Reati senza corpo ma con un colpevole
I siti con foto di donne spogliate grazie all’intelligenza artificiale ci ricordano che la tecnologia è uno strumento, a far danni è l’essere umano
In ambito giuridico c’è già chi si chiede se la macchina in questi casi non concorra nel reato, come una sorta di complice, ma almeno allo stato attuale della tecnica e del diritto, questa ipotesi deve escludersi perché la macchina, oltre a non essere un soggetto giuridico, non esprime una propria volontà e non è parte attiva del processo di distribuzione e, se si vuole, neppure di quello di creazione perché genera solo quello che le viene chiesto di generare
Laura Turini
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Ogni volta che si legge una notizia che coinvolge i deepfake, ovvero le immagini create dall’intelligenza artificiale che riproducono persone o luoghi reali alterati, si ha l’impressione che il colpevole di quanto sta accadendo sia la tecnologia e non l’uomo.
Questa sensazione è tanto più forte quanto più clamoroso è l’evento narrato, come è accaduto di recente nel caso della pubblicazione di nudi di personaggi famosi creati con l’AI.
I fatti di cronaca sono spesso l’occasione per ribadire la pericolosità di questi strumenti e le derive a cui possono condurre, così come oltre un secolo fa venivano segnalati i disastri compiuti dalle automobili considerate molto meno sicure dei cavalli.
Anche se può sembrare scontato, credo che meriti ricordarci che la tecnologia è solo un mezzo e che il vero artefice di ogni male è sempre e solo l’uomo.
Al di là delle elevate capacità creative che può raggiungere l’intelligenza artificiale, responsabile dell’azione che compie non è mai la macchina che genera un’immagine, ma il soggetto che se ne appropria e ne fa un uso distorto, pubblicandola su Internet e diffondendola.
In ambito giuridico c’è già chi si chiede se la macchina in questi casi non concorra nel reato, come una sorta di complice, ma almeno allo stato attuale della tecnica e del diritto, questa ipotesi deve escludersi perché la macchina, oltre a non essere un soggetto giuridico, non esprime una propria volontà e non è parte attiva del processo di distribuzione e, se si vuole, neppure di quello di creazione perché genera solo quello che le viene chiesto di generare.
Anche se l’intelligenza artificiale ha una certa autonomia nella realizzazione dell’immagine, è l’essere umano a ordinarle di farlo ed è sempre lui che decide come utilizzare l’output prodotto dal sistema.
Detto questo, è però indubbio che il diffondersi di immagini alterate di persone reali pone molti interrogativi etici e giuridici, tra l’altro non nuovi.
Qual è l’offesa
Il primo aspetto su cui merita riflettere è che cosa sia considerato riprovevole e quale sia l’offesa che meriti di essere punita.
La diffusione di immagini a carattere pornografico (ma un semplice nudo può dirsi tale?) è un reato disciplinato dall’art. 612-ter del Codice Penale che però si verifica a condizione che l’immagine sia reale, non creata al computer.
Con l’introduzione del reato di deep fake all’interno la Legge n. 132/2025 sull’intelligenza artificiale e il nuovo articolo 612-quater Codice Penale, si è cercato di rimediare a questa mancanza, punendo anche chi diffonde immagini alterate con strumenti AI.
Restano però aperte alcune questioni interpretative, ad esempio in merito al concetto di “danno ingiusto”, e c’è il rischio che possano restare impunite alcune casistiche rilevanti non riconducibili all’interno della norma.
Che cosa succede, ad esempio, se le immagini alterate non vengono solo mostrate come tali ma sono inserite in un contesto più grave come una scena di violenza sessuale?
Le norme puniscono atti fisici sul corpo fisico. Lo stupro implica una penetrazione fisica del corpo di una persona reale, per cui l’immagine di una violenza in uno spazio digitale non rientra tecnicamente nella fattispecie perché non c’è contatto corporeo e manca un corpo violato.
Questo però non significa che la persona reale non si senta turbata e danneggiata nel vedere la propria immagine alterata compiere atti che non le appartengono.
La violenza è già insita nel fatto di avere impedito al soggetto ritratto di decidere cosa fare del suo corpo, anche se si tratta di un corpo virtuale, ma qui c’è molto di più.
In Gran Bretagna e negli Stati Uniti questo tema è molto sentito.
La professoressa Clare McGlynn, che rappresenta una delle voci più ascoltate nel dibattito britannico su violenza digitale di genere, sostiene che la legge deve spostare l’attenzione dall’anatomia alla lesione della dignità della vittima, riconoscendo che lo scopo dell’aggressione virtuale è lo stesso, ovvero quello di dominare sessualmente una persona senza consenso.
Si potrebbe quindi rendere necessario rivedere una parte importante della disciplina penalistica, introducendo un nuovo modo di concepire l’offesa alla persona, sconosciuto ai legislatori ottocenteschi, ma la repressione, per quanto importante, non è affatto sufficiente.
Secondo una ricerca di alcuni studenti dell’Università di Trento, il numero di deepfake nel mondo è cresciuto del 550 per cento tra il 2019 e il 2023 e il 96 per cento di essi ha contenuto pornografico non consensuale.
A un risultato analogo è giunto anche il rapporto dell’associazione britannica Internet Matters che si occupa della sicurezza online dei bambini nel quale si legge che il 98% dei deepfake online è a sfondo sessuale e il 99% ritrae donne o ragazze.
Le cosiddette piattaforme di “nudify” o “undress AI” sembrano essere più brave a riprodurre il nudo femminile piuttosto che maschile, probabilmente proprio perché il mercato è orientato in quella direzione.
Entrambi gli studi evidenziano però un altro dato inquietante. Circa la metà degli intervistati non sa cosa siano i deepfake o non sa riconoscerli.
Senza difese
Di fronte a un fenomeno in rapida espansione, che vede manipolatori e sfruttatori muoversi con grande abilità, troviamo dall’altra parte una collettività impreparata.
Secondo Internet Matters su un campione nazionale di 3.000 famiglie, il 61 per cento dei bambini e il 45 per cento dei genitori non conoscono il termine “deepfake”, mentre uno studente su otto ha avuto esperienza diretta di immagini di nudo generate con l’AI.
Molte vittime di deepfake, si legge nel rapporto, manifestano sintomi di stress post-traumatico, ansia, depressione, ma solo l’11 per cento degli studenti britannici ha ricevuto a scuola un’educazione sul tema dei deepfake, e appena il 6 per cento sui nude deepfake nello specifico.
Questo scenario dimostra quanto sia importante una riforma che, prima ancora che giuridica, deve essere culturale. Dobbiamo imparare a difenderci da chi fa un uso distorto dell’intelligenza artificiale, ma dobbiamo anche crescere persone consapevoli.
Quando si parla di “uomo al centro”, più che pensare a prendere a martellate le macchine, ci si dovrebbe impegnare a valorizzare l’essere umano occupandoci della sua educazione ed evoluzione sociale.
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Auspico e, se ne avessi la capacità e il potere, l'inserimento - specie nelle scuole - nozioni e azioni che chiariscano la pericolosità della IA, se usata contro la libertà personale e il consenso degli individui. Il problema non è semplicemente e solo il corpo femminile, da tenere prezioso e non svilire... Educare e aiutare tutti, soprattutto gli adolescenti/giovani di entrambi i sessi (o diversamente sessuati), ad amare la propria persona e a coltivare il pudore come una ricchezza grande da preservare: amarsi come si è e non sprecare l'io personale con/su aperture/richieste/curiosità varie, che distraggono e impoveriscono la ricchezza dell'essere. Restare belli e creativi come si è: "Intus legere et intus se amare" et cetera et cetera... Valete omnes ac shalom/pax/salam in questi 'nostri tempi' non belli e dispersivi, spesso carichi di odio e di 'disamore'. Teniamoci stretta e cara la bellezza dell'esserci, per noi e per gli altri.
Ho letto con interesse e ringrazio l’autrice
Nella conclusione:
“……. crescere persone consapevoli.
Quando si parla di “uomo al centro”, più che pensare a prendere a martellate le macchine, ci si dovrebbe impegnare a valorizzare l’essere umano occupandoci della sua educazione ed evoluzione sociale…..”
Messaggio perfetto e urgente, ma come, dove, chi oggi dovrebbe/potrebbe occuparsene?
Un’ anziana come me ricorda il maestro Manzi, ma oggi cosa resta possibile fare?
Aggiungo una curiosità’ da inesperta: l’autrice non ha evidenziato eventuali risvolti economici del fenomeno in discussione: non esistono, non hanno rilevanza o si tratta di una scelta di trattazione su un argomento tanto sfaccettato?