Il caso Caffo non finirà mai
Il filosofo è intervenuto alle Iene per presentarsi come una vittima, anche se è lui a essere stato condannato per i maltrattamenti alla compagna
Il problema qui non è la mancanza di opportunità: è la capacità di distinguere tra libertà di parola e responsabilità per le proprie azioni. Qualcosa che, evidentemente, Caffo fatica ancora a comprendere
Anna Menale
Anna Menale cura la newsletter Femminismi, qui su Substack, seguitela
C’è un caso che da giorni occupa il dibattito pubblico. Quello di un uomo condannato per maltrattamenti ai danni della ex compagna – sì, accertati in tribunale e confermati dalla Corte d’Appello – è apparso in prima serata su Italia Uno e ha detto: «In cuor mio so di non aver fatto ciò che mi è stato contestato».
È successo domenica sera a Le Iene, quando il filosofo e scrittore Leonardo Caffo ha pronunciato queste parole, a pochi giorni dal suo licenziamento dalla NABA – La Nuova Accademia di Belle Arti di Milano – per incompatibilità con il codice etico dell’ateneo.
Il provvedimento è perfettamente legittimo: nell’esercizio della propria autonomia, un’istituzione universitaria può sanzionare condotte che risultino oggettivamente incompatibili con i suoi valori.
Quello che colpisce, però, è la negazione totale dei fatti.
Alla fine del 2024 Caffo era stato condannato in primo grado a quattro anni per maltrattamenti e lesioni gravi nei confronti della sua ex compagna. A dicembre 2025 la Corte d’Appello di Milano l’ha assolto dall’accusa di lesioni permanenti, ma ha confermato i maltrattamenti, riducendo la pena a due anni con sospensione condizionale e non menzione nel casellario giudiziale.
Eppure Caffo continua a sostenere di essere innocente.
L’ex compagna, Carola Provenzano, ha dovuto ribadire pubblicamente che le lesioni subite non sono mai state contestate.
I fatti sono stati accertati e documentati:
«Le lesioni da me subite a causa della condotta dell’imputato sono state accertate e non sono mai state oggetto di contestazione.
Nell’ambito del concordato si è tuttavia convenuto di non riconoscere l’elemento dell’intenzionalità, pur in presenza di lesioni indiscutibilmente provocate dall’imputato.
Il reato, pertanto, sussiste. La rinuncia a sostenere l’intenzionalità è stata una scelta consapevole e volontaria da parte mia, esclusivamente finalizzata al perseguimento del suddetto “bene superiore”».
Carola Provenzano ha accettato il concordato, ovvero un accordo tra imputato e procura per ridurre la pena, nella speranza di tutelare la figlia dalle dichiarazioni pubbliche di Leonardo Caffo. Ma, come ha dichiarato nel comunicato diffuso, viste le sue dichiarazioni in diretta su Italia Uno, evidentemente «si è sbagliata».
E poi c’è il grande mantra, sempre ripetuto da Caffo: «La società civile mi nega il futuro».
Davvero? A me sembra esattamente il contrario.
Una persona che fino a pochi mesi fa conduceva un podcast su MOW Magazine criticando la cultura woke, che riceve inviti a festival come Più libri più liberi dall’amica Chiara Valerio, che compare in prima serata in televisione per raccontare la sua versione dei fatti, gode di ampia visibilità.
E non dimentichiamo che dopo la condanna in primo grado, Caffo ha pubblicato sui social una frase che ha subito fatto discutere: “Va bene colpirne uno per educarne mille: io sono stato colpito e speriamo che educhino gli altri mille”.
Cosa voleva dire? La battuta sembra prestarsi a una sola lettura: ha scelto di rappresentarsi sin dal principio come un simbolo, un uomo colpito ingiustamente non per i suoi atti, ma per insegnare una lezione agli altri.
Non mi sembra un uomo senza futuro: sembra piuttosto una persona che continua a ricevere spazi pubblici anche per affermare cose non oggettivamente vere.
Il problema qui non è la mancanza di opportunità: è la capacità di distinguere tra libertà di parola e responsabilità per le proprie azioni. Qualcosa che, evidentemente, Caffo fatica ancora a comprendere.






