Meglio i greci
I giornalisti di Repubblica e Stampa protestano contro la vendita del gruppo GEDI ad Antenna, ma dovrebbero festeggiare. Tutte le alternative erano - e sono - peggio
Il principale problema di GEDI è che la testata ammiraglia, cioè Repubblica, gioca in un campionato dove sembra esserci spazio per un solo vincitore (il Corriere). Chi arriva secondo non avrà mai abbastanza ricavi da permettersi i costi faraonici di un giornale generalista pensato per essere di massa che però ormai arriva a una nicchia
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Qualche anno fa ho declinato l’offerta di andare a lavorare a Repubblica, con il gruppo GEDI ho avuto frequentazioni e abboccamenti per oltre un decennio, da una prima offerta per l’Espresso, alla fine senza mai concretizzare nulla.
Dunque mi sento abbastanza distaccato da guardare con lucidità quello che sta succedendo ma in qualche modo anche partecipe (tra l’altro, il quotidiano Domani che ho fondato nel 2020, era un derivato delle vicende GEDI).
Da questa prospettiva, proprio non capisco la protesta dei giornalisti del gruppo contro la vendita dell’azienda alla greca Antenna del miliardario Theodore M. Kyriakou. Le alternative erano - e sono - tutte peggiori.
La reazione alle notizie sulla vendita dimostra soltanto che i giornalisti italiani sono talmente prigionieri della narrazione del proprio declino da non riuscire a valutare le opzioni realistiche a disposizione.
Scatta un riflesso pavloviano di dare tutte le colpe agli editori e chiedere aiuti pubblici - a questo governo, peraltro - che è rivelatorio soltanto della totale perdita di autostima della categoria anche nei suoi spazi più privilegiati quali sono ancora le testate del gruppo GEDI (rispetto a quello che c’è fuori, non ai fasti del passato).
L’azionista
Dopo discutiamo della crisi di GEDI, ma per il momento stiamo al punto oggetto della questione urgente: l’azionista. Onestamente, mi sfugge perché il misterioso Theodore M. Kyriakou dovrebbe essere più problematico di John Elkann.




