunno ha partecipato alle sue prime manifestazioni di piazza.
Qualche giorno fa, ormai diciottenne, mi ha comunicato, sottolineo comunicato, che andava a farsi un piercing all’ombelico.
Sì, le ho fatte le raccomandazioni del caso: ho chiesto se fosse convinta, ho chiesto del posto, se fosse igienicamente sicuro, se la tipa fosse adeguatamente professionale, insomma, tutte quelle cose pallosissime che facciamo noi cinquantenni.
È tornata con un “coso brillantoso” proprio lì dove diciotto anni fa avevano annodato e cucito quello che restava del cordone ombelicale che avevo tagliato poco prima: è bellissimo.
Un passo dopo l’altro, intanto, continuano le stagioni in tv e qui fuori, e continuano a succedere le Cose Più Strane. Tipo, crescere.






Mi ritengo una privilegiata per non essere cresciuta con queste serie tv e per non avere memoria di quei biscotti o altro. Beata la mia infanzia coi libri di favole lette dai miei familiari, con il pane a colazione (quando c'era).
Beata la mia gioventù quando col primo stipendio comprai un 45giri.
Senza nulla voler togliere ai bei ricordi di chi è cresciuto in epoca più recente della mia.
Vorrei solo fare i complimenti per il bel articolo. Da papà (anche se i miei figli sono più piccoli), da appassionato di serie tv e da più o meno tuo coetaneo ho molto apprezzato.