L’angoscia di Papa Prevost
Nella biografia autorizzata di Leone XIV ci sono messaggi cifrati che rivelano i timori del pontefice per le vicende di abusi in Perù e le tensioni con Parolin
Mentre tutta la stampa mondiale con toni lirici assevera ogni giorno il suo autoritratto, Prevost non fa altro che seminare indizi di segno opposto: come se volesse disperatamente informarci che vive nella paura, e che l’ombra sua lo angoscia
Giorgio Meletti e Federica Tourn
Dopo l’esperienza dei podcast La Confessione e La Scomunica, realizzati con Appunti, Federica Tourn ha lanciato la sua newsletter Preferisco i giorni feriali qui su Substack per dare continuità al suo lavoro di inchiesta sulla Chiesa e in particolare sugli abusi, con aggiornamenti regolari anche sulle vicende al centro dei podcast. Potete iscrivervi qui:
Sulla newsletter Preferisco i giorni feriali è uscita in cinque puntate una lunga indagine di Federica Tourn e Giorgio Meletti, l’altro protagonista dei podcast La Confessione e La Scomunica, dedicata a papa Prevost di fronte agli scandali. Ci sono anche una serie di notizie importanti, che erano nascoste tra le righe della nuova biografia di Prevost e che Federica e Giorgio sono riusciti a decodificare.
Ai lettori di Appunti proponiamo il lavoro di Federica Tourn e Giorgio Meletti in una versione unitaria. Di questi temi e di molto altro discuteremo nella diretta Substack di mercoledì 12 novembre alle 17.30. Siete tutte e tutti invitati a partecipare.
L’angoscia di Papa Prevost
di Giorgio Meletti e Federica Tourn
Nel libro LEON XIV - Ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI, biografia più che autorizzata scritta da Elise Ann Allen, vaticanista amica di Robert Prevost, pubblicata per motivi misteriosi solo in spagnolo e uscita in coincidenza del settantesimo compleanno del papa il 14 settembre, a un certo punto c’è una pagina letteralmente incredibile.
Prevost racconta a Allen il suo ultimo incontro con papa Francesco e c’è da stropicciarsi gli occhi e rileggere dieci volte per convincersi che l’abbia detto davvero.
Un incontro incredibile
Vediamo prima il contesto. Il 24 marzo Jorge Mario Bergoglio è tornato a Santa Marta, dopo il lungo ricovero al Gemelli, per morire nel suo letto. Già da mesi si parla di conclave e proprio il giorno dopo, il 25 marzo, il network Snap scrive al Segretario di Stato Pietro Parolin, e al prefetto del dicastero per la Dottrina della Fede, Victor Fernandez, per denunciare le presunte malefatte del cardinale Prevost, prefetto del Dicastero per i Vescovi, intento a coprire pedofili.
Di queste accuse si discute nel mondo cattolico e sui media da mesi. Gli attacchi a Prevost sono messi in connessione diretta con la marcia di avvicinamento al conclave, per il quale il cardinale americano è considerato in pole position anche se i candidati italiani e i loro giornalisti di riferimento fanno finta di non accorgersene.
Subito dopo l’attacco targato Snap papa Francesco convoca Prevost. Ecco il racconto consegnato dal protagonista a Elise Ann Allen:
Ho ricevuto una telefonata in cui mi si chiedeva di andare in segreto a Santa Marta, e mi dissero: «Non lo dica a nessuno». Il papa voleva vedermi. E non mi dissero altro. Così non lo dissi a nessuno in ufficio, né alla segretaria, a nessuno. Semplicemente sparii e andai. Salii per la scala di servizio, e nessuno mi vide.
Poi, dopo che mi ebbe detto ciò che voleva, che riguardava il lavoro, i vescovi, e altri argomenti che aveva in mente, gli dissi: «Per sua informazione, santo padre, ho pensato che forse il motivo per cui mi ha chiamato in questo modo fosse perché voleva la mia rinuncia». Ridiamo insieme.
Quando si irritava con qualcuno, glielo diceva chiaramente, e poiché mi avevano detto di andare e sapevo che non stava ancora ricevendo molte persone, pensai: «Oh, e adesso che sarà successo?». Ma ovviamente non mi chiese la rinuncia.
Con apparente sbadataggine il papa consegna all’infosfera una testimonianza imbarazzante per tutta la Chiesa. Perché mai doveva temere che il papa in fin di vita lo chiamasse per farlo fuori? Ci sono due risposte possibili, e sono una più imbarazzante dell’altra.
La prima è che il successore di Francesco accredita nel modo più ufficiale l’immagine di Bergoglio che lo ha accompagnato negli ultimi anni all’interno della curia: un uomo psichicamente instabile, vendicativo e capriccioso, capace di silurare vescovi e cardinali senza un chiaro motivo.
Ciò che ha fatto il 24 settembre 2020 con il cardinale Angelo Becciu, fino a pochi mesi prima il suo più stretto collaboratore come Sostituto della Segreteria di Stato e di fatto numero tre della gerarchia cattolica.
La seconda è che Prevost temesse che Francesco gli presentasse il conto del caso Quispe, quello sollevato appunto dallo Snap: in Perù tre sorelle abusate quando erano bambine da un sacerdote che accusano Prevost di averlo coperto quando era vescovo di Chiclayo.
Lo temeva davvero, ce lo fa capire nelle righe immediatamente successive del libro, dedicate a quella che viene definita una campagna di delegittimazione montata proprio sul caso Quispe. Ma come gli è saltato in mente al papa di far conoscere al mondo questo pensiero così privato e, appunto, imbarazzante?
Qualcosa non torna.
Il settantenne Robert Francis Prevost, dal giorno in cui è stato eletto papa et sibi imposuit il nome Leone XIV, ha voluto presentarsi come un uomo tranquillo, mite ma fermo, un montaliano “uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l’ombra sua non cura”.
E mentre tutta la stampa mondiale, servile come lo spirito dei tempi comanda, con toni lirici assevera ogni giorno il suo autoritratto, l’uomo di Chicago non fa altro che seminare indizi di segno opposto: come se volesse disperatamente informarci che vive nella paura, e che l’ombra sua lo angoscia.
A tenerlo sveglio la notte, a quanto pare, c’è proprio questa storia di abusi sessuali commessi da un sacerdote peruviano una ventina di anni fa, una storia in certo senso trascurabile - detto con tutto il rispetto per le vittime - se confrontata con le migliaia di veri e propri orrori quotidiani con i quali i preti dei cinque continenti stanno sistematicamente mettendo in pericolo la stessa esistenza della Chiesa cattolica. Ma non c’è niente da fare.
Da due anni, cioè da molto prima che diventasse papa, Prevost è ossessionato dal sospetto di aver coperto il pedofilo Eleuterio Vásquez González, detto padre Lute, nonostante il coro (quasi) unanime di sacerdoti, vescovi, vaticanisti e giornalisti amici che considerano quelle accuse false e strumentali, ordite da un ex agostiniano in conflitto con Prevost da circa 30 anni.
Appena eletto Prevost, l’8 maggio 2025, lo scheletro è uscito dagli armadi dei siti cattolici più tradizionalisti senza che se ne vedesse un movente politico, visto che con il papa di Chicago il pendolo della Chiesa torna verso la tradizione, basti pensare alla messa in latino celebrata in San Pietro dal super tradizionalista cardinale Raymond Burke sabato 25 ottobre.
Infatti questi siti si sono limitati a riprendere una notizia data dalle organizzazioni delle vittime di abusi, prima fra tutte lo Snap (Survivors Network of those Abused by Priests). Insomma, ciò che toglie il sonno a Prevost non sono attacchi politicamente orientati ma fatti: un passato che non vuole passare, almeno nella sua testa.
Ed è così che la biografia autorizzata scritta dalla sua amica Elise Ann Allen dedica uno spazio abnorme alla drammatica vicenda delle tre sorelle peruviane - Ana Maria, Aura Teresa e Juana Mercedes Quispe Diaz - tutte e tre abusate da padre Lute quando erano bambine (tra 9 e 13 anni) e che solo molti anni dopo hanno trovato la forza di denunciare l’accaduto al loro vescovo che nel 2020, quando inizia il tormento, era appunto il vescovo di Chiclayo Robert Prevost.
Per 25 pagine Allen accompagna un’appassionata perorazione tutta difensiva di Prevost, che si fa virgolettare ampi stralci del proprio punto di vista. Deve però dare la parola anche ad Ana Maria, la più determinata delle sorelle Quispe.
La quale conferma le accuse in modo assai incisivo. Dice in sostanza che quando lei e le sue sorelle sono andate a parlare con Prevost lui è stato molto gentile e comprensivo ma non ha denunciato padre Lute alla magistratura (come avrebbe dovuto fare in obbedienza al motu proprio Vos estis lux mundi, promulgato da Francesco il 9 maggio 2019), e ha aperto solo formalmente la cosiddetta “indagine previa”, senza fare nessuna indagine reale e senza verbalizzare la testimonianza delle vittime.
Scrive Allen, in conclusione delle 25 accuratissime pagine: «Contrariamente a quanto affermano altre testimonianze citate in questo libro, Ana María sostiene che, sebbene la diocesi [cioè Prevost, ndr] abbia aperto il caso, non ha svolto un’indagine, con la scusa che “nella Chiesa non esiste un modo per indagare”.
Tuttavia, come ha confermato il Vaticano, a Roma esiste effettivamente un fascicolo, il che dimostrerebbe che un’indagine è stata condotta.
Quispe insiste sul fatto che in tale dossier esista soltanto “un foglio”, il che significherebbe, secondo lei, che non c’è stata un’indagine adeguata, e accusa la diocesi di aver utilizzato l’archiviazione del suo caso civile per chiuderlo anche a Roma».
Insomma, Allen non può dare della bugiarda a Quispe e lascia al lettore il dubbio che Prevost abbia davvero di che non dormire la notte.
Anche perché la conferma vaticana dell’esistenza del fascicolo con l’indagine previa è solo un off the record anonimo: il Segretario di Stato Pietro Parolin, come vedremo, non ha mai detto né fatto dire una parola in difesa dell’allora Prefetto Prevost.
Da qui nasce il verdetto di Allen che rimane tra l’incerto e l’ambiguo: «Alla fine, ciò che risulta chiaro è che non si tratta di un caso di abuso come tanti altri, ma di uno in cui uno sforzo genuino per aiutare le vittime si è scontrato con molti interessi particolari, personali e istituzionali, con l’elezione del papa Leone XIV e, in mezzo a tutto ciò, tre donne rimasero disorientate, sentendosi usate».
Ma qui il punto non è stabilire se hanno eletto papa un protettore di pedofili, tema che per per la verità nessuno ha posto in questi termini anche perché, come direbbero i vaticanisti togati (per non prendere posizione, ché non si sa mai), ogni pontefice ha le sue luci e le sue ombre.
Il tema che salta agli occhi è quello dell’angoscia di Prevost che proprio il libro di Allen fotografa in modo nitido, tanto da farci chiedere perché il pontefice abbia deciso di mettersi nei guai da solo.
Il secondo scivolone
Nella biografia autorizzata scritta da Elise Ann Allen c’è un secondo scivolone del papa. L’autrice, che rivendica la sua amicizia con Robert Prevost, racconta un incontro con il cardinale poco prima che morisse papa Francesco: «Quando ci incontrammo nel suo ufficio, ricordo di avergli detto che si parlava di lui come papabile se le cose fossero andate male per Francesco, e gli chiesi se ciò lo mettesse a disagio. Mi rispose con decisione di no, che non era affatto nervoso, perché “non avrebbero mai eletto un americano”».
Due mesi dopo il conclave, intervistato da Allen per il libro, Prevost si fa sfuggire senza ragione apparente un ulteriore elemento che lo rendeva scettico sulle proprie possibilità di diventare papa, oltre a “non eleggeranno mai un americano”. Alla domanda se ci fosse anche solo una parte di lui che pensava all’elezione, Leone XIV risponde:
«Onestamente, no. Voglio dire, cercavo di non pensarci, perché altrimenti probabilmente non avrei dormito. Ma la notte prima di entrare nel conclave, sono riuscito a dormire perché mi sono detto: “Non sceglieranno mai un americano come papa”. È stato come appoggiarmi a questo pensiero, una specie di “Rilassati. Non lasciare che ti dia alla testa”.
Perché ovviamente, durante la congregazione, nelle riunioni del preconclave, avevo sentito un paio di cose. C’erano alcune voci.
Ma pensai anche al caso di cui mi chiedevi prima [quello delle denunce a Chiclayo, sic], che preoccupava alcuni degli altri cardinali, se questo tema degli abusi sessuali potesse essere un problema, e ad altre ragioni, l’esperienza, il poco tempo come vescovo, come cardinale.
E poi fu allora che pensai al vecchio e famoso adagio che la gente semplicemente diceva: “Non ci sarà un papa americano”».
Chissà perché Prevost sente il bisogno di comunicare al mondo pensieri così intimi e così esplosivi. La stessa Allen ha raccontato, poche pagine prima, che nel 2023 Ana Maria Quispe ha cominciato ad accusare pubblicamente Prevost di aver coperto il pedofilo Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, e che la notizia è stata cavalcata da una serie di siti cattolici ostili a Prevost, tra i quali cita lo spagnolo infovaticana.com e l’italiano Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it).
Allen non lascia spazio a dubbi: ciò avviene «mentre la salute di Francesco cominciava a declinare e un conclave sembrava imminente».
Le accuse a Prevost vengono giudicate da quasi tutta la stampa internazionale false e strumentali, anche dopo che vengono rilanciate all’indomani dell’elezione a papa. E invece Prevost confida all’universo mondo che, a conclave iniziato, è preoccupato che per la sua elezione a papa «questo tema degli abusi sessuali potesse essere un problema».
Il che, brutalmente, può significare due cose: o che lo stesso Prevost considerasse la vicenda di padre Lute un brutto scheletro nel suo armadio, oppure che il futuro papa temesse che all’interno del conclave le (asseritamente false) accuse di copertura di un pedofilo potessero essere utilizzate in malafede dai cardinali ostili alla sua elezione. Alla faccia dello Spirito Santo...
Al timore di Prevost - così candidamente confessato - di perdere l’elezione a papa per colpa degli abusi sessuali di padre Lute va probabilmente ricondotto un altro dei tanti episodi singolari di questa vicenda.
Lo ha raccontato il quotidiano spagnolo El País lo scorso 1 ottobre 2025, in un lungo articolo apparentemente finalizzato a rilanciare la tesi già sostenuta dallo stesso quotidiano subito dopo l’elezione di Leone XIV.
L’articolo sostiene che Ana Maria Quispe, in un’intervista, ammette che lei e le sue sorelle sono state manipolate dall’avvocato Ricardo Coronado, sacerdote agostiniano in pessimi rapporti con Prevost da circa 30 anni, che le avrebbe usate per una campagna diffamatoria contro un cardinale papabile.
Ma Quispe ha reagito all’articolo con una dura smentita e una minaccia di azione legale, ribadendo un’ovvietà: l’uso strumentale delle sue accuse a Prevost, che Coronado ha fatto, non significa che le accuse siano false.
Ma l’articolo del Pais, che sembra orientato a smontare definitivamente le accuse a Prevost, contiene anche un rivelazione sconcertante: il 23 aprile, a sole 48 ore dalla morte di papa Bergoglio, il vescovo di Chiclayo Edinson Edgardo Farfán riceve le sorelle Quispe per trovare una soluzione “tombale” alla loro triste vicenda. Ecco il racconto del Pais:
Quispe racconta di aver incontrato, nel gennaio di quest’anno, il nuovo vescovo di Chiclayo, Edinson Edgardo Farfán, nominato nel 2024. «E lui mi disse: “Che cosa vuole che facciamo?” E io risposi: “Avete lì un pedofilo! Come devo dirvelo? Ditemi piuttosto cosa intendete fare con quel pedofilo che avete lì”».
Secondo Quispe, Farfán la invitò a denunciare nuovamente il caso alla Chiesa e le assicurò che, questa volta, sarebbe stato diverso. L’incontro ebbe luogo il 23 aprile, ma quando le vittime arrivarono, furono informate che padre Eleuterio aveva chiesto di lasciare il sacerdozio.
Di conseguenza, fu detto loro che non c’era più nulla da fare, poiché non avrebbe più fatto parte del clero. «Chiedemmo se quella fosse la fine di tutto, e ci dissero che quella è la pena massima», ricorda Quispe.
Da una parte, dunque, c’è un Prevost preoccupato che il caso Quispe possa essere usato contro di lui per azzopparlo nella corsa al papato, ma anche timoroso che papa Francesco morente gli chieda di dimettersi per quello.
Dall’altra parte c’è Farfàn, nominato nel 2024 da Prevost nella nuova veste di prefetto dei vescovi, ma anche agostiniano nonché suo allievo e amico, che - non appena Bergoglio spira e quindi i papabili si avviano, come i cavalli del Palio di Siena, “ai canapi” per la partenza del conclave - convoca le tre Quispe per dire loro che il caso è chiuso.
L’abusatore lascia la Chiesa che quindi non può più processarlo anche perché comunque la sanzione più dura, la riduzione allo stato laicale, se l’è inflitta da solo. Ma la sanzione più feroce il vescovo Farfàn, allievo e amico di Prevost, la infligge alla povera Ana Maria Quispe, quando le racconta che padre Lute ha ammesso i fatti rimarcando di non considerarli crimini.
Dice Quispe El Paìs: «Ha confessato, ma dice di non considerarlo un reato. Io non credo che per loro mettersi sopra una bambina sia normale, ma è solo un peccato, niente di più».
Il boomerang del Sodalizio
Prevost e la sua amica giornalista devono essere stati pressati dalla fretta di far uscire la biografia autorizzata in coincidenza con il settantesimo compleanno del papa.
L’intervista che ne costituisce l’architrave è stata registrata il 10 luglio 2025, solo due mesi prima dell’uscita del libro. E sembra che non ci sia stato il tempo di verificare con la dovuta attenzione qualche incongruenza.
Come abbiamo visto, da alcune parole incerte di Prevost pubblicate in Ciudadano del mundo traspare un’inspiegabile e incontrollata preoccupazione per la vicenda delle tre sorelle Quispe che oggi accusano proprio il papa di aver coperto il loro abusatore quando era vescovo di Chiclayo.
Il papa vuole affrontare il tema per spazzare le nubi che incombono sulla sua fresca elezione, ma sembra farlo senza la necessaria lucidità e con risultati disastrosi.
A pagina 264 Prevost rivendica che il 5 aprile 2022, quando le tre sorelle Quispe sono andate da lui a denunciare la violenza subita da padre Lute, lui credette alla loro verità e garantì ogni tipo di ascolto, solidarietà e sostegno. Poi, aggiungendo ad abundantiam (come dicono in Vaticano) un ulteriore argomento ai tanti già evocati a favore della sua correttezza, lancia il boomerang:
«Purtroppo, la giustizia nella Chiesa, così come la giustizia in Perù e in molti altri luoghi, richiede molto tempo. Questi processi sono molto lenti. Questo caso in particolare è diventato più complicato, perché non molto tempo dopo che loro presentarono le accuse, io fui trasferito dalla diocesi [di Chiclayo, ndr]».
Questa frase, come vedremo, suona per diversi aspetti problematica. Il senso voluto da Prevost è però chiaro: vuol far sapere al mondo che dopo il 13 aprile 2023, quando partì per Roma dove papa Francesco lo aveva nominato prefetto del Dicastero dei vescovi, non si è più potuto occupare del caso e questo ha contribuito a far andare le cose in modo poco soddisfacente per le tre vittime di abusi a cui aveva garantito ogni tipo di sostegno.
Ma su questo punto il racconto non è accurato. Dopo la fumata bianca dell’8 maggio i media di tutto il mondo hanno trattato in ogni minimo dettaglio il caso Quispe, sia per accusare Prevost sia per difenderlo dalle accuse, quindi ci si aspetterebbe dal papa e dalla sua biografa altrettanta attenzione ai particolari.
Secondo Allen , dopo che le tre sorelle Quispe vanno da Prevost a denunciare padre Lute, il 5 aprile 2022, accade questo (pag. 248):
«Il sacerdote Vásquez Gonzales negò qualsiasi abuso, sostenendo che la situazione era un malinteso. Tuttavia, il vescovo Prevost aprì un’indagine preliminare e impose delle restrizioni, vietandogli il ministero pubblico e, di conseguenza, l’esercizio come parroco e l’ascolto delle confessioni, sebbene potesse ancora celebrare la messa in forma privata.
Entro luglio 2022, i risultati dell’indagine preliminare furono inviati al Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano. Due mesi più tardi, nel settembre 2022, quest’ultimo contattò Prevost per chiedergli se potesse approfondire ulteriormente l’inchiesta e fornire maggiori informazioni.
Sette mesi dopo, il 3 aprile 2023, il procuratore civile archiviò il caso a causa della prescrizione, come era stato previsto, e il 12 aprile Prevost fu nominato prefetto del Dicastero per i Vescovi, e iniziò i preparativi per trasferirsi a Roma.
L’8 ottobre dello stesso anno, dopo che monsignor Prevost aveva già lasciato la diocesi, il Dicastero per la Dottrina della Fede archiviò il caso contro Vásquez Gonzales pro nunc, ossia “per ora”, a causa della mancanza di prove: le accuse erano difficili da dimostrare e non erano state presentate altre denunce, né prima né dopo, da parte delle sorelle Quispe Díaz».
Attenzione ai dettagli. Il 10 settembre 2024 la diocesi di Chiclayo emette un lungo comunicato per respingere le accuse a Prevost lanciate due giorni prima da Ana Maria Quispe attraverso il popolarissimo programma televisivo peruviano Cuarto Poder.
Secondo la diocesi, guidata da un allievo e amico di Prevost, la posizione di padre Lute era stata archiviata dalla magistratura peruviana per prescrizione «nel primo trimestre del 2023», e il 3 aprile, diversamente da quanto scritto da Allen, fu Prevost, ancora vescovo di Chiclayo per dieci giorni, a inviare la sentenza di prescrizione al dicastero per la Dottrina della fede «come ulteriore documentazione».
Un osservatore malevolo potrebbe osservare come la prescrizione in sede civile per fatti così indietro nel tempo è tanto ovvia quanto irrilevante per il processo ecclesiastico che la sclude esplicitamente per gli abusi sui minori. Prevost, così prodigo di considerazioni e dettagli sul caso Quispe, avrebbe potuto spiegare alla sua biografa il suo zelo nell’informare la curia vaticana che padre Lute l’aveva sfangata con la giustizia peruviana.
Alla quale, peraltro, il pedofilo Vásquez Gonzáles era stato denunciato dalle vittime mentre Prevost si era ben guardato dal farlo, in spregio all’indicazione del motu proprio Vos Estis Lux Mundi di papa Francesco.
Ma rimaniamo sul punto essenziale. Prevost tiene molto a far sapere che, se il caso Quispe ha avuto un’evoluzione insoddisfacente, questo è dovuto al suo trasferimento a Roma, quindi al fatto che non si è potuto più occupare della cosa.
Questo argomento suonerebbe offensivo per i suoi successori a Chiclayo se non fosse palesemente falso. In realtà Prevost non ha voluto più occuparsene: volendo lo avrebbe potuto fare e la prova ce la offre lo stesso papa, in un altro momento di sbadataggine, a pag. 208 della sua biografia autorizzata.
Prima però va capito il contesto in cui Leone XIV fa l’autogol. Accanto al caso Quispe si è sviluppata in Perù negli ultimi anni la vicenda del Sodalitium Christianae Vitae, una potente società di vita apostolica fondata dal teologo Luis Fernando Figari e benedetta da Giovanni Paolo II.
Secondo la tradizione di queste strutture cattoliche con capo carismatico, anche nel Sodalizio la principale attività sembrano essere stati gli abusi psicologici, fisici e sessuali sui minori.
Al punto che è stato Francesco, ad agosto 2024, a espellere Figari dal Sodalizio per poi sciogliere l’istituto a gennaio del 2025. Nella battaglia contro Figari e il Sodalizio c’è Prevost in prima linea.
Cosicché, quando Ana Maria Quispe accusa l’ex vescovo di Chiclayo di aver coperto padre Lute, il coro a difesa del papa sostiene che la sua inflessibilità con il Sodalizio dimostra l’infondatezza delle accuse di muta connivenza con padre Lute.
Tanto più, dicono gli amici di Prevost, che all’indomani della dura sanzione contro Figari sono proprio gli amici del Sodalizio ad amplificare le accuse di Quispe.
Mentre a difendere a spada tratta il papa sono Pedro Salinas e Paola Ugaz, due giornalisti peruviani che nel 2015, con il loro fortunato libro inchiesta Mitad monjes, mitad soldados (”Metà monaci, metà soldati”), sono stati all’origine dell’inchiesta su Figari e il Sodalizio. E che oggi riferiscono che, aggrediti dal potente Sodalizio, per dieci anni hanno potuto contare sull’amicizia e sul sostegno di Robert Prevost.
Ed è qui che parte il boomerang. Benché l’inflessibilità con il Sodalizio di per sé non smonti le accuse di Ana Maria Quispe - nella storia dei preti pedofili “due pesi e due misure” è la regola - a pagina 208 Allen punta proprio sull’argomento del coinvolgimento di Prevost nel caso Sodalizio:
«... riguardo a un incontro avuto con l’allora cardinale Prevost durante una visita a Roma nell’ottobre 2024 (...) Salinas ha raccontato che l’attuale papa era rimasto aggiornato sulla vicenda. Così, in un’email di follow-up del 16 ottobre 2024, Prevost ha insistito, ha affermato Salinas, sulla necessità di giustizia: “Bisogna continuare a lavorare per arrivare a una giusta conclusione di questo processo”.
Salinas racconta che l’attuale pontefice gli ha scritto ringraziandolo per il suo lavoro e impegno:“Grazie a te. Buon viaggio. Spero che presto si riesca a mettere fine a questa storia. [Ora] continuiamo a lavorare per aiutare la Missione Speciale di Scicluna e Bertomeu”, ha scritto Prevost.
Alla fine, la Missione Speciale, nonostante la forte pressione e i tentativi di screditare il suo operato, si è conclusa con la soppressione del Sodalizio di Vita Cristiana e delle altre tre comunità fondate da Figari».
Insomma, a pagina 262 il papa dice che avendo lasciato la diocesi di Chiclayo non ha più potuto occuparsi delle tre sorelle Quispe e del sacerdote che le aveva abusate da bambine, nonostante avesse sempre creduto alle loro accuse.
A pagina 206 il giornalista Salinas gli riconosce che a Roma ha continuato a occuparsi dell’inchiesta sul Sodalizio, che formalmente non lo riguardava, da diecimila chilometri di distanza: «era rimasto aggiornato» e si proponeva di «lavorare per aiutare la Missione speciale di Scicluna e Bertomeu», i due inquirenti della Dottrina delle fede inviati da Bergoglio a chiudere i conti con l’abusatore Figari.
Quindi anche per Leone XIV, come per il suo predecessore, ci sono abusatori su cui chiudere un occhio e abusatori da perseguire senza tregua. La cosa sorprendente è che sia lui stesso a darcene notizia, senza tenere conto di una imbarazzante coincidenza: negli stessi giorni della sua mail a Salinas, Ana Maria Quispe, al colmo della disperazione, scrive a papa Francesco una lunga lettera, un duro atto di accusa che culmina in questa frase:
«La diocesi di Chiclayo, dove hanno svolto la funzione di vescovi monsignor Robert Prevost Martinez, poi monsignor Guillermo Cornejo Monzon e attualmente monsignor Edison Farfan Cordova, in dichiarazioni separate e prive di veridicità, ha assunto una tenace difesa a favore del sacerdote accusato di abusi su minori».
Ma Prevost ormai era lontano.
Il ruolo di Parolin, l’arcinemico
Tra le tante sorprendenti rivelazioni che Prevost ha deciso di affidare alla sua biografia autorizzata quella che appare per sua natura premeditata, non frutto di distrazione, riguarda l’esistenza di una lobby ostile che ha cercato di azzopparlo prima del conclave che l’ha eletto papa; che fa capo, con tutta evidenza, al Segretario di Stato Pietro Parolin; e che ha usato come arma per azzopparlo proprio il caso delle tre sorelle Quispe che ad aprile 2022, nella diocesi di Chiclayo in Perù, hanno denunciato all’allora vescovo Prevost di aver subito abusi sessuali quando avevano tra i 9 e i 13 anni dal popolare sacerdote Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute.
Prevost avrebbe coperto il prete pedofilo, secondo le accuse di Ana Maria Quispe, e appare oggi talmente ossessionato da questa storia da lasciar cadere continui segnali di angoscia, come le briciole che Pollicino lasciava cadere dopo il tradimento dei genitori.
E in effetti par di capire che nella vita della Chiesa i confratelli di Prevost non siano meno spietati del padre e della madre di Pollicino: solo che lui non è l’astuto bambino della favola di Perrault ma il papa, il capo assoluto dei cinici confratelli.
Ricapitoliamo. Attraverso la biografia autorizzata di Elise Ann Allen Prevost ci fa sapere tre cose: a) che un giorno papa Francesco lo ha chiamato e lui ha temuto che gli chiedesse di dimettersi, forse per i sospetti che lo accompagnavano sul caso Quispe; b) che a conclave iniziato, quando ha sentito parlare di sé come papabile forte, ha temuto che i confratelli gli facessero pagare l’accusa di aver coperto un pedofilo; c) che effettivamente dopo aver lasciato Chiclayo (13 aprile 2023) per Roma, dove è diventato prefetto del Dicastero per i Vescovi, non si è più occupato di “padre Lute” (che alla fine l’ha fatta franca) ma ha continuato a seguire da vicino e a sostenere l’inchiesta vaticana sul Sodalizio.
Che trattamento viene riservato a Parolin nel libro di Allen LEON XIV - Ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI?
Parolin viene nominato solo quattro volte. La prima, a pag. 224, per dire che alla vigilia del conclave lui e il cardinale filippino Luis Antonio Tagle erano più accreditati di Prevost come papabili; le altre tre nel giro di poche righe a pag. 266 nel racconto delle quattro votazioni del conclave che videro rapidamente naufragare le ambizioni del Segretario di Stato di fronte al crescente consenso sul nome di Prevost.
Parolin era e rimane pro nunc, come si dice in curia, Segretario di Stato, cioè il numero due della gerarchia cattolica. Ma la biografia autorizzata di Prevost lo cancella. Se si leggono con attenzione i fatti se ne capisce la ragione.
Il 1 ottobre 2025 El País ha pubblicato il lungo articolo di cui abbiamo già parlato per sostenere che le tre sorelle Quispe avrebbero ammesso di essere state usate dall’ex agostiniano Ricardo Coronado, da loro ingaggiato come avvocato, per una campagna diffamatoria contro Prevost presentata come ritorsione per il suo impegno contro il Sodalizio di Luis Fernando Figari.
L’articolo del País è firmato da Paola Nagovitch e Inigo Dominguez. Nagovitch ha registrato due ore di intervista con Ana Maria Quispe che, proprio brandendo la registrazione come prova, ha smentito seccamente El País con una lettera.
Questo punto per Leone XIV non è solidissimo e del resto l’articolo del Pais esce due settimane dopo la biografia di Prevost che, come abbiamo visto, più o meno maldestramente rilancia il caso Quispe con la sua coda di veleni.
Anche la biografa autorizzata Allen, il 2 aprile 2025 - mentre Bergoglio è ancora vivo e Prevost, come ci ha fatto sapere, ha paura che il caso Quispe lo azzoppi nella corsa al papato - scrive un articolo mirato a dimostrare che le accuse a Prevost lanciate il 25 marzo dal network dei sopravvissuti Snap siano pompate da Coronado. Il quale nel frattempo è stato prima inibito dall’avvocatura nei tribunali ecclesiastici e poi addirittura spretato da Bergoglio con l’accusa di gravi reati di abusi sessuali, con violazione del sesto comandamento e dei commi 1 e 3 del canone 1395, per la precisione. Così le sorelle Quispe sono rimaste anche senza avvocato.
E più recentemente Coronado ha denunciato che nel processo (secondo lui manipolato) che lo ha fatto fuori dalla Chiesa Prevost ha svolto un ruolo decisivo. Allen dà conto anche della posizione dello Snap, che appare logica: «Riguardo alla riduzione allo stato laicale di Coronado e all’affermazione secondo cui vi sarebbe stato un rancore personale nei confronti di Prevost, Snap ha dichiarato: “Ciò che conta sono i fatti alla base del caso, e le motivazioni del canonista sono irrilevanti”».
E qui, quando Prevost non è ancora papa, Allen ci conduce nei meandri delle lotte di potere vaticane. Scrive che nel 2024, quando in Perù cominciano a circolare le accuse contro Prevost, un non meglio identificato funzionario vaticano le dice (riservatamente) che la questione è stata esaminata e si è accertato che Prevost non ha coperto il pedofilo padre Lute ma ha agito secondo le regole. E che a fine marzo 2025, quando Snap rilancia le sue accuse in vista del conclave, è la stessa segreteria di Prevost a Roma (forse lo stesso Prevost, vista l’amicizia e il racconto di un incontro a quattr’occhi tra i due negli stessi giorni) a respingere le accuse .
Sul punto più critico la “segreteria di Prevost” è maldestra: «Riguardo all’affermazione secondo cui Prevost non avrebbe contattato le autorità civili, l’ufficio di Prevost ha dichiarato che egli parlò con l’avvocato diocesano dopo che le donne si erano fatte avanti, e che fu informato che il caso non sarebbe stato oggetto di indagine civile “a causa della prescrizione”». Maldestra ma anche debolissima.
Da una parte si sostiene che le accuse sono inventate da un ex agostiniano che lo odia, dall’altra l’unico argomento che l’ex vescovo di Chiclayo può portare a sua difesa è che non ha fatto la denuncia alla magistratura (che come vescovo era almeno moralmente obbligato a fare) perché l’avvocato della diocesi gli ha detto che era inutile, tanto era tutto prescritto.
Un argomento da azzeccagarbugli che sta agli antipodi dello “stare dalla parte delle vittime” con cui la Chiesa cattolica si sciacqua la bocca ogni giorno per dissimulare la sua ermetica, diffusa omertà.
Prevost lasciato solo dal suo rivale
Ma una difesa così maldestra può avere una spiegazione. Prevost si sente in pericolo, ha capito che l’attacco vero viene da dentro il Vaticano. E da quel momento, anche dopo l’elezione a papa, comincia a far circolare gli indizi cifrati per segnalare a chi vuole intendere che c’era il Segretario di Stato Pietro Parolin dietro la campagna tesa ad azzoppare uno dei concorrenti più pericolosi (il più forte, con il senno di poi) nella corsa alla successione di Francesco.
Paola Nagovitch e Inigo Dominguez, i due giornalisti del Paìs che il 1 ottobre 2025 firmano la discussa (e smentita) intervista ad Ana Maria Quispe, sono senza ombra di dubbio schierati con Prevost . Il 12 giugno 2025, circa un mese dopo l’elezione di Leone XIV, scrivono in sua difesa un lungo articolo che fin dal titolo non le manda a dire: “Una campagna che è stata alimentata anche dentro il Vaticano”.
L’allusione è chiara. Dopo aver ricordato che le accuse a Prevost vengono dagli amici del Sodalizio e che l’avvocato spretato Coronado è un peccatore senza remissione eccetera eccetera, ecco la novità: «Il futuro papa è stato anche oggetto di una campagna interna in Vaticano, dove era già considerato uno dei favoriti per il conclave che doveva scegliere il successore di Francesco».
Quindi citano un’anonima “fonte ecclesiastica dell’America Latina vicina al pontefice” che dice: «Padre Robert ha sofferto molto durante l’ultimo anno perché nessuno in Vaticano è uscito allo scoperto per difenderlo. Si è sentito come se fosse stato lasciato solo».
Queste frasi sembrano dette Prevost. E sono comunque affermazioni e virgolettati assai espliciti che non hanno ricevuto alcuna smentita, messa a punto o precisazione né da una parte né dall’altra. La stampa internazionale più autorevole sul tema racconta il nido di vipere che c’è in Vaticano e tutta la curia fa finta di niente.
Nell’articolo del Paìs è la stessa fonte anonima a insistere: le accuse pubbliche a Prevost di aver coperto il prete pedofilo Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, iniziano nella primavera del 2024, un anno prima del conclave, quando però già si sa che Bergoglio è a fine corsa.
Il Prefetto dei vescovi è legittimamente preoccupato per la sua reputazione e per le sue ambizioni pontificie, entrambe in pericolo. Nagovitch e Dominguez, esplicitando che per Prevost i dodici mesi che hanno preceduto la sua elezione a papa sono stati un vero e proprio calvario (”ordeal”), scrivono:
«Il cardinale si aspettava che la Santa Sede intervenisse in sua difesa, secondo quanto riferito da una fonte ecclesiastica latinoamericana molto vicina al Papa. Tuttavia, in un anno segnato dalle polemiche, fino alla sua nomina come nuovo pontefice, le uniche risposte alle accuse contro Prevost provennero dalla diocesi di Chiclayo.
“Prevost ha sofferto molto durante quel periodo. Sentiva che il Vaticano non lo stava difendendo e non stava smentendo nulla. Guardava passare i mesi senza alcuna reazione. È stato un anno di silenzio. Lo hanno lasciato cuocere a fuoco lento, forse perché era già un candidato evidente al conclave”, ha detto la fonte».
Chi doveva rispondere alle accuse? Toccava a Parolin, capo del governo vaticano di cui Prevost era, in un certo senso, un ministro. E comunque toccava alla struttura di comunicazione, diretta dal prefetto Paolo Ruffini, che fa comunque capo a Parolin.
Ruffini, prefetto come Prevost, negli stessi mesi si è battuto come un leone, pubblicamente, in difesa dell’abusatore seriale Marko Rupnik perché era amico del papa, ma non ha mai speso una parola per Prevost: il quale adesso ci fa sapere di aver molto sofferto che la Chiesa lo lasciasse cuocere a fuoco lento.
Infatti El País ha chiuso l’articolo del 12 giugno con un interrogativo inquietante per Parolin e i suoi cari: «Resta da vedere cosa accadrà ora che Leone XIV è al comando e sa che una parte della Curia è schierata contro di lui».
Il tradimento di Parolin
Parolin non ha mai nemmeno fatto finta di andare in soccorso di Prevost. Tra l’altro, alla vigilia del conclave le accuse di aver collaborato alla copertura degli abusi sessuali c’erano anche per lui.
Cinque giorni prima del conclave Anne Barrett Doyle, leader di bishop-accountability.org, l’associazione internazionale che documenta e denuncia gli abusi sessuali dei preti cattolici, ha lanciato un duro atto di accusa contro il Segretario di Stato, che in quel momento i giornali italiani davano per largamente favorito nella corsa al papato.
Proprio in quanto Segretario di Stato, secondo Bishop-accountability, negli ultimi dieci anni ha rappresentato, per i magistrati di tutto il mondo, il baluardo insormontabile posto da papa Bergoglio a difesa della vergogna segreta della Chiesa, cioè dei preti pedofili: a lui inquirenti di molti Paesi chiedevano i documenti su migliaia di casi di preti pedofili. Lui li negava.
Ecco però che tra i delicatissimi documenti che Parolin tiene sotto chiave c’è anche la “indagine previa” su padre Lute che Prevost, allora vescovo di Chiclayo, mandò a Roma a luglio 2022, solo tre mesi dopo il colloquio con le sorelle Quispe.
È vero, come sostiene Ana Maria Quispe, che il sedicente fascicolo processuale consisteva in un solo foglietto, era cioè una presa in giro? O hanno ragione gli amici di Prevost secondo i quali è un’indagine con tutti i crismi e secondo tutte le regole? Parolin sa la verità e fa la sfinge.
Solo il 27 maggio 2025, ben venti giorni dopo l’elezione di Prevost, e dopo centinaia di articoli velenosi sul caso Quispe - con gli uomini di Leone XIV che lo imploravano di scendere in campo per stroncare quella che secondo loro era una campagna diffamatoria non più contro il suo rivale in conclave ma contro il papa e quindi contro tutta la Chiesa - Parolin ha fatto una mossa talmente assurda da venire unanimemente giudicata come uno sberleffo a Prevost, il rivale che gli aveva soffiato un’elezione che credeva di avere in tasca.
Parolin si è fatto intervistare per Vatican News, il sito ufficiale della Chiesa, dal direttore editoriale Andrea Tornielli, il vice di Ruffini. Tema dell’intervista: le guerre di Ucraina e Gaza. A un certo punto, verso la fine, ex abrupto Tornielli fa una domanda apparentemente incomprensibile: «Negli ultimi tempi di Papa Francesco fino ai giorni che hanno preceduto il conclave, ci sono stati commenti circa l’agire in passato di diversi Capi Dicastero della Curia nei confronti di segnalazioni da loro ricevute su casi di abuso. Sono stati analizzati?».
La risposta di Parolin è altrettanto incomprensibile, quindi magistrale: «Rispetto a commenti e voci circa l’agire di alcuni Capi Dicastero della Curia Romana, in merito a segnalazioni di casi di abuso al tempo in cui erano vescovi diocesani, gli accertamenti svolti dalle istanze competenti, attraverso un esame dei dati oggettivi e documentali, hanno fatto emergere che i casi sono stati trattati ad normam iuris, cioè secondo le norme vigenti, e sono stati inoltrati dagli allora vescovi diocesani al Dicastero competente per il loro esame e valutazione delle accuse. Le verifiche effettuate dalle autorità preposte non hanno riscontrato, in via definitiva, alcuna irregolarità nell’operato dei vescovi diocesani».
È vero che con questa ipocrisia, con questo dire e non dire, con questo modo velenoso di non rassicurare i fedeli che il papa non è un mascalzone ma alzare volute di fumo con l’inutile latinorum di “ad normam iuris” Parolin e i suoi predecessori hanno fatto durare la ditta duemila anni.
Però è anche vero che forse i tempi sono cambiati e questo modo di accoltellarsi tra confratelli potrebbe a questo punto risultare pernicioso per la Chiesa. E questo forse spiega perché Robert Prevost oggi è un uomo angosciato non solo da tutto ciò che abbiamo raccontato ma anche dal timore di non avere una presa salda sul governo della Chiesa.
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Grazie dei podcast, degli articoli e della diretta di oggi. Cosa si può fare per far uscire questa inchiesta fuori da Substack? Sarebbe utile che qualche TV dedicasse attenzione a questa e a tutte le altre spregevoli vicende legate agli abusi della Chiesa. RAI, La 7, Sky, Il Nove dove siete?
Giorgio Meletti e Federica Tourn ce l'hanno messa tutta per far passare l'idea di un papa angosciato e perseguitato dalla sua cattiva coscienza. Ma non ci vogliono per forza scheletri nell'armadio per immaginarsi il turbinio di pensieri che possono turbare i sonni di un papabile alla vigilia del conclave. Non so se la chiesa sia veramente questo covo di vipere che gli estensori dell'articolo più o meno esplicitamente teorizzano, ma di una cosa sono certo (ed è proprio questo che giustifica la "durata dell'azienda") e cioè che se vi fossero stati davvero sospetti fondati su Prevost i cardinali mai e poi mai avrebbero rischiato di eleggere un papa quanto meno "ricattabile". Fine della storia che a dire la verità non merita il tempo (lungo) speso a leggerla dall'inizio alla fine.