La causa sostanziale della crisi
Per capire le tensioni che si scaricano ovunque, dall’Ucaina al Venezuela, bisogna guardare all’epicentro: l’area del Pacifico occidentale
È nel Pacifico occidentale che si trova il fulcro delle dinamiche internazionali dei nostri giorni, perché è lì che si ergono di fronte l’un l’altra le incompatibili esigenze delle due potenze più grandi: la necessità di Pechino di acquisire una maggiore libertà di movimento e un maggior controllo delle rotte marittime e la necessità per gli americani di continuare a presidiare un’area per la quale hanno già combattuto quattro guerre
Manlio Graziano
Ucraina, Palestina, Yemen, Iran, Somalia, Sudan, Afghanistan, Venezuela, Corea del Nord: il mondo è un mosaico di conflitti e di crisi in continua espansione. Ma l’interesse collettivo per queste tragedie segue il ritmo sincopato e rapidamente mutevole dettato dalle scelte editoriali dei media, che privilegiano i temi più familiari al pubblico e sono quindi in grado di catturarne meglio l’attenzione.
Con l’imperversare del «fenomeno» Trump – incapace di soffermarsi su uno specifico problema per più di pochi minuti – le crisi sembrano muoversi freneticamente sul planisfero come palline di un flipper, zigzagando senza logica e senza connessione le une con le altre.
Così, al pubblico sempre più frastornato sembra che la minaccia alla pace globale provenga ogni giorno da un posto diverso: un giorno da Kiev, un altro da Gaza, quello dopo da Sana’a o da Pyongyang, e così via.
Alcuni esperti ricordano giustamente che il pericolo può covare ovunque: quando l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando scatenò il fatale effetto domino all’origine della Prima Guerra mondiale, pochi avrebbero saputo indicare Sarajevo su una carta geografica.
Ma quella conflagrazione non fu causata dalla rissa da ballatoio tra un impero diventato ormai il fantasma di sé stesso e un piccolo paese balcanico dalle ambizioni spropositate; fu l’esito delle tensioni accumulatesi intorno al rapido sviluppo della Germania e alla sua volontà di sfidare la supremazia britannica sui mari.
Come avrebbe detto Aristotele, l’attentato di Sarajevo fu la causa accidentale del conflitto, ma la competizione tra Berlino e Londra ne fu la causa sostanziale.
Concentriamoci dunque un momento sulla causa sostanziale delle crisi odierne, a cui si presta sovente meno attenzione perché meno spendibile sul mercato mediatico – salvo quando cinesi o russi sfregano la lampada magica della Corea del Nord per farne uscire il «genio» Kim Jong-un.
L’area è quella del Pacifico occidentale, compresa, nella sua accezione più ampia, tra le isole Hawaii e la costa cinese.
È lì che si trova il fulcro delle dinamiche internazionali dei nostri giorni, perché è lì che si ergono di fronte l’un l’altra le incompatibili esigenze delle due potenze più grandi: la necessità di Pechino di acquisire una maggiore libertà di movimento e un maggior controllo delle rotte marittime, dal Pacifico all’Africa, e la necessità per gli americani di continuare a presidiare un’area per la quale hanno già combattuto quattro guerre – contro la Spagna nel 1898, contro il Giappone nel 1941-1945, e poi in Corea e in Vietnam.
Le parole che pesano





