L’ascesa degli opinionisti ha generato un flusso di commenti da parte di persone la cui legittimità a intervenire non è più basata su una competenza specifica, ma sulla notorietà mediatica
Bel pezzo! Le scelte sistematiche degli ospiti nei talk show possono essere analizzate (basta raccogliere i dati, gli esperti li sanno raccogliere e analizzare).
Il tema connesso è quello delle barriere all'entrata: Herman e Chomsky ne hanno scritto secoli fa.
Ottima analisi, Filippo! Vero, per definizione una misura dell’informazione è la riduzione dell’incertezza, ovvero riduzione delle possibilità di verità (se dico che il mio numero di telefono non è 3456678901 non puoi certo chiamarmi). Ma “informazione”’in senso matematico e in senso mediatico non sono strettamente sinonimi. Lo stesso vale per “incertezza”. Se ascolto i pro e i contro di una scelta politica, o i dubbi sui progetti di Mahdani, o i problemi sulla riforma della magistratura non riduco la mia incertezza, anzi magari scalfisco utilmente una mia preconcetta opinione poco fondata. Aumento la mia incertezza su cosa sia giusto pensare ogni volta che mi si informa della complessità della situazione. Da un tg voglio informazione in senso riduzione dell’incertezza, da un talk show o da questa pagina virtuale vorrei tutta l’incertezza che pertiene alle situazioni complesse. Vedi che qui il termine si usa in due sensi, oggettivo e soggettivo. Un buon esperto o divulgatore mi fa vedere bene l’incertezza e possibilimente mi indica le scelte di valore che posso prendere per superarla. Scusa per la lunghezza.
Elisabetta, grazie per questo commento! Mi sembra che la tua obiezione sia assolutamente corretta e che io ne debba tenere conto. Sono d'accordo con te che il senso matematico di informazione proposto da Shannon non sia strettamente sinonimo di informazione in senso mediatico. Inoltre, non voglio neanche impegnarmi a sostenere che il senso matematico determini un senso normativamente rilevante. Mi sembra, però, che anche accogliendo la distinzione che giustamente fai, ci sia spazio per sostenere, articolandolo meglio, il mio punto che l'informazione come riduzione dell'incertezza sia importante da tenere in mente, anche nei casi che descrivi. La strategia che ho in mente si basa su questa considerazione: non mi è chiaro che le alternative rilevanti debbano essere definite in termini di fatti. Mi sembra perfettamente possibile che le alternative rilevanti possano essere definite anche in termini di modelli. Se questo è corretto, allora un senso (minimale) di informazione ritorna nell’esempio che porti. Se mi trovo di fronte a due modelli, uno che postula una spiegazione semplice di un fenomeno e uno che ne postula una complessa e non so quale scegliere, riduco l’incertezza se qualcuno mi porta buoni argomenti per escludere il modello semplice. Inoltre, anche se questa strada non fosse in alcun modo percorribile, rimarrebbe il fatto che un senso più ristretto di informazione continuerebbe ad essere rilevante, magari affiancato da un maggior ruolo della comprensione. Però, anche questa alternativa non minerebbe il punto che ho fatto ma lo integrerebbe, cosa che è compatibile con quanto sostenuto nel pezzo.
Una cosa che forse dovevo rendere più chiara è questa: non volevo dire che lo sconfinamento epistemico e l’informazione come riduzione dell’incertezza siano gli unici due strumenti di analisi. Piuttosto, volevo cercare di articolare i motivi che mi portano a essere scettico rispetto ad *alcuni* modi di gestire la conversazione pubblica. Inoltre, non volevo sostenere che ciò che determina l’ammissibilità di una asserzione nel dibattito pubblico sia che (i) riduca l’incertezza e (ii) sia fatta da un esperto. Piuttosto, cercavo di spiegare quali possano essere alcuni criteri di valutazione di quanto detto e facevo notare che, anche in casi di prodotti ben fatti, standard tutto sommato minimi non vengano soddisfatti. Non so se questo framework ti convince, fammi sapere!
I talk show valgono quanto i reality. Il giornalismo, gli esperti, sono altrove. In TV per esempio si salvano a mio avviso Tg3 Mondo di Maria Cuffaro e Newsroom di Monica Maggioni perché entrambe chiamano perlopiù gente competente a parlare. Il resto è roba per tifosi che non hanno reali pretese di informarsi, al massimo di farsi un'opinione superficiale andando dietro al loro talent (così chiamano gli opinionisti) preferito.
L'equivoco è credere che il talk show faccia informazione. Il talk show è solo un appendice dei social.
Sono rari i programmi costruiti quotidianamente nei quali ascoltare esperti dell'argomento ( come il programma di radio3 "tutta la città ne parla") , nella TV generalista gli stessi opinionisti tuttologi ovunque che fanno intrattenimento , talk-show (letteramente è proprio questo , spettacolo di parole) proprio per andare oltre alla superficialità dell' intrattenimento pseudo informativo leggo Appunti...
Trovo significativo e meritorio che, palesemente o implicitamente, il modello di opinionismo tuttologico, incompetente e fazioso sia additato in "Otto e mezzo" e nei suoi usuali e più riveriti frequentatori; cui va aggiunto perlomeno Massimo Giannini, che va in tv a sfogare il livore per i propri personali fallimenti professionali
gli opinionisti sono opinionisti, qualche volta fra loro c'è qualche esperto come Caracciolo che infatti è sempre più prudente degli altri ( ha preso cmq una bel abbaglio anche lui quando all'inizio aveva previsto che la Russia si sarebbe mangiata l'Ukraina in un amen, anche gli esperti sanno ma non sanno tutto e bisogna tenerne conto). Gli esperti? Ma anche loro mica vedono le cose allo stesso modo, pensate a quante ne abbiano dette sul Covid gli stessi infettivologi ed epidemiologici. Chi l'ha centrata meglioThomas Pueyo nè infettivologonè epidemiologo https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-act-today-or-people-will-die-f4d3d9cd99ca e https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-the-hammer-and-the-dance-be9337092b56.
L'unica sarebbe basarsi sui fatti e non sulle opinioni che invero sui giornali dabbene dovrebbero star distinti. Il problema è che anche i fatti sono raccontati da come ognuno li ha visti o li vuol far apparire, vedi Rashomon. Poi bisogna prendere in considerazione che neppure le opinioni degli opinionisti sono loro ma soprattutto di chi li paga per esprimerle: quanti sono i giornalisti liberi perchè lavorano per giornali veri e non di propaganda di gruppi imprenditoriali? Alle volte serve ascoltare anche loro per capire che delle loro opinioni è meglio stare alla larga vedi prorio Mieli o Bernabè ( mi domando sempre come abbia potuto essere là) Faccio eccezione per Travaglio ( quasi sempre) perchè è bravo, informato e soprattutto al servizio del lettore e non del propietario e se sbaglia è in buona fede ed in più il suo sarcasmo intelligente mi diverte.
Pur condividendo la repulsione per i tuttologi non posso non sottolineare l’abnormità di mettere sullo stesso piano fatti e opinioni
Se le fake news danneggiano perché stravolgono i fatti le opinioni stupide (come per esempio perlopiù quelle di bocchino) restano opinioni che ognuno può esprimere in democrazia e non ci vuole una patente per farlo. L’importante sarebbe che i conduttori le presentino come opinioni e stoppino immediatamente lo sproloquio allorché all’interno di un’opinione si cerca di far passare una fake news
Un sacco di parole e righe per dire l’ovvio: il giornalista spiega cose che non sa necessariamente. È la definizione di giornalista in purezza. Il giornalista si documenta e poi cerca di spiegare con stile quello che ha capito. Fa ridere pensare di informarsi e avere conoscenza approfondita di un fatto tramite i giornali, i quali tutt’al più forniscono spunti e notizie fresche (non masticate da analisi pensose che probabilmente si trovano in pubblicazioni scientifiche e contestualizzate in libri etc.).
Mi sembra un articolo sotto il livello medio di questo Substack.
Mah, Andrea Scanzi non si occupa di sport da almeno vent'anni, si occupa di politica da quando scrive per Il Fatto, quindi da 16 anni. Non credo che specializzarsi in un certo ambito voglia dire poi sapere informare chi legge, Giannino scrive di finanza da sempre ma sappiamo quante balle c'ha raccontato sul suo curriculum vitae. La cosa migliore da fare resta sempre la stessa: leggere un po' di tutto, dubitare delle opinioni di tutti e provare a farsi un'idea propria che per forza di cose rispecchieranno le nostre idee politiche
Però io, che sono più terra-terra, mi accontenterei in prima battuta, di sapere:
a) Chi scegli quali opinionisti invitare. Il conduttore? Un comitato di redazione? L'editore?
b) Su quali basi contrattuali. A puntata? Con contratti mensili o annuali? Di trasmissione o di rete? (Le stesse persone sono personaggi fisse di diverse trasmissioni)
c) Quanto vengono remunerati.
Feltri, che a suo modo fa parte del circo, ne dovrebbe sapere qualcosa.
Ci fosse un po' più di trasparenza (secondo me dovuta, almeno nel caso del servizio pubblico) su questi aspetti, forse si capirebbero anche molte altre cose.
Riscica è bravo e dimostra che se si interviene su ciò che si conosce non c'è bisogno di usare il sarcasmo, basta la competenza disarmante. Al bar il sarcasmo va molto e pure i super esperti. E qui mi fermo per non cadere in uno sconfinamento epistemico. Grazie Feltri non sbaglia un colpo, inteso come consulenti.
Certo che un talk è il risultato del lavoro di una redazione … credo comunque interessante osservare- oltre che la categoria degli opinionisti- anche quella dei “conduttori”.
Finora mi pare si sia discusso troppo poco del brodo informativo in cui annaspiamo: bravo Risica, gli argomenti non mancano!
Bel pezzo! Le scelte sistematiche degli ospiti nei talk show possono essere analizzate (basta raccogliere i dati, gli esperti li sanno raccogliere e analizzare).
Il tema connesso è quello delle barriere all'entrata: Herman e Chomsky ne hanno scritto secoli fa.
A tal proposito seguo sempre “Revolution”, ritengo che sia uno dei pochi esempi di informazione.
GRAZIE
Ottima analisi, Filippo! Vero, per definizione una misura dell’informazione è la riduzione dell’incertezza, ovvero riduzione delle possibilità di verità (se dico che il mio numero di telefono non è 3456678901 non puoi certo chiamarmi). Ma “informazione”’in senso matematico e in senso mediatico non sono strettamente sinonimi. Lo stesso vale per “incertezza”. Se ascolto i pro e i contro di una scelta politica, o i dubbi sui progetti di Mahdani, o i problemi sulla riforma della magistratura non riduco la mia incertezza, anzi magari scalfisco utilmente una mia preconcetta opinione poco fondata. Aumento la mia incertezza su cosa sia giusto pensare ogni volta che mi si informa della complessità della situazione. Da un tg voglio informazione in senso riduzione dell’incertezza, da un talk show o da questa pagina virtuale vorrei tutta l’incertezza che pertiene alle situazioni complesse. Vedi che qui il termine si usa in due sensi, oggettivo e soggettivo. Un buon esperto o divulgatore mi fa vedere bene l’incertezza e possibilimente mi indica le scelte di valore che posso prendere per superarla. Scusa per la lunghezza.
Elisabetta, grazie per questo commento! Mi sembra che la tua obiezione sia assolutamente corretta e che io ne debba tenere conto. Sono d'accordo con te che il senso matematico di informazione proposto da Shannon non sia strettamente sinonimo di informazione in senso mediatico. Inoltre, non voglio neanche impegnarmi a sostenere che il senso matematico determini un senso normativamente rilevante. Mi sembra, però, che anche accogliendo la distinzione che giustamente fai, ci sia spazio per sostenere, articolandolo meglio, il mio punto che l'informazione come riduzione dell'incertezza sia importante da tenere in mente, anche nei casi che descrivi. La strategia che ho in mente si basa su questa considerazione: non mi è chiaro che le alternative rilevanti debbano essere definite in termini di fatti. Mi sembra perfettamente possibile che le alternative rilevanti possano essere definite anche in termini di modelli. Se questo è corretto, allora un senso (minimale) di informazione ritorna nell’esempio che porti. Se mi trovo di fronte a due modelli, uno che postula una spiegazione semplice di un fenomeno e uno che ne postula una complessa e non so quale scegliere, riduco l’incertezza se qualcuno mi porta buoni argomenti per escludere il modello semplice. Inoltre, anche se questa strada non fosse in alcun modo percorribile, rimarrebbe il fatto che un senso più ristretto di informazione continuerebbe ad essere rilevante, magari affiancato da un maggior ruolo della comprensione. Però, anche questa alternativa non minerebbe il punto che ho fatto ma lo integrerebbe, cosa che è compatibile con quanto sostenuto nel pezzo.
Una cosa che forse dovevo rendere più chiara è questa: non volevo dire che lo sconfinamento epistemico e l’informazione come riduzione dell’incertezza siano gli unici due strumenti di analisi. Piuttosto, volevo cercare di articolare i motivi che mi portano a essere scettico rispetto ad *alcuni* modi di gestire la conversazione pubblica. Inoltre, non volevo sostenere che ciò che determina l’ammissibilità di una asserzione nel dibattito pubblico sia che (i) riduca l’incertezza e (ii) sia fatta da un esperto. Piuttosto, cercavo di spiegare quali possano essere alcuni criteri di valutazione di quanto detto e facevo notare che, anche in casi di prodotti ben fatti, standard tutto sommato minimi non vengano soddisfatti. Non so se questo framework ti convince, fammi sapere!
I politici, che di professione sono delegati a prendere decisioni su tutto, sono scusati se commettono sconfinamento epistemico?
I talk show valgono quanto i reality. Il giornalismo, gli esperti, sono altrove. In TV per esempio si salvano a mio avviso Tg3 Mondo di Maria Cuffaro e Newsroom di Monica Maggioni perché entrambe chiamano perlopiù gente competente a parlare. Il resto è roba per tifosi che non hanno reali pretese di informarsi, al massimo di farsi un'opinione superficiale andando dietro al loro talent (così chiamano gli opinionisti) preferito.
L'equivoco è credere che il talk show faccia informazione. Il talk show è solo un appendice dei social.
Sono rari i programmi costruiti quotidianamente nei quali ascoltare esperti dell'argomento ( come il programma di radio3 "tutta la città ne parla") , nella TV generalista gli stessi opinionisti tuttologi ovunque che fanno intrattenimento , talk-show (letteramente è proprio questo , spettacolo di parole) proprio per andare oltre alla superficialità dell' intrattenimento pseudo informativo leggo Appunti...
Trovo significativo e meritorio che, palesemente o implicitamente, il modello di opinionismo tuttologico, incompetente e fazioso sia additato in "Otto e mezzo" e nei suoi usuali e più riveriti frequentatori; cui va aggiunto perlomeno Massimo Giannini, che va in tv a sfogare il livore per i propri personali fallimenti professionali
gli opinionisti sono opinionisti, qualche volta fra loro c'è qualche esperto come Caracciolo che infatti è sempre più prudente degli altri ( ha preso cmq una bel abbaglio anche lui quando all'inizio aveva previsto che la Russia si sarebbe mangiata l'Ukraina in un amen, anche gli esperti sanno ma non sanno tutto e bisogna tenerne conto). Gli esperti? Ma anche loro mica vedono le cose allo stesso modo, pensate a quante ne abbiano dette sul Covid gli stessi infettivologi ed epidemiologici. Chi l'ha centrata meglioThomas Pueyo nè infettivologonè epidemiologo https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-act-today-or-people-will-die-f4d3d9cd99ca e https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-the-hammer-and-the-dance-be9337092b56.
L'unica sarebbe basarsi sui fatti e non sulle opinioni che invero sui giornali dabbene dovrebbero star distinti. Il problema è che anche i fatti sono raccontati da come ognuno li ha visti o li vuol far apparire, vedi Rashomon. Poi bisogna prendere in considerazione che neppure le opinioni degli opinionisti sono loro ma soprattutto di chi li paga per esprimerle: quanti sono i giornalisti liberi perchè lavorano per giornali veri e non di propaganda di gruppi imprenditoriali? Alle volte serve ascoltare anche loro per capire che delle loro opinioni è meglio stare alla larga vedi prorio Mieli o Bernabè ( mi domando sempre come abbia potuto essere là) Faccio eccezione per Travaglio ( quasi sempre) perchè è bravo, informato e soprattutto al servizio del lettore e non del propietario e se sbaglia è in buona fede ed in più il suo sarcasmo intelligente mi diverte.
forse basterebbe fare a ogni opinionista su ogni singola opinione una semplice domanda : ma quello che dici lo dici perchè lo sai o perchè lo pensi ?
Pur condividendo la repulsione per i tuttologi non posso non sottolineare l’abnormità di mettere sullo stesso piano fatti e opinioni
Se le fake news danneggiano perché stravolgono i fatti le opinioni stupide (come per esempio perlopiù quelle di bocchino) restano opinioni che ognuno può esprimere in democrazia e non ci vuole una patente per farlo. L’importante sarebbe che i conduttori le presentino come opinioni e stoppino immediatamente lo sproloquio allorché all’interno di un’opinione si cerca di far passare una fake news
Cosa che non avviene spesso purtroppo
Un sacco di parole e righe per dire l’ovvio: il giornalista spiega cose che non sa necessariamente. È la definizione di giornalista in purezza. Il giornalista si documenta e poi cerca di spiegare con stile quello che ha capito. Fa ridere pensare di informarsi e avere conoscenza approfondita di un fatto tramite i giornali, i quali tutt’al più forniscono spunti e notizie fresche (non masticate da analisi pensose che probabilmente si trovano in pubblicazioni scientifiche e contestualizzate in libri etc.).
Mi sembra un articolo sotto il livello medio di questo Substack.
Grazie bravo Filippo, era ora
Mah, Andrea Scanzi non si occupa di sport da almeno vent'anni, si occupa di politica da quando scrive per Il Fatto, quindi da 16 anni. Non credo che specializzarsi in un certo ambito voglia dire poi sapere informare chi legge, Giannino scrive di finanza da sempre ma sappiamo quante balle c'ha raccontato sul suo curriculum vitae. La cosa migliore da fare resta sempre la stessa: leggere un po' di tutto, dubitare delle opinioni di tutti e provare a farsi un'idea propria che per forza di cose rispecchieranno le nostre idee politiche
Lunga vita all'epistemologia!
Però io, che sono più terra-terra, mi accontenterei in prima battuta, di sapere:
a) Chi scegli quali opinionisti invitare. Il conduttore? Un comitato di redazione? L'editore?
b) Su quali basi contrattuali. A puntata? Con contratti mensili o annuali? Di trasmissione o di rete? (Le stesse persone sono personaggi fisse di diverse trasmissioni)
c) Quanto vengono remunerati.
Feltri, che a suo modo fa parte del circo, ne dovrebbe sapere qualcosa.
Ci fosse un po' più di trasparenza (secondo me dovuta, almeno nel caso del servizio pubblico) su questi aspetti, forse si capirebbero anche molte altre cose.
Riscica è bravo e dimostra che se si interviene su ciò che si conosce non c'è bisogno di usare il sarcasmo, basta la competenza disarmante. Al bar il sarcasmo va molto e pure i super esperti. E qui mi fermo per non cadere in uno sconfinamento epistemico. Grazie Feltri non sbaglia un colpo, inteso come consulenti.
Certo che un talk è il risultato del lavoro di una redazione … credo comunque interessante osservare- oltre che la categoria degli opinionisti- anche quella dei “conduttori”.
Finora mi pare si sia discusso troppo poco del brodo informativo in cui annaspiamo: bravo Risica, gli argomenti non mancano!