Rapporti di forza
Gli Stati Uniti e Israele hanno perso, l’Iran ha resistito, ma la geopolitica non è un gioco a somma zero. E il bilancio della guerra è più complicato
Se la minaccia dell’olocausto nucleare diventa uno strumento da sbandierare a ogni accenno di resistenza da parte del nemico, non si capisce come la corsa di tutti a dotarsi di una force de frappe alla francese o alla nord-coreana possa essere fermata o anche solo rallentata
Manlio Graziano
La diretta settimanale di Appunti di Geopolitica sarà oggi, giovedì 18 giugno, alle 17.30
Il risultato netto della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso è il rafforzamento relativo dell’Iran. Sicuramente nella regione, ma anche al di là.
Premettiamo che, al momento in cui scriviamo queste righe, le indiscrezioni sui 14 punti dell’«accordo» tra Washington e Teheran si fanno sempre più esplicite, ma si tratta comunque solo di una lista di questioni sulle quali la discussione deve ancora cominciare.
Non è un accordo di pace, tant’è vero che Trump ha già detto che «se gli iraniani non si comportano bene, torneremo subito a sganciare bombe proprio in mezzo alla loro testa».
Ma le discussioni a venire, quali che ne siano modi e contenuti, non potranno cambiare di molto il nuovo rapporto di forze che si è venuto a creare.
Nuovo rapporto che, in ogni caso, conferma la validità di un principio politico quasi intuitivo – anche perché si applica anche alla nostra vita quotidiana: se si comincia un’azione qualunque senza sapere cosa si vuole ottenere, nel migliore dei casi non si otterrà nulla, nel peggiore si perderà qualcosa, se non tutto.
La somma zero non esiste




