Tra ideali e interessi
CRISI AMERICANE - CRISI GLOBALI De-risking, dazi e pressioni americane: l’Unione europea cerca una linea autonoma sulla Cina, ma resta incerta tra approcci opposti
Il rapporto sino-europeo riflette le trasformazioni del sistema internazionale, sempre più caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze, dal ritorno della dimensione militare e da una globalizzazione che rende impossibile separare economia e sicurezza
Simona Saladino
Appunti è Media Partner della seconda edizione del Festival della Politica Internazionale organizzato dal Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università L’Orientale di Napoli, dal 13 al 15 maggio. Qui sotto il programma completo e qui il link per seguire in streaming. Su Appunti pubblichiamo analisi firmate da alcuni degli speaker.
Simona Saladino è dottoranda in Studi Internazionali presso l’Università “L’Orientale” di Napoli
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Negli ultimi anni, l’Unione europea ha progressivamente ridefinito la propria postura verso la Cina, descrivendola come un «partner, concorrente e rivale sistemico», espressione che illustra la complessità del rapporto sino-europeo: Pechino è al tempo stesso un partner nella lotta al cambiamento climatico, un concorrente economico e un rivale sul piano sistemico.
In questo cambio di strategia si inserisce il de-risking europeo, introdotto da Bruxelles nel 2023 e orientato a una riduzione delle dipendenze strategiche in settori critici, come la fornitura di materie prime e terre rare, senza interrompere in modo netto i legami economici con Pechino.
Sebbene ci sia stata l’introduzione di misure “difensive”, i legami economici con la Cina continuano a essere profondi, confermando una relazione tanto indispensabile quanto problematica.
Un esempio concreto dell’ambivalenza che caratterizza il rapporto tra i due attori è emerso dal vertice UE-Cina del 2023. Se da un lato sono affiorate tensioni su temi come commercio, accesso al mercato e squilibri economici, dall’altro, è stata ribadita la necessità di cooperare su questioni globali, dalla stabilità macroeconomica alla transizione energetica.
Riconoscendo la forte interdipendenza economica, i principali leader europei hanno aumentato le interazioni con la controparte cinese. Le visite dell’ex- cancelliere tedesco Olaf Scholz, del presidente francese Emmanuel Macron e del premier Pedro Sánchez miravano a negoziare su investimenti, accesso ai rispettivi mercati e cooperazione industriale.
Anche nel caso italiano, la visita di Stato del novembre 2024 del presidente Sergio Mattarella ha ribadito l’importanza del multilateralismo e la necessità di mantenere un dialogo costruttivo e aperto con Pechino, sottolineando al tempo stesso l’esigenza di coniugare cooperazione economica e rispetto dei principi fondamentali, inclusi i diritti umani e le libertà fondamentali.
Se da un lato, con l’uscita dalla Belt and Road Initiative nel 2023, l’Italia di Giorgia Meloni ha ribadito la propria collocazione nell’alleanza transatlantica, dall’altro non è venuta meno l’impegno a mantenere significative relazioni economiche con la Cina.
Le visite dei leader europei a Pechino sono principalmente uno strumento di diplomazia commerciale: il rapporto con la Cina continua ad essere percepito come una grande opportunità, nonostante le crescenti tensioni internazionali.
La strategia seguita oggi dai principali Stati membri – Germania, Francia, Spagna e Italia – si caratterizza per un approccio di engagement nei confronti di Pechino, guidato principalmente da motivazioni economiche e strategiche.
Ne deriva una dinamica in cui dimensione nazionale ed europea coesistono, ma non sempre in modo coerente, facendo sì che l’approccio europeo nei confronti di Pechino risulti frammentato. Tutto ciò, però, non rappresenta una contraddizione interna, bensì una tensione strutturale.
L’ultimo viaggio del premier spagnolo Pedro Sánchez si inserisce in una nuova dimensione europea nel rapporto con Pechino.
Tutte queste missioni diplomatiche sono la prova tangibile di come l’Unione europea non intenda in alcun modo interrompere la relazione con Pechino, ma semplicemente ricalibrarla.
Attraverso la strategia di de-risking, l’UE intende combinare misure di difesa della propria economia con il mantenimento di un dialogo strutturato, riconoscendo al tempo stesso la Cina come partner necessario, concorrente economico e rivale sistemico.
Tra protezione e apertura
La strategia europea nei confronti di Pechino è ambivalente: le misure difensive, con un’attenzione crescente alla sicurezza delle catene del valore – specialmente nel settore tecnologico – si intrecciano con il mantenimento di un dialogo politico ed economico, che riflette la volontà europea di non porre fine a un rapporto centrale per la propria competitività.
Il de-risking europeo si inserisce in questa prospettiva: tutelare l’economia europea, senza avviare una vera e propria separazione dall’economia cinese.
Questa posizione più moderata distingue l’Unione dall’approccio più radicale degli Stati Uniti, basato sul decoupling.
L’esempio delle auto elettriche permette di illustrare appieno le contraddizioni intrinseche alla postura europea.
Nel 2023, la Commissione europea ha formalmente avviato un’indagine anti-sovvenzioni sui veicoli elettrici a batteria (BEV) provenienti dalla Cina, accusando Pechino di pratiche sleali e non trasparenti, volte a favorire le proprie imprese. Di conseguenza, la Commissione ha introdotto nel 2024 dazi compensativi fino al 35,3 per cento per proteggere l’industria europea.
Recentemente, si è però osservata un’inversione di tendenza: l’Unione europea ha adottato una strategia più cooperativa che conflittuale, mostrando segnali di apertura nei confronti delle auto elettriche cinesi.
Oggi si parla di una produzione congiunta in Europa, con produttori cinesi che stanno incrementando gli investimenti diretti, localizzando la produzione nel territorio europeo, una strategia volta ad aggirare i dazi doganali.
Sono anche emerse ipotesi di collaborazione tra gruppi europei e cinesi: la casa automobilistica Stellantis sta considerando la possibilità di condividere impianti europei con partner cinesi come Dongfeng, per provare a ridurre la sovracapacità produttiva.
Questo doppio binario – tra protezionismo selettivo e apertura – mette in luce il dilemma europeo nel conciliare la ricerca di una sovranità economica che non sacrifichi i vantaggi della globalizzazione.
L’interdipendenza con la Cina si riflette anche a livello nazionale, come dimostra il caso di DR Automobiles, fortemente legata a forniture e tecnologie cinesi.
L’Europa tra Washington e Pechino
L’ambiguità europea si inserisce in un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione tra grandi potenze.
Con il ritorno alla Casa Bianca del presidente Donald Trump, il confronto tra Washington e Pechino ha assunto toni molto duri ed espliciti, accompagnati da una forte pressione sugli alleati europei.
La Casa Bianca ha imposto una logica di schieramento, mettendo in difficoltà attori come l’Unione europea che optano per la via della mediazione.
Le politiche tariffarie e le tensioni tecnologiche tra le due grandi potenze hanno contribuito a ridefinire gli equilibri strategici globali.
La competizione sino-americana si estende oggi ben oltre il piano commerciale, investendo settori centrali, come quello tecnologico.
Dalle limitazioni sulle tecnologie avanzate alla riconfigurazione dei flussi produttivi, questo confronto coinvolge direttamente anche gli alleati, ridefinendo gli equilibri – economici e strategici – della scena globale.
L’Unione europea, sebbene condivida alcune delle preoccupazioni statunitensi, – soprattutto in ambito tecnologico – non sposa un atteggiamento così rigido, preferendo mantenere una posizione più equilibrata con Pechino.
L’equilibrio europeo è certamente collegato a una maggiore esposizione al mercato cinese, ma riflette anche l’idea che la Cina possa essere un interlocutore necessario per affrontare sfide globali.
Come effetto di questo scontro, l’Europa si trova oggi a dover gestire una tensione costante tra le richieste statunitensi, orientate a una maggiore fermezza nei confronti di Pechino, e la necessità di preservare relazioni economiche e politiche con la Cina.
In questo contesto, caratterizzato da preoccupazioni economiche e securitarie, l’Unione europea continua a richiedere il rispetto di standard internazionali da parte di Pechino, che spesso risultano disattesi.
Le preoccupazioni legate alla tutela dei diritti umani, pur non avendo un ruolo principale nella politica estera europea, continuano a essere un tratto distintivo dell’Unione nel suo ruolo di attore internazionale.
Post-Tienanmen: valori o interessi?
Le radici di questa tensione strutturale risalgono agli anni Novanta, quando per la prima volta l’Europa si è trovata di fronte al dilemma tra valori e interessi nel rapporto con la Cina.
Il momento spartiacque è rappresentato dalla repressione, da parte della leadership cinese, delle proteste pacifiche di Piazza Tienanmen del 1989.
L’allora Comunità Europea reagì condannando duramente il massacro, interrompendo le relazioni politiche di alto livello e imponendo sanzioni, tra cui l’embargo sulla vendita di armi.
La postura europea, orientata alla tutela dei diritti umani, dello Stato di diritto e della democrazia, consentì all’Unione di rafforzare la propria immagine di attore normativo sulla scena internazionale.
Tuttavia, negli anni successivi emerse una nuova dinamica. L’Europa intraprese gradualmente il dialogo politico con Pechino, in un’ottica soprattutto di natura economica.
La nuova postura europea, culminata in un approccio pragmatico, rifletteva la percezione e la consapevolezza dell’imponente ascesa economica della Cina, destinata ad avere anche ripercussioni di natura economica, e delle opportunità per il mercato europeo legate alla sua integrazione nel sistema economico globale.
L’ambivalenza divenne strutturale: alla promozione dei valori si affiancò una crescente apertura economica.
In questo senso, il 1998 segna l’inizio di una nuova fase, con l’avvio dei vertici bilaterali regolari, un passaggio che ha formalizzato il dialogo politico e istituzionale tra Bruxelles e Pechino.
La tensione tra valori e interessi non è una contraddizione recente, ma è intrinseca alla stessa natura europea: la politica estera europea è ancora in larga parte di natura intergovernativa, affiancata da una dimensione economica in cui l’UE riesce ad agire più spesso come un attore unitario.
Il pragmatismo europeo raggiunge il suo apogeo nel 2001, con il sostegno dell’Unione europea all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).
Integrare la Cina nei mercati globali venne considerato un’opportunità imperdibile, una mossa necessaria per garantire la stabilità del sistema internazionale e proteggere i propri interessi commerciali a lungo termine.
Prevalse quella che Jan van der Harst definì nel 2001 una crescente “europeizzazione” della diplomazia commerciale, il culmine di una politica in cui gli interessi economici hanno prevalso su altre considerazioni.
Se da un lato l’Unione europea riuscì a dimostrare di poter agire come un blocco economico unificato e coeso capace di tutelare i propri interessi economici, dall’altro lato mise in secondo piano le preoccupazioni di carattere normativo.
Con l’adesione della Cina all’OMC, si è scritta un’altra pagina dei rapporti tra Bruxelles e Pechino. È esattamente in questo momento storico che inizia l’interdipendenza economica che caratterizza oggi le relazioni sino-europee.
Una tensione ancora presente
Il rapporto sino-europeo riflette le trasformazioni del sistema internazionale, sempre più caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze, dal ritorno della dimensione militare e da una globalizzazione che rende impossibile separare economia e sicurezza.
La tensione strutturale che caratterizza l’approccio europeo nei confronti di Pechino è dovuta anche alle fragilità della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) e, di conseguenza, alle difficoltà di adottare un approccio unitario. I principali Stati membri seguono strategie differenti, complicando la possibilità di definire un approccio coerente e unitario verso Pechino.
In questo senso, il rapporto con la Cina è anche un banco di prova per riaffermare la natura stessa dell’Unione come attore internazionale.
Bruxelles ha cercato di affermarsi come una potenza in grado di esercitare influenza attraverso regole, standard e valori. Tuttavia, l’evoluzione del sistema internazionale rende più difficile sostenere un approccio normativo.
Così come negli anni Novanta, l’Europa non è in grado di mantenere una postura normativa: continua a prevalere la dimensione economica, mentre le questioni legate ai diritti umani tendono a rimanere in secondo piano.
La vera sfida per l’Unione è riuscire a integrare ideali democratici e interessi economici in un sistema internazionale sempre più competitivo.









Ottimo. Uno dei articolo più informativi che ho mai letto nel scopo dei relazioni cina-ue-usa. Bravissima la autrice.