La guerra perduta
Adesso che genitori e nonni che avevano vissuto l’orrore stanno scomparendo, la memoria della guerra se ne va con loro e così la violenza torna attuale
Noi che abbiamo una coscienza globale, o quanto meno estesa al di là della nostra strettissima cerchia famigliare, noi ora andremo a cercare un anziano per farci raccontare davvero la guerra. Capire se l’hanno vissuta, la guerra, è facile: sono quelli con gli occhi umidi e una rabbia silenziosa stretta nei pugni rugosi davanti alle immagini televisive di morti e case distrutte
Fabrizio Tesseri
Vent’anni fa, quando demolirono la casa dei miei nonni e fecero lo scavo per le fondamenta delle case nuove, proprio al bordo di quella grande buca, si vide il profilo di mattoni di un piccolo rifugio che mio nonno aveva scavato nell’inverno del 1943-44.
Scattai una foto. Come le avevo scattate qualche giorno prima al piccolo pezzo di terra che mia madre e mio zio Carlo, marito di zia Ieie, una delle sorelle di mia madre, per anni avevano coltivato a orto.
Si chiamava così, zia, perché il compare che la battezzò, prima c’erano tanti compari, aveva fatto la guerra, la prima, e aveva detto a mio nonno: “la battezzo ma la chiamiamo come la Stella Alpina”.
A dirla tutta quel nome strano, esotico, nordico, tra tutti i nomi di quelle che sarebbero state sei sorelle e un fratello, era il nome più bello. Conosco questa storia davvero minore perché prima si raccontava quasi tutto e quasi tutto entrava a far parte della memoria condivisa
In quei giorni, scattai altre foto: della vecchia casa, della bougainvillea enorme arrampicata fino in cima all’abete davanti la porta d’entrata, ai pollai ormai vuoti e arrugginiti, ai pochi filari di moscato e alla pergola di uva fragola, all’albero di susine e al fico più grande che io abbia mai visto.
Scattai una foto anche alla “casa vecchia”, che era ancora più vecchia di quella dove avevano vissuto i miei nonni e che da sempre era usata come posto dove mettere le cose troppo vecchie anche per il magazzino, che prima non si buttava niente e mia madre, a dire il vero, ancora oggi non butta via niente. Nemmeno un dolore.
Ma la foto che ricordo meglio, senza andarla a ricercare, è proprio la foto di quel rettangolo di mattoni che aveva dato protezione da proiettili e schegge, ma che niente avrebbe potuto se una bomba fosse caduta nei pressi.
Ricordo quella foto, perché era la manifestazione visiva dei racconti di mio nonno, di mia madre, delle mie zie, che la guerra l’avevano vissuta.
Mia nonna no, non ho ricordi di mia nonna che raccontava la guerra. Forse perché ero troppo piccolo quando è morta e a 9 anni, se racconti l’orrore a un bambino, lo fai con le maschere delle fiabe, non con le divise della Wehrmacht. In ogni caso, tra i ricordi che ho di lei, non ci sono racconti di guerra.
Quel rifugio, mio nonno lo costruì perché a pochi metri da casa i tedeschi avevano piazzato una postazione radio e gli Spitfire inglesi passavano a mitragliarla due volte al giorno, puntuali come un orologio. Così quei mattoni e quei pochi metri di terra servivano a ripararsi, almeno un po’.
Almeno fino a quando i tedeschi impartirono l’ordine di sfollare, il 19 marzo 1944, con il paese ormai raso al suolo dai bombardamenti alleati, tra fine febbraio e inizio marzo. Alleati che erano rimasti inchiodati ad Anzio e non riuscirono ad avanzare ancora per molto, anche perché quella distruzione non fece che fornire ai tedeschi tanti rifugi da cui tenere testa agli americani, soprattutto.
Prima di allora, la gran parte degli abitanti si era rifugiata sotto le grotte di Palazzo Caetani, lungo i chilometri di gallerie scavate nel tufo secoli prima, con entrate e uscite anche lontanissime dal centro abitato, disseminate ai quattro angoli di un territorio che prima che il regime fascista inventasse le cosiddette Città di Fondazione, arrivava fino al mare, partendo dai Monti Lepini.
Mio nonno e mia nonna non andarono sotto le grotte, sfollarono prima dell’ordine degli occupanti nazisti, fuggirono verso il loro paese natale, sulle montagne, a Trevi nel Lazio.
Ci andarono a piedi, con cinque figlie femmine tra i tre e i dodici anni che facevano a turno a stare in piedi sui pedali di una bicicletta usata come carretto, e con un maschietto, il primo dopo cinque femmine, nato da due giorni, tenuto in braccio da mia nonna lungo tutta la strada di quell’inverno freddo e piovoso.
Impiegarono due giorni di cammino, mangiando il poco che avevano o trovavano, scaldandosi come potevano. Il piccolo morì appena arrivati a Trevi. Dopo la guerra nacque un’altra femmina e poi, sette anni dopo la fine del conflitto, a dimostrare la cocciutaggine di mio nonno e la pazienza di mia nonna, arrivò anche il maschio.
Mio padre, invece, la guerra la visse da maschio quindicenne, e così nei suoi racconti prevaleva la parte avventurosa: i modi di arrangiarsi per trovare da mangiare, i soldati tedeschi che gli regalavano sigarette puzzolenti, ma di sicuro sempre meno delle Nazionali senza filtro che fumava mio nonno, le vie per scappare dalle bombe, nelle campagne verso Velletri dove lui e i suoi tanti fratelli sfollarono.
Proprio in quelle campagne, a Pratolungo, ci fu un eccidio a opera dei nazisti: fucilarono dodici italiani per vendicare uno di loro, ucciso da un contadino che difendeva la moglie da un tentativo di stupro. Oggi lì c’è un piccolo monumento a ricordare la strage, mentre in città una via, Via dei Martiri di Pratolungo, che proseguendo per Via dei Fratelli Cervi e Via Eccidio di Marzabotto arriva al Corso della Repubblica.
Quasi tutti, però, percorrono o vivono queste strade ma non sanno cosa siano quei nomi di posti, di persone, impresse a lettere nere sui cartelli bianchi con bordo azzurro agli incroci.
E non lo sanno perché quella guerra è andata perduta, non c’è quasi più nella memoria collettiva, si sta ormai completamente consumando con il venire meno di chi l’ha vissuta e l’ha raccontata.
Ecco, allora, che l’orrore della Seconda Guerra Mondiale, che fu una delle spinte più forti alla creazione dell’Unione europea, a partire dalla Comunità del Carbone e dell’Acciaio, oggi è così lontano e poco presente nei ricordi che le guerre alle porte di casa nostra, in Europa, in Medio Oriente, nel Golfo Persico, ma anche le tante, troppe, in corso in Africa, attirano la nostra attenzione solo quando ci sono possibili riflessi diretti o indiretti sulla nostra quotidianità di consumatori.
La guerra, come esperienza o come racconto, è perduta. E così, paradossalmente, l’abbiamo resa di nuovo attuale e concreta, giusto un po’ più in là da noi.
Ne abbiamo fatto spettacolo, tanto che la Casa Bianca la rappresenta con musichette orecchiabili e frame di videogiochi. La banalizziamo: “stare lontani dalle finestre”.
La rimuoviamo come possibilità, ogni volta che distogliamo lo sguardo e la consapevolezza dalle enormi diseguaglianze di diritti e possibilità materiali, che quasi sempre sono la vera radice dei conflitti. La nascondiamo, tra polemiche inutili amplificate ad arte, e se questa in Iran dovesse durare ancora qualche settimana, potremo sempre concentrarci sui playoff di qualificazione ai Mondiali di calcio.
Intanto, però, ci preoccupiamo per il costo del pieno di carburante, della bolletta, della spesa, del viaggio che volevamo fare in Oman. Discutiamo, ci fingiamo scandalizzati, e in silenzio pensiamo “ti sta bene”, rivolto alle influencer, ai calciatori, agli intrallazzatori vari, ora bloccati negli Emirati, ma in cuor nostro sappiamo quante volte li abbiamo abbiamo invidiati.
No, non voi che leggete. Non me che scrivo. Gli altri.
Perché è sempre qualcun altro a far parte delle centinaia di migliaia o milioni di persone che seguono i profili social degli stanziali a 40 gradi all’ombra di media, o dei pendolari per il fine settimana a Palm Jumeirah.
Noi no, noi che abbiamo una coscienza globale, o quanto meno estesa al di là della nostra strettissima cerchia famigliare, noi ora andremo a cercare un anziano per farci raccontare davvero la guerra.
Capire se l’hanno vissuta, la guerra, è facile: sono quelli con gli occhi umidi e una rabbia silenziosa stretta nei pugni rugosi davanti alle immagini televisive di morti e case distrutte.
Perché perdere la memoria della guerra significa prepararsi alla prossima sconfitta che, come diceva Brecht, è il destino sempre degli stessi.
La guerra che verrà di Bertolt Brecht
La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.





Penso da giorni a quanto scritto. Come se mi si fosse letto nel pensiero. Sono da poco tornato dall'altopiano di Asiago, dai luoghi di Lussu e Rigoni Stern e tanti altri. Ho camminato probabilmente su quanto cresciuto e quanto rimasto sotto terra dei 50.000 soldati che non sono stati ritrovati, siano stati italiani e austroungarici. E mi sono messo a pensare al Sergente nella Neve, e non solo a quel libro ma a tutte le tematiche portate avanti dal grande vecchio sergente. Mi sono messo a pensare che loro hanno scritto per fissare sulle pagine le cose perché non potessero essere dimenticate. Ma quelle cose sono così vere, reali, distillate che - al netto della quantità di gente che legge in Italia e non solo - sono così scomode che devono essere dimenticate. Altrimenti il mondo virerebbe su altre strade. O peggio la vita di molti si ritroverebbe senza un senso. Quelle parole dovrebbero essere stampate sui cartelloni. Poi però mi domando quanto oggi, quanti oggi, invischiati in un mondo dis empatico, riuscirebbero solo per un attimo a capire quanto provarono quei giovani, nostri nonni e bisnonni. Mi domando quanto sanno i ventenni di quei ventenni. Ma se anche lo sanno, se riuscirebbero a provare qualcosa. ma non penso solo ai giovani. Io sono ancori più colpito dai settantenni, figli di quei soldati, o dai loro nipoti che, in massa, li hanno sotterrati - e con essi la loro memoria - sotto la montagna di soldi e di benessere che gli è arrivata addosso subito dopo. Primo Lavi capì che probabilmente anche la Shoah sarebbe stata dimenticata....( i morti della Shoah e le colpe dei carnefici). Comunque, basterebbe più Rigoni Stern e meno Tolkien....
Mi sono commossa. Nel racconto leggero e profondo ho ritrovato immagini e sensazioni e ricordi dei miei primi anni di vita. Sono del 1942 e ho ancora nell anima lo smarrimento dei bombardamenti del 1944/45. E l’odore dell aria all uscita dal rifugio e il colore del cielo. Non sono stata capace di calpestare la terra, o la sabbia della spiaggia, a piedi nudi sino a quasi ventenne.
Il dolore piu’ grande oggi e’ percepire che non c’e’ consapevolezza, non c e’ partecipazione emotiva per l orrore che succede oggi vicino a noi