Oggi sono i morti
I morti stanno nel tempo in cui li mettiamo. E il tempo, ormai lo sappiamo, è relativo
Ho pensato che il cimitero, almeno qui da noi, forse è anche una forma di resistenza al condominio di oggi, che quando va bene è solo una chat su whatsapp e un’assemblea l’anno. Così come il mercato in piazza il sabato mattina è un’opposizione extraparlamentare al supermercato
Fabrizio Tesseri
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“Oggi sono i morti.”
E questo modo di chiamare la ricorrenza ha in sé un paradosso che, probabilmente, ha un significato molto più profondo che l’individuare un giorno sul calendario.
Già perché “sono i morti”, ma i morti, proprio in quanto tali, non sono più.
Domani poi, magari, ci capiterà pure di dire che “ieri erano i morti”, ma anche ieri, cioè oggi, erano morti, i morti.
Voglio dire, i morti stanno nel tempo in cui li mettiamo. E il tempo, ormai lo sappiamo, è relativo. Tanto che sui social ci sono quelli che fanno gli auguri di compleanno a qualcuno ormai morto da tempo. Per quanto mi riguarda, i morti stanno nel mio tempo passato e sono, chi più chi meno, nel mio presente con la loro assenza.
Dico un’ovvietà, e come tutte le ovvietà la dico prima di tutto a me stesso, per ricordarmela e perché mi serve a qualcosa che non so, e la scrivo pure, perché magari può servire a qualcun altro o anche solo per occupare il tempo che mi separa dalla partita in tv di stasera.
Io non vado praticamente mai al cimitero, soprattutto nei giorni comandati come le feste, gli anniversari, “i morti”. Però ogni tanto ci vado, perché mi piacciono i cimiteri. O meglio, mi piace il cimitero della città in cui vivo.
La parte vecchia, soprattutto, ovvio, con le tombe a terra a destra e a sinistra della salitella che porta alla chiesa del cimitero.
Mi piacciono anche i primi vecchi fornetti, sia quelli disposti a semicerchio ai lati della chiesa che quelli a “U”, con le scale di ferro che si spostano su una specie di binario per poter mettere due fiori alle tombe su in alto.
Anni fa, si racconta, una signora, spostando la scala nel silenzio e nella canicola del primo pomeriggio, all’improvviso si sentì dire: “a signo’ e se sposti la scala io come scenno da qua?” e per poco non le venne un colpo, perché vide uno che si affacciava da un fornetto aperto. Era un operaio, diciamo così, che aveva pensato di fare una pennichella al fresco di un fornetto ancora non assegnato.
Poi, però, c’è anche la parte più nuova del cimitero, fatta di lunghi e alti condomini dove serve Google Maps, buona memoria o un’assidua frequentazione per trovare subito chi si vuole salutare. Ci sta, perché come nelle metropoli lo spazio è poco e la città si sviluppa in altezza.
Quello che mi piace di meno però è la spianata che separa la parte più vecchia da quella più nuova, che è ricoperta di grandi sarcofagi da due o quattro posti che consumano un sacco di spazio. Più ancora delle cappelle di famiglia che, perlomeno, si sviluppano su un’altezza di tre metri, più o meno.
Insomma, come la città, anche il cimitero è composto da un centro storico che ha anche dei quartieri popolari con il loro fascino, zone periferiche con palazzoni sovraffollati, villette residenziali a schiera con più nuclei famigliari e poi casette affastellate una all’altra. Non ci vado spesso al cimitero, dicevo; oggi che sono i morti, però, ci sono andato. Per la prima volta nel Giorno dei Morti.
Mio nonno anni fa ha voluto far costruire una cappella, cioè una tomba di famiglia, così passare a salutare i familiari più stretti per me significa fare un salto a questa palazzina senza campanelli. Per fortuna, c’è ancora qualche posto vuoto. Purtroppo, qualcuno è stato occupato troppo anzitempo.
Qualcuno manca, perché è sepolto altrove, ma quando lo sguardo scorre dall’alto in basso e la memoria fa l’appello, si ricorda anche di chi non riposa qui, perché l’effetto che mi fa entrare nella cappella di famiglia, le poche volte che ci vado, è ritrovare tutti gli sguardi, le parole, le risate di ognuno. Le sigarette fumate, i bicchieri di vino, le carte nelle mani, i pranzi della domenica, le cene di Natale.
Ogni singolo istante si condensa nei pochissimi minuti che sto lì dentro e mi ricorda chi ero e chi sono, nel bene e nel male. Perché il tempo sarà pure relativo, ma passa e “cambia faccia alle persone”.
Insomma, oggi sono andato al cimitero e mi sono guardato intorno e ho visto gente che si salutava, che chiedeva, che si dava appuntamento. Certo, quelli con un dolore ancora troppo grande e troppo recente erano molto più silenziosi, non solo con le parole ma con i corpi, i movimenti.
Gli altri però erano come al mercato della frutta in piazza il sabato mattina: si riconoscevano, si ritrovavano, si raccontavano brevemente e si davano appuntamenti che non saranno rispettati. Però erano vivi. Non è una battuta di dubbio gusto, voglio dire che si relazionavano gli uni agli altri.
E allora ho pensato che il cimitero, almeno qui da noi, forse è anche una forma di resistenza al condominio di oggi, che quando va bene è solo una chat su whatsapp e un’assemblea l’anno. Così come il mercato in piazza il sabato mattina è un’opposizione extraparlamentare al supermercato, dove la commessa della forneria non si ricorda di te e del solito filone di Lariano a lievitazione naturale.
Questa notte che iniziava il Giorno dei Morti, cinquant’anni fa, hanno ammazzato Pier Paolo Pasolini. Lo ammazzano ancora oggi, quasi ogni giorno, ancora una volta.
Io ho preparato un pranzo di pesce per mia madre. Ascolto “The Köln Concert”. Aspetto la partita della Roma di stasera.
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È rassicurante leggere, di rado peraltro, ciò che avresti voluto scrivere .. riflessioni semplici misurate ma profonde. Grazie .. anche per il ricordo dedicato a Pasolini, la citazione da De Gregori e la musica solo di Jarrett.
Grazie per questo scritto, che ho trovato molto vero e delicato. Molto bello e dolce il finale.