Parlare solo delle cose importanti
Il problema dell’informazione che informa poco e male non è solo l’oligarchia degli opinionisti, ma anche il modo in cui la chiacchiera da bar sostituisce l’argomentazione
Forse dovremmo smettere di cercare iniezioni di dopamina a buon mercato. Smettere di cercare e creare la rissa. Pensare e parlare solo di quel che è evidentemente, e da sempre, realmente importante
Gianfranco Pellegrino
Su Appunti leggi anche
Qui il dibattito su talk show e informazione
Alla prima lettura del pezzo di Filippo Riscica qui su Appunti, quando mi è venuta voglia di rispondere, ho avuto la netta sensazione di poter essere preda di una specie di Comma 22. Forse anche Stefano Feltri deve avere avuto la stessa impressione.
Come si fa ad avere un’opinione su un pezzo che denuncia che tutti hanno un’opinione su tutto, e spesso senza basi fondate per avercela, senza cadere preda della denuncia contenuta nel pezzo?
Se contraddiciamo Riscica, rischiamo di dargli ragione (a meno di non essere esperti, come lui, di epistemologia sociale: anzi, a meno di non essere esperti di epistemologia sociale ed esperti di scrittura su questo tipo di piattaforme). Se non lo contraddiciamo, pure.
Feltri ha provato a sfuggire all’amichevole Comma 22, e lo ha fatto da una posizione forte: è opinionista accreditato, anche e soprattutto nelle piazze televisive, che Riscica considera in prevalenza. Su quel che vuol dire essere un opinionista Feltri è un esperto, che non sconfina affatto.
Proverò anch’io a sfuggire al Comma 22 da una posizione invece debolissima: non sono opinionista (per quanto scriva qualcosa ogni tanto) e non vado in televisione (tranne rarissime eccezioni). E proverò l’impresa non per spirito di temerarietà o contraddizione, ma perché sono convinto che la questione che pone Riscica abbia un’importanza politica enorme, come proverò a dire alla fine di questo pezzo.
Riscica mette le dita con molta acutezza su una piaga evidente della nostra discussione pubblica: viviamo nella Repubblica degli Opinionisti – lo spazio delle opinioni prevale nettamente su quello dei fatti neutri, ammesso che esistano, e però si tratta di una Repubblica degli Ottimati, con pochi e prevalenti opinionisti che parlano di (quasi) tutto.
I vizi epistemici che Riscica rimprovera agli Opinionisti Prevalenti che trionfano nel regime informativo sotto cui ci troviamo a vivere sono quattro:
1. la vacuità informativa: costoro non aggiungono nulla al corpus di informazione già disponibile, in tre maniere: dicendo banalità (il sole sorgerà, il governo Meloni non ha avuto alcuna reazione degna di nota al dramma di Gaza), manifestando atteggiamenti, più che presentando informazioni (il sole sorgerà e questo è bene, il governo Meloni non ha avuto alcuna reazione degna di nota al dramma di Gaza e questo è malissimo), oppure usando mezzi retorici sleali o tali da sostituirsi all’argomentazione (il sarcasmo che è ormai la cifra di Marco Travaglio);
2. lo sconfinamento epistemico: gli opinionisti spesso si spingono in campi su cui non hanno autorità epistemica, sia diretta (hanno prodotto nuova conoscenza in prima persona, grazie al loro lavoro: sono degli esperti), sia indiretta (sono in grado di padroneggiare la conoscenza degli esperti e produrne un resoconto attendibile: sono degli studiosi);
3. l’usurpazione di autorità epistemica: gli opinionisti prendono l’autorità che hanno (o viene loro attribuita) in un settore e la trasferiscono in un altro, in cui però non hanno autorità reale (Mieli che è autorevole, forse, come storico, e parla di tutto; Travaglio che era un buon cronista giudiziario, e parla di tutto; aggiungerei: Carlo Rovelli che è un meraviglioso fisico e parla di filosofia morale e politica);
4. l’oligarchia delle opinioni: in virtù soprattutto della propria capacità di spendere in altri mercati la moneta epistemica che hanno guadagnato in un certo settore (la divulgazione storica, la cronaca giudiziaria e l’antiberlusconismo, la fisica teorica) un manipolo di esperti occupa totalmente lo spazio delle opinioni, cioè lo spazio di attenzione e presenza televisiva che il pubblico può dedicare ad ascoltare opinioni.
Pochi opinionisti parlano di tutto e molti cittadini (non opinionisti? Opinionisti in circoli ristretti, per esempio sui social? Ci torno) stanno ad ascoltarli, talvolta prendendo per buono ciò che dicono.
Nella sua risposta Feltri considera tutti questi vizi, negandone alcuni e spiegandone altri. Spiega l’oligarchia delle opinioni ricostruendo i meccanismi e l’evoluzione dei talk show, e questo è il suo contributo migliore alla discussione.
Nega lo sconfinamento epistemico e la vacuità informativa rivendicando la capacità di alcuni opinionisti e sua di produrre nuova informazione senza sconfinamenti, producendo sintesi di teorie e discussioni complesse che siano attendibili ma anche efficaci (che durino un minuto, che rispettino non solo i tempi, ma anche gli stilemi del dibattito televisivo).
Si noti che Feltri dice alcune cose precise: questa sintesi gli esperti non la saprebbero fare; quindi, gli opinionisti capaci producono qualcosa di nuovo, e lo fanno esercitando una certa conoscenza attendibile delle discussioni che sintetizzano e spiegano, senza sconfinare e senza contrabbandare moneta epistemica falsa – non sono esperti di economia, ma esperti nell’arte di sintetizzare l’economia in una trasmissione televisiva.
Che cosa si può aggiungere a tutto questo? Tre cose. Una correzione o un allargamento di prospettiva, un dubbio sulla concezione delle opinioni che Riscica e Feltri condividono e un’idea su che cosa si dovrebbe fare.
L’ipertrofia delle opinioni
La correzione di prospettiva, o l’allargamento. Più che un’oligarchia delle opinioni, mi pare che viviamo in un’ipertrofia delle opinioni, che però non nega la gerarchia. Tutto è opinione e tutti hanno un’opinione.
Il fenomeno descritto da Riscica e Feltri – un circo che sfila su televisione e giornali in cui alcune persone (peraltro in gran parte maschi, questo mi viene in mente ripercorrendo i nomi discussi da Riscica e Feltri) parlano di tutto – è il fenomeno più evidente, ma non l’unico nel suo genere.
In realtà, il Paese – forse i Paesi occidentali – è un pullulare di opinionisti, ognuno con la sua bolla, dai social ai bar.
La postura ‘parlo di tutto e su tutto dico la mia’ è diffusa ovunque – dalla metropolitana ai bar di paese, passando naturalmente dai social.
Gli Opinionisti Ottimati sono solo fonti apicali del chiacchiericcio, o catalizzatori di esso. Fenomeni come La Zanzara di David Parenzo e Giuseppe Cruciani, che danno visibilità (direi: che danno la stura) a umori diffusi e solo suppostamente ‘bassi’ o indicibili sono affioramenti di questa cinghia di trasmissione.
Ma l’opinionismo diffuso non è un fenomeno democratico: si tratta di un fenomeno che non alimenta, come si potrebbe pensare a prima vista, lo spirito critico, la discussione democratica, il mercato milliano delle idee.
Piuttosto, è un gigantesco meccanismo di amplificazione e accumulazione di poche opinioni contrapposte e, tutto sommato, rozze, a cui serve il catalizzatore, che è l’opinionista visibile mediaticamente.
In altre parole, per dire la mia su Facebook mi abbevero alla rissa quotidiana in Tv, facendo diventare un processo necessario e ovvio della mente umana – nessuno può avere idee completamente nuove, di qualcuno dobbiamo pur fidarci, siamo nani sulle spalle di giganti – un volano di conformismo e chiacchiericcio.
La tentazione di dire che tutto questo nasce ed è alimentato da meccanismi televisivi e social è forte, ma bisogna resistere.
Televisione e social amplificano tendenze già presenti, e queste tendenze spiegano anche la coesistenza fra gerarchia – pochi opinionisti accreditati – e disintermediazione populista – tutti opinionisti, uno vale uno.
La tendenza alla chiacchiera da bar e la tendenza a ripetere e infiocchettare l’omelia del parroco o il discorso del demagogo non sono nuove. C’erano nell’Italia anni Cinquanta. C’erano nell’Atene del V secolo, e Aristofane cercava di ridurre Socrate all’ennesimo opinionista sofista.
C’erano nella società delle lettere illuminista, che precede e dà vita al modello Voltaire-Zola di intellettuale – uno scrittore-filosofo che denuncia, l’affaire Dreyfus e il caso Calas (vi ricorda niente? A me ricorda Pasolini e il pezzo di Riscica su Scurati, qui).
Come dicevo, tutto questo non è il mercato milliano delle idee, dove la verità affiora e vince dal confronto fra falsità e mezze verità. È piuttosto un mercato oligopolistico, o monopolistico, dove grandi concentrazioni, grappoli di opinioni polarizzate smussano e vanificano ogni posizione non polarizzata, non incasellabile, non presentabile in maniera netta. È un mercato che risponde a una domanda, la domanda di spettacolo a buon mercato, la domanda della dose quotidiana serale di dopamina.
È il mercato che è stato costruito smantellando la vecchia, felpata, democristiana Tribuna Politica, abolendo la divisione netta fra intrattenimento e dibattito politico che era stata impostata e mantenuta dalla pedagogia convergente dell’intelligencjia togliattiana e della RAI democristiana. E finché ci sarà questa domanda ci sarà l’offerta.
E questo mercato c’era, e c’è sempre stato: è stata una scelta di pedagogia politica non foraggiarlo – una scelta forse derivante da una certa consapevolezza della vicinanza fra questo tipo di mercato della comunicazione e il fascismo. La scelta è venuta meno, come molte cose, con l’avvento delle televisioni private.
Insomma, ci sono tre protagonisti della Repubblica degli Opinionisti, che è una Repubblica di mercato: gli opinionisti medesimi, che sono quelli che producono la merce, la piazza televisiva e mediatica, che è il sistema che questa merce la smercia, e i consumatori. Questi ultimi sono importanti come gli altri due protagonisti, se non di più. Su questo, torno dopo.
Buone e cattive argomentazioni
Il mio dubbio sulla concezione delle opinioni di Riscica e in parte di Feltri è il seguente. Entrambi condividono l’idea che l’opinione aumenti l’informazione, porti un contributo informativo – sia esso fatto di dati, di analisi, di approfondimenti, di sintesi attendibili di opzioni teoriche.
Questo è vero in certi ambiti – per esempio in economia, in storia, nelle questioni geopolitiche. Ma in altri casi l’opinione non è analisi o teoria descrittiva, ma è giudizio argomentato di valore. Si pensi alle questioni bioetiche o a quelle di etica dell’ambiente.
In questo caso, un opinionista serio non è solo chi propone analisi descrittive, cioè scientifiche (anche se chi lo fa è necessario, soprattutto di fronte a negazionismi o tentativi di far passare idee preconcette come tesi scientifiche: si pensi alla discussione sulle identità sessuali, sul fine vita, sul cambiamento climatico). Ma, quando sono in ballo questioni più evidentemente etiche e politiche, l’opinione è soprattutto argomentazione su idee e valori morali.
Queste argomentazioni non sono soggettive, o non più di altre. Né sono del tutto personali o arbitrarie. Ci sono buone argomentazioni in politica e in etica. Nessuno si sognerebbe più di dire che certe persone nascono schiave per natura, come faceva Aristotele. Neanche chi sostiene idee reazionarie o anti-egualitarie.
Certe argomentazioni sono superate e basta. Sono cattive argomentazioni, e lo erano sin dall’inizio, nonostante l’abilità di Aristotele.
L’opinione rigorosa in questi campi non è sottorappresentata, né afflitta da usurpazioni di autorità o sconfinamenti epistemici. Anche perché una buona argomentazione etica non sempre necessita di un patrimonio di conoscenze, anche se questo aiuta.
Le argomentazioni di Beppino Englaro sul fine vita erano ineccepibili, per molti cittadini e per chi come me queste cose le ha studiate un po’. E venivano dall’onestà e dall’esperienza di vita di Englaro. Succede, a volte. Le argomentazioni di Alex Langer sull’ecologia sono un altro esempio.
È una mossa sbagliata obliterare questo tipo di opinioni, e pensare che anche in questo campo ci siano solo o pronunciamenti arbitrari (il sarcasmo di Travaglio, i pronunciamenti apodittici di Scanzi, le cattive analisi di Mieli) o buone analisi. E pensare che in questo caso bisogna evitare sconfinamenti epistemici o usurpazioni di autorità non serve, o è pericoloso, perché può condurre all’epistocrazia o alla tecnocrazia.
Questo è il campo in cui servono solo buone argomentazioni, paziente lavoro di indagine e discussione delle idee morali e politiche.
Ma questa precisazione non toglie importanza al lavoro e alla posizione di Riscica. La aumenta anzi.
Perché questo tipo di opinione – l’opinione di un cittadino riflessivo o di una persona che riflette con rigore sulle questioni morali – è sommerso dalle false analisi, dai pronunciamenti apodittici, dalla sintesi mal fatta, e che sia sommerso è un fatto grave, perché non produce soltanto un’oligarchia delle opinioni, o al limite informazione falsa o triviale. Arresta i circuiti democratici del progresso morale.
Naturalmente, rimane un dubbio insidioso, soprattutto alla luce dell’analisi che ho fatto sopra.
Rimane il dubbio che questo tipo di opinione – l’opinione morale argomentata, il giudizio riflessivo del cittadino virtuoso – non sia presente e saliente perché non la si può dire in un minuto, perché non è chiaramente ascrivibile a un campo di expertise, perché lascia dubbi e apre questioni, più che assumere posti.
Un tizio che fa queste riflessioni non verrebbe invitato di nuovo in TV, temo. Ma i tizi che hanno fatto queste riflessioni, con tutta probabilità, hanno votato al referendum sul divorzio e sono quelli che spingono avanti il progresso morale del mondo, con tutte le difficoltà del caso.
Questo mi conduce alla mia riflessione finale. Che dobbiamo o possiamo fare? I problemi messi in luce da Riscica e Feltri sono autentici. Io ho solo allargato lo sguardo e precisato alcune cose. Ma nessuno di loro suggerisce che cosa fare. Mi pare che il grande rimosso da questa storia siano i consumatori, siamo tutti noi.
Mi pare che un mercato oligopolistico o un mercato che produce esternalità negative si corregga solo in due modi.
Dall’alto, con posture dirigistiche. Ma queste sono contraddittorie rispetto all’ideale che ho in mente, l’ideale di una discussione riflessiva e rigorosa sulle questioni etiche e politiche, che coinvolga tutti.
Dal basso, quando i consumatori decidono di cambiare la domanda, di boicottare certe merci, di non essere più complici.
Forse questa potrebbe essere la via, lo scarto di lato. Forse potremmo smetterla – parlo per i piccoli opinionisti, come me, e non oso suggerire nulla ai grandi stakeholder –, semplicemente.
Smettere di cercare iniezioni di dopamina a buon mercato. Smettere di cercare e creare la rissa. Pensare e parlare solo di quel che è evidentemente, e da sempre, realmente importante.
Sarà poco. Ma ci proverei.
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Grazie Gianfranco! Un fatto che mi porta a un certo pessimismo sull’intera questione: il pubblico televisivo non coincide con il pubblico dei lettori di Appunti, è ovviamente più ampio ma ha anche in media meno competenze e scolarità. La televisione che vive di pubblicità deve fare restare allo schermo un tipo di pubblico che di default vuole messaggi semplici. La tv di qualità potrebbe essere paternalista, una tv che insegna - questo forse faceva la vecchia BBC o la vecchia RAI. Ma chi ha l’autorità e chi sente il mandato di insegnare/educare, oggi? Chi ha i soldi per farlo? Ma ne riparliamo
Grazie ! Ce n' est pas comme ça dans tous les pays occidentaux.
Je regarde la TV en Suisse romande et aussi en France.
Je constate que dans les émissions politiques ou autres, normalement ce sont des spécialistes et des experts qui viennent développer les arguments...
En Italie, trop d' opinionistes. ce qui me choque c' est le sarcasme, et puis interrompre la personne qui est en train de parler et le non respect des institutions.
Bonne soirée