Libano
L’uccisione dell’ayatollah Khamenei ha interrotto il tentativo di disarmare Hezbollah che si è schierato subito con l’Iran nella nuova guerra. E contro il governo libanese
L’ordine del governo ha portato per la prima volta all’arresto a un posto di blocco di 12 miliziani di Hezbollah, armati. Ma il comandante dell’esercito ha da subito esitato davanti alla richiesta di fare di più e ha espresso i suoi timori al presidente della Repubblica. Il dramma del governo di Beirut è chiaro: l’esercito può eseguire gli ordini? Ha la forza sufficiente? Teme la guerra civile con un gruppo armato e numeroso?
Riccardo Cristiano
Da quando Hezbollah ha deciso di unirsi all’Iran e ha condotto, nel corso delle ultime 24 ore, una serie di attacchi missilistici contro Israele, in un caso giunti a 70 chilometri dal confine, il Libano ha dato segnali inusuali.
Il primo sarebbe quello psicologico, visto che per alcuni psicoterapeuti questa volta il sentimento più diffuso non è la paura o la resilienza, ma la rabbia, e per capirlo va ricordato che prima di ripiombare nella guerra precedente, poco più di un anno fa, il Libano è sprofondato in una devastante crisi economica dal 2019.
L’altra novità è che la prova più dura è quella a cui sono sottoposti il governo e la presidenza della Repubblica, determinati a riportare sotto il controllo governativo ogni azione militare. Un’impresa.
Per raccapezzarsi in quanto è accaduto e il suo significato occorre un po’ di ricostruzione storica. Nel 2024 Hezbollah, partito khomeinista alle dirette dipendenze della guida della rivoluzione iraniana, ha subito dei rovesci indiscutibili, originati da un’operazione di intelligence israeliana che ha consentito l’ingresso nel sistema di comunicazione del nemico.
Da quel momento l’equazione regionale è cambiata, il leader di Hezbollah è stato ucciso, il regime amico di Assad è caduto, l’asse filo iraniano è andato in frantumi. Il Libano si è salvato dietro un nuovo cessate il fuoco molto chiaro, ma non di facile attuazione: disarmo di Hezbollah e ritiro di Israele.
Disarmare Hezbollah, partito nato in armi negli anni Ottanta, non era un’impresa da poco; è stata avviata dal debole esercito libanese, a tappe e “in modo concordato”.
Israele non ha completato il suo ritiro terrestre, conservando 5 avamposti e ha continuato a colpire i quadri del partito che restavano armati, causando anche vittime però tra i civili.
Il governo, libanese, determinato a disarmare Hezbollah, ha enunciato un obiettivo chiaro: uno Stato esiste se controlla almeno le armi, e gestisce la politica nazionale di difesa, non la si può delegare ad altri.
E’ quello che, con la complicità interessata di molti politici, accadeva in precedenza, con Hezbollah che aveva il controllo in proprio della pace e della guerra.
Così si è raggiunto un compromesso: il disarmo doveva essere a fasi, a tappe, senza uso della forza, ma Hezbollah non avrebbe risposto ai colpi israeliani che il governo avrebbe tentato per via diplomatica di contenere.
Dopo l’ayatollah
La morte di Khamenei ha cambiato tutto. Hezbollah, forse nonostante i dissidi interni, ha deciso di unirsi all’Iran nella risposta armata, attaccando Israele.
Dopo il primo attacco la risposta israeliana è stata durissima, con bombardamenti a catena sulle aree di insediamento di Hezbollah, cioè sud del Libano, Beirut sud e valle della Beqaa, accompagnati dalla creazione di una zona cuscinetto al confine terrestre.
Puntuali si sono rivisti tantissimi profughi, tornati nelle strade del centro di Beirut. Come nel settembre 2024 quando un interminabile corteo di profughi lasciò Beirut-sud e il sud del Libano per incamminarsi con ciò che poteva portare con sé verso il centro di Beirut, cercare ospitalità da amici, o dormire all’addiaccio, o sistemarsi nelle scuole trasformate in centri di accoglienza.
E’ passato poco più di un anno e la scena è sembrata ripetersi, quasi identica, nelle ore trascorse. Si calcola che già ieri fossero almeno 30mila i fuggiaschi da villaggi distrutti, da palazzi crollati. Molti tornavano nella stessa scuola dove andarono allora, altri restavano in centro, sotto i portici di moschee.
Eppure i giornalisti presenti hanno raccontato di un contesto molto diverso, forse opposto, a quello del 2024. La solidarietà con Hezbollah, con “la resistenza”, in molti di costoro ieri era scomparsa.
Alcuni reportage dalle piazze di Beirut hanno riferito che alcuni di questi profughi urlavano “Dio li maledica”, riferendosi agli Hezbollah, oppure “Pensate a Khamenei e non a noi!”, “A cosa è servito quel che avete fatto?”
Non per tutti era così, altre voci risultavano dissonanti, anche all’interno di uno stesso nucleo familiare, ma il fatto restava una novità sorprendente. E potrebbe avere un suo peso politico, forse.
La comunità sciita libanese era stata milizianizzata da Hezbollah, con un controllo che si era fatto interno, profondo, pervasivo.
Le ore trascorse davanti alla televisione a seguire il canale di Hezbollah, al-Manar, i lunghissimi discorsi del leader carismatico scomparso, Hasan Nasrallah, l’assistenza sociale, la rete scolastica, la durezza della repressione del dissenso in ogni sua forma, tutto questo aveva compattato la comunità intorno al “partito-Stato” e al suo alleato, l’altro partito sciita, Amal, guidato dal potente presidente del Parlamento, il novantenne Nabih Berri. Non so di uno sciita eletto al Parlamento libanese che non aderisse al “duo” sciita.
L’attacco missilistico contro Israele in un quadro militare profondamente mutato e che rende impensabile una “vittoria” della resistenza, parla alla popolazione di una nuova distruzione, è un nuovo terremoto per gli sciiti del sud del Libano, dove Hezbollah aveva costruito il suo regno assoluto, da dove la popolazione era fuggita sfollata, ma fedele, appena un anno fa.
Si diceva di ricominciare da capo per una fedeltà dovuta all’Iran? “Ma cosa ha aggiunto alla loro reazione missilistica questo lancio di razzi dal Libano?”, hanno obiettato ai microfoni di tanti giornalisti libanesi molti profughi sciiti senza più casa.
Voci riportate dalla stampa del Libano riferivano a quel punto di una spaccatura nel partito, con la colonna iraniana, cioè il gruppo guidato direttamente dai pasdaran, che avrebbe agito in autonomia, senza attendere il consenso di tutto il vertice.
Se le cose fossero state così sarebbero state le ore della non confessabile divisione interna, si sarebbe potuto pensare che qualcuno avrebbe preso la parola per dire che Hezbollah doveva diventare un partito libanese, non espressione di un’agenda iraniana.
Ma il numero due di Hezbollah, Mahmoud Qomati, ha rilasciato una lunga dichiarazione nella quale ha affermato che l’ora della pazienza era finita, il partito non aveva “altra scelta che tornare alla resistenza davanti alla continua aggressione israeliana contro il Libano. Non avevamo altra scelta per proteggervi.”
Qui probabilmente si è delineato un altro scenario: per rimanere nella continuità, cioè fedele alla leadership iraniana attuale, per alcuni commentatori Hezbollah non avrebbe scelto di diventare un partito libanese, ma di rimanere legato ai pasdaran. Così qualcuno ipotizza che favorire di fatto una nuova occupazione del sud del Libano sarebbe gradito a Hezbollah, per rilegittimare la sua resistenza armata.
Le parole di Qomati comunque hanno portato alla luce del sole la novità: lo scontro tra Hezbollah e governo libanese. Infatti l’esecutivo, d’accordo con il presidente della Repubblica, ha dichiarato ogni attività militare di Hezbollah illegale e ordinato all’esercito a confiscarne le armi, anche con la forza. Uno scontro foriero di una nuova guerra civile?
Ma questa decisione è stata condivisa dall’altro partito sciita, Amal, e questa è una novità, la vera prima diversificazione di posizione nel campo sciita che dà peso a quanto riferito sulle voci dei profughi. Così il governo ha ottenuto l’impegno americano a evitare che le infrastrutture civili, a cominciare dall’aeroporto, vengano colpite.
Questo governo è nato sull’idea di dover riportare il controllo delle armi sotto l’esecutivo, dunque nelle mani dell’esercito. Senza di questo non esiste uno Stato, nessuno può appaltare a terzi la sua politica di difesa, la sua scelta di pace o di guerra.
L’ordine del governo ha portato per la prima volta all’arresto a un posto di blocco di 12 miliziani di Hezbollah armati. Ma il comandante dell’esercito ha da subito esitato davanti alla richiesta di fare di più e ha espresso i suoi timori al presidente della Repubblica.
Mentre tutto questo accadeva però Hezbollah ha annunciato altri attacchi, con comunicati che sono parsi riprodurre il quadro e il clima di anni fa: “sulla pace e la guerra decide Hezbollah”.
Il dramma del governo di Beirut è chiaro: l’esercito può eseguire gli ordini? Ha la forza sufficiente? Teme la guerra civile con un gruppo armato e numeroso?
Su questo a Beirut i lavori devono essere febbrili, anche perché in tarda mattinata, è giunta notizia che il portavoce militare israeliano ha detto che tutti gli abitanti residenti al sud del fiume Litani, la fascia più vicina al nord di Israele e che si estende dal mare al confine siriano per una profondità che varia tra i dieci e i trenta chilometri, devono lasciare le loro abitazioni. Intanto si segnalano carri armati israeliani in villaggi a qualche chilometro dal confine.
Questa mattina un’azione israeliana fuori dai territori tradizionalmente di Hezbollah ha colpito un albergo. Forse, è l’ipotesi che mi appare logica, si cercava un leader di Hezbollah che vi cercava riparo, una stanza tranquilla per la notte.
Ma questo ha creato il panico, il conflitto “si espande ad altre aree” , hanno temuto in molti e si è prodotta una ridda di voci e di falsi allarmi, che ha portato a tantissime evacuazioni di uffici pubblici, governativi.
Il governo e la presidenza che volevano fare del Libano un Paese pienamente padrone di sé, pienamente sovrano, sono nella prova più difficile.
E alcuni leader politici chiedono le dimissioni del comandante dell’esercito, che a loro avviso non avrebbe capito dove il Paese sia oggi, quali i rischi dell’oggi. E gli sfollati dai 30mila di ieri oggi già superano i 60mila.



