Ma perché vuoi essere pagato?
Lo scrittore Jonathan Bazzi ha raccontato quanto è difficile trasformare la notorietà in un reddito dignitoso. Il lavoro culturale è solitudine e precarietà
Chiunque sia un collaboratore di un giornale o di una casa editrice conosce bene la situazione paradossale e umiliante di una crisi di settore che ricade completamente su chi lavora: stipendi dimezzati che arrivano dopo anni, autosfruttamento, licenziamenti da un giorno all’altro, testate che nascono e che muoiono in pochi mesi. Tutto questo non fa notizia persino quando è una notizia
Christian Raimo
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Qualche giorno fa lo scrittore e giornalista culturale Jonathan Bazzi ha fatto un post sui suoi social con uno screenshot del suo conto corrente.
Il post è stato moltissimo letto e commentato:
Grazie siamo nella stessa barca, La maledetta “visibilità”, ne ha ammazzati più la visibilità che la spagnola, Questa è la situazione del giornalismo culturale in Italia. Io sono precario da sempre, da diciotto anni.
Dal primo giorno. Ti capisco benissimo, Hai tutta la mia solidarietà e anche il mio appoggio.
Essere pagati a 90/120 giorni è inaccettabile così come lo sono i compensi dei collaboratori nel nostro ambito, Considerato che la stragrande maggioranza dei commenti qui sono di gente nella stessa condizione, me inclusa: cosa facciamo?, Grazie per parlarne e farlo in questo modo, caro Jonathan, Leggendo ho pensato ecco, la verità finalmente, nuda cruda e persino detta con tono gentile. Grazie, grazie, Siamo sotto attacco da anni: gli umanisti in generale…
L’autrice e conduttrice di Radio3 Paola De Angelis ha giustamente citato il libro di Cynthia Cruz, Melanconia di classe (2021, Atlantide) per provare a precisare quale fosse lo spirito che si respirava in tutte le reazioni.
Sempre tra i commenti è intervenuto anche Roberto Burioni: seppure un lavoro ben pagato ce l’ha, ha deciso di migrare su Substack invece di stare sui social a fare divulgazione proprio per questo motivo.
Il giornalista americanista Martino Mazzonis ha invece richiamato l’attenzione sul non risolvere questo tema con la falsa pista della questione generazionale – “potrei esserti padre”, chiosava a Bazzi: la situazione è la stessa per tutti. La scrittrice Helena Janaczek ha accostato un post che qualche giorno fa aveva scritto proprio Mazzonis:
È davvero interessante leggere tutti i commenti, le condivisioni, le repliche e gli accostamenti che il post di Bazzi ha generato, la maggior parte di riconoscimento e solidarietà, anche se non pochi quelli liquidatori: Ma perché vuoi essere pagato?
Loredana Lipperini in vari post sul suo blog Lipperatura ha provato a mettere insieme gli elementi più interessanti di un dibattito che è stato via via più animato e disordinato, con tante citazioni personali, e molta riflessione intorno a parole chiave come visibilità e reputazione.
È paradigmatico il pezzo il Guia Soncini su Linkiesta che ha ridotto tautologicamente, un po’ al solito verrebbe da dire, la sintomatologia all’evidenza del sintomo: “Mi viene il sospetto che sì, far tornare i conti del lavoro culturale sia difficile, ma parte di questa difficoltà venga dalla smania di esserci. Dal timore che, se chiedi i soldi, poi t’invitino meno”. Il personale è personale.
È davvero interessante leggere tutti i commenti, le condivisioni, le repliche e gli accostamenti che il post di Bazzi ha generato, la maggior parte di riconoscimento e solidarietà, anche se non pochi quelli liquidatori: Ma perché vuoi essere pagato?
Sfruttamento e resistenza
Lo stesso giorno di questo post, è successa una cosa più grave che non ha avuto una grande eco nel giornalismo culturale. È morto Paolo Virno, uno dei più importanti filosofi italiani, uno dei primi in Italia a ragionare in modo complesso sul lavoro culturale nella società postfordista.
Il suo Grammatica della moltitudine è del 2001 (oggi è nel catalogo di DeriveApprodi), e già in quelle pagine potevamo trovare, a partire da riflessioni che mescolavano Karl Marx con Luciano Bianciardi, Hannah Arendt con Gilbert Simondon (un filosofo francese di metà novecento che Virno ha avuto il merito di riscoprire) un’analisi di sistema:
C’è da domandarsi quale ruolo abbia svolto l’industria culturale in relazione al superamento del fordismo/taylorismo. Ritengo che essa abbia messo a punto il paradigma della produzione post-fordista nel suo complesso.
Ritengo quindi che le procedure dell’industria culturale siano divenute, da un certo punto in poi, esemplari e pervasive.
Nell’industria culturale, anche in quella arcaica esaminata da Benjamin e Adorno, si può cogliere il preannuncio di un modo di produrre che poi, con il postfordismo, si generalizza e assurge al rango di canone.
Generate in senso al post-operaismo dalle lotte del ’77 in poi, le pagine di Virno hanno formato un’intera generazione di militanti (e interpreti: filosofi, sociologi, giornalisti…), riuscendo a rendere politico quel disagio individuale, quella frustrazione, e quella mortificazione materiale che il sempre più plateale sfruttamento nel mondo del lavoro cognitivo ha cominciato a produrre a cavallo tra un secolo e l’altro.
L’elemento che mi ha allora colpito è che tra le reazioni al post virale di Bazzi nessuno citasse Virno. E nonostante da molti si rivendicasse l’impellenza di una ricomposizione di classe, nessuno nemmeno usava per esempio termini che all’inizio degli anni Duemila sembravano aver disegnato almeno un nome per una classe sociale: il cognitariato, il precariato cognitivo.
Soltanto Simone Ghelli ha tirato fuori il nome di Sergio Bologna, storico del movimento operaio, e anche lui tra i primi in Italia a riflettere e scrivere sul lavoro culturale nella società postfordista, autore di Ceti medi senza futuro (2007) e Vita da freelance (2010), e soprattutto fondatore di Acta, la rete dei lavoratori del terziario avanzato, nel 2004.
Rendere politico il disagio
Questa constatazione portava una conclusione abbastanza triste. La politicizzazione dei lavoratori intellettuali aveva riguardato una parte piccola di quella platea: essenzialmente gli universitari, i ricercatori.
I lavoratori dell’editoria e i giornalisti culturali sembrano non aver vissuto nessuna delle varie ondate di tentativi di lotte collettive o di sindacalizzazione che da almeno venticinque anni hanno attraversato l’Italia.








