L’ideale della Repubblica
Mattarella propone una idea di nazione come comunità inclusiva e necessariamente europeista alternativa a quella di sangue e razza della destra
Quella della Repubblica è una “comunità nazionale”, dice Mattarella: non è soltanto una nazione, parola molto cara a Giorgia Meloni e alla sua destra di governo, e neppure un popolo. Cioè non è questione di sangue, di etnia, e non è neanche una massa indistinta e omogenea. La Repubblica è una comunità, che accoglie invece di escludere, che si regge su legami di solidarietà ed empatia invece che sulla classificazione degli esseri umani, e soprattutto che “rinnova la sua convinta adesione agli ideali repubblicani, proiettati nell’orizzonte europeo”.
Molti hanno notato che il tradizionale ricevimento del 2 giugno al Quirinale, un evento più mondano che istituzionale, è stato sostituito da un evento organizzato nella piazza del palazzo del Presidente della Repubblica, aperto a tutti invece che esclusivo, in coerenza con lo slogan che Sergio Mattarella ha voluto per la ricorrenza: “La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi”.
Il capo dello Stato ha scelto una modalità inequivocabile per riempire di nuovo senso una ricorrenza che si sta riconfigurando.
Celebrare la Repubblica nel 2026 non significa ricordare un momento storico significativo, il superamento della monarchia, il primo voto per le donne, ma ridefinire i contorni della comunità nazionale intorno a valori e pratiche che vanno riaffermate.
Perché non sono più scontate.
Dieci anni dopo
Basta confrontare il tradizionale discorso ai prefetti di Mattarella del 2016 e quello del 2026. La cifra tonda dell’anniversario è analoga, 70 anni allora, 80 oggi. Ma il tono è completamente diverso.
Nel 2016 Mattarella ai prefetti raccomandava una ordinaria manutenzione di quanto sembrava consolidato e indiscutibile:
“La democrazia trova nella coesione sociale il rafforzamento delle proprie ragioni. Ogni sforzo collettivo per cogliere, sostenere e valorizzare i segnali positivi per il rilancio del sistema produttivo e ogni opportunità di occupazione e di crescita sociale, va incoraggiato”.
Dieci anni dopo, la difesa della Repubblica richiede pratiche attive, visibili, significa andare contro la corrente della Storia che vede un reflusso verso quelle pratiche autoritarie e illiberali che proprio il voto referendario del 1946 voleva archiviare.
In poche righe, nel discorso ai prefetti 2026, Mattarella condensa una lettura sul ruolo delle istituzioni e dell’Italia che ha articolato in modo più esteso in molti suoi discorsi del secondo mandato:
“Il 2 giugno 1946, il voto del popolo italiano segnò - dopo il ventennio fascista, la tragedia bellica, la lotta di Liberazione - una svolta nella storia del Paese, ponendo le basi per edificare, sulle solide fondamenta della Costituzione, un nuovo patto civile, ispirato ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, spinto da una intensa sete di pace.
La Repubblica nacque da un corale e sincero esercizio di democrazia.
Ne fu protagonista il popolo italiano che affluì con straordinaria partecipazione e compostezza ai seggi, per la scelta dell’ordinamento dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente”
Immaginare comunità
Il senso della festa del 2 giugno sta in una frase di Mattarella in questo discorso ai prefetti dove ogni parola assume il valore di un manifesto politico:
“La comunità nazionale, nel fare oggi memoria di quei momenti fondativi, rinnova la sua convinta adesione agli ideali repubblicani, proiettati nell’orizzonte europeo”.
In un libro del 1983, il sociologo americano Benedict Anderson parlava di “comunità immaginate” per definire quel singolare processo che ci porta a provare empatia e vicinanza verso dei totali sconosciuti con i quali condividiamo soltanto alcune caratteristiche: con qualcuno la lingua, con qualcun altro la religione, magari il luogo di nascita. Immaginiamo che esista un legame attraverso il tempo tra generazioni diverse, che avevano valori, modi di vita, eloquio, pratiche completamente differenti dalle nostre
.
Eppure quelle “comunità immaginate” sono una delle articolazioni fondamentali del nostro presente.
Gli Stati-nazione - entità burocratico-militari costruite intorno a una comunità immaginata - si sono rivelati una delle più formidabili invenzioni istituzionali degli ultimi cinque secoli.
Il nazionalismo è stato prima al centro della costruzione di un progetto repubblicano, poi ha determinato la sua esasperazione con il fascismo e con quel grande rimosso collettivo che è il colonialismo italiano in Africa, ma anche in Albania.
Sergio Mattarella queste cose le sa bene, nei suoi discorsi recenti si è posto come una alternativa valoriale a tutte le degenerazioni anti-democratiche di questa fase storica, che si tratti di quelle di stampo tecnocratico alla Elon Musk o di quelle più populiste e feudali alla Donald Trump.
Mattarella usa questo 2 giugno per chiarire che la difesa degli ideali democratici e repubblicani non può essere una campagna individuale, non è questione di qualche like su Instagram o di un post accorato su Facebook.
Prima comunità che nazione
Quella della Repubblica è una “comunità nazionale”, dice Mattarella: non è soltanto una nazione, parola molto cara a Giorgia Meloni e alla sua destra di governo, e neppure un popolo. Cioè non è questione di sangue, di etnia, e non è neanche una massa indistinta e omogenea.
La Repubblica è una comunità, che accoglie invece di escludere, che si regge su legami di solidarietà ed empatia invece che sulla classificazione degli esseri umani, e soprattutto che “rinnova la sua convinta adesione agli ideali repubblicani, proiettati nell’orizzonte europeo”.
Attenzione qui alla sequenza: prima viene la comunità, poi la nazione, che però non è un concetto che ciascuno può riempire di suoi valori e slogan, perché nel fare memoria - come in questo 2 giugno - si ribadisce l’adesione agli ideali repubblicani. Dunque non si celebra quanto è stato fatto, ma quanto si promette di fare.
La Costituzione, che è l’infrastruttura della Repubblica, è un ideale da raggiungere, non un vincolo da superare, e neppure un impianto descrittivo. L’uguaglianza di tutti i cittadini garantita all’articolo 3 è una promessa da mantenere, così come l’impegno a ripudiare la guerra e a costruire soluzioni di pace nelle istituzioni internazionali.
Questi ideali, queste missioni di tutta la comunità, non si possono risolvere nel perimetro nazionale, ma vanno “proiettati nell’orizzonte europeo”. La Repubblica italiana ha senso se è europea, perché soltanto in quella dimensione si può trasformare l’ideale in azione, invece che lasciarlo a livello di slogan. 6.17
Celebrare il 2 giugno è dunque “fare memoria”, dice Mattarella, che da cattolico ha ben presente la differenza tra ricordare e rivivere, ripetere e riaffermare ogni volta. La festa del 2 giugno è una messa laica di una religione civile che ogni anno ristabilisce la missione della Repubblica alla quale tutti devono riaffermare il proprio convinto sostegno.
Nel suo libro Custodi della democrazia, per EGEA, l’ex presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia scrive che “va sbiadendosi la memoria delle ragioni storiche che hanno indotto la maggior parte degli Stati usciti da periodi di totalitarismo a dotarsi di costituzioni rigide, corredate da un organo giurisdizionale chiamato ad assicurarne l’osservanza, si va radicando nella cultura contemporanea l’idea che democrazia coincida puramente e semplicemente con la volontà della maggioranza politica di governo, che si suppone dar voce alla volontà dell’intero popolo”.
Questa versione minimale della democrazia, che riduce tutto alla legittimazione popolare a colpi di maggioranza, porta a un equivoco che vede come Stati forti e decisionisti quelli nei quali il potere esecutivo incontra pochi ostacoli nella sua azione, mentre le democrazie dove ogni potere è bilanciato da un altro e sottoposto a controlli e rendicontazioni sono presentate come antistoriche.
Invece sono proprio gli Stati con i governi più forti quelli che sperimentano le più profonde regressioni democratiche: gli Stati Uniti con Donald Trump, che umilia il Congresso e cerca di aggirare i vincoli della Corte suprema, Israele, dove l’esecutivo di Benjamin Netanyahu ha cercato di porsi al di sopra di qualunque vincolo, legale, etico, morale. E poi il Regno Unito, che proprio dopo aver rifiutato quell’ “orizzonte europeo” che Mattarella pone come prerequisito è sprofondato in una crisi irreversibile del suo sistema politico.
Una scelta di popolo
Il 2 giugno non è la festa di una Repubblica scelta come un referendum, non è soltanto un trionfo del popolo sulle élite conservatori - come nella sintesi che per anni ci ha riproposto il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa - ma è la decisione di costruire un nuovo assetto repubblicano nel quale fosse impossibile sia la degenerazione autoritaria del fascismo - troppo potere all’esecutivo - sia la debolezza delle istituzioni di controllo che l’aveva resa possibile.
Dunque la difesa della “comunità nazionale” e dei suoi valori fondanti non poteva più essere affidata all’arbitrio di un singolo individuo, il re, ma a un intreccio di vincoli e rigidità che vede il capo dello Stato e la Corte costituzionale come garanti ultimi della Repubblica.
Gli anni però passano, le persone che hanno sperimentato direttamente l’alternativa alla Repubblica non ci sono più, la memoria condivisa rischia di perdersi. Ognuno può raccontare la propria storia come crede, si rischia di perdere ogni sintesi condivisa, finendo per equiparare la Repubblica di Salò e la Repubblica italiana.
Lo dimostrano le recenti polemiche intorno all’intervista del presidente del Senato Ignazio La Russa al Corriere della Sera che assegnava al post-fascista Giorgio Almirante un ruolo da padre della patria (certo, partecipò alla fascista Repubblica di Salò ma dopo “aiutò il percorso verso la democrazia”).
La scelta della Repubblica è stata questione di popolo, dunque serve il popolo per consolidarla. Una delle letture prevalenti del referendum sulla magistratura di fine marzo è che la vittoria del NO sia stata soprattutto un proclama a difesa degli equilibri costituzionali e dell’equilibrio dei poteri sui quali si regge la Repubblica.
Sergio Mattarella ci ricorda che oggi non basta trattare la democrazia come qualcosa che si riafferma ogni tanto nelle urne, o è una pratica quotidiana codificata nelle istituzioni, oppure non è.
Dice nel discorso ai prefetti che “consolidare l’architettura della fiducia tra istituzioni e cittadini, ravvivando in ciascuno il senso più autentico della partecipazione democratica, è compito persistente nella vita della Repubblica”.
Compito del presidente della Repubblica, ma anche compito di tutti quelli che vogliono continuare a essere cittadini di una Repubblica fondata sulla Costituzione e proiettata in un orizzonte europeo, senza cedere a pulsioni autoritarie e nazionaliste.






Grandissimo intervento che spiega ciò che avevo solo intuito 👏
Il nostro Presidente e il commentatore ci fanno ben festeggiare questo 2 giugno.
Spero, da anziana, di arrivar a vedere un 2 giugno in cui siano protagonisti e attori della festa: studenti, insegnanti, lavoratori. operatori sociali, medici, imprenditori, volontari, intellettuali ( e qualche rappresentante di forze internazionali di sicurezza e di difesa )….
Importante e utile -intanto- riaffermare che la “comunità nazionale” è anche nelle mani di ciascuno di noi …