INCHIESTA - Le deputata che celebra gli eroi fascisti
Paola Maria Chiesa di Fratelli d’Italia riprende in registro retorico e il lessico del fascismo, ma toglie ogni riferimento esplicito. Chi deve capire capisce (parte II)
Nei suoi tanti post sui social, la memoria di Chiesa prende solo la parte alta del racconto – il coraggio, il sacrificio – e taglia via il resto: la violenza dell’occupazione italiana, la responsabilità politica del regime, la funzione propagandistica delle medaglie. Ogni caduto merita rispetto; ma è il modo in cui vengono narrati, oggi, a parlare del presente
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Prima di entrare nel calendario dei post, va fissato un punto: la deputata di Fratelli d’Italia Paola Chiesa, di cui ci siamo già occupati in una prima puntata, commemora una guerra che non è una guerra “difensiva”, né una parentesi neutra della storia militare italiana.
È la guerra di aggressione del fascismo, condotta come alleato di Hitler, in Libia, in Grecia, nei Balcani.
È una guerra persa – da El Alamein alla ritirata in Grecia – e segnata da occupazioni, violenze sistematiche, crimini documentati contro le popolazioni civili.
Ricordare chi è caduto è una cosa; trasformare quella guerra in un repertorio di eroismo nazionale, senza dire mai che era una guerra fascista combattuta a fianco dei nazisti, è un’altra. E quando a farlo è una deputata che siede in Commissione Difesa, è una scelta grave.
Tra ottobre e novembre i profili social di Chiesa si trasformano in una specie di calendario morale parallelo.
Per ogni giorno, un “eroe”; per ogni “eroe”, una formula: “fedeltà!”, “alte vette dell’eroismo!”, “gloriosa fine!”, “oltre la vita!”, “eroica resistenza!”, “indomita fermezza!”, “per l’italia”, “per l’onore delle armi”, “la folgore muore, ma non si arrende!”.
Sono parole scelte con cura. Non descrivono solo singole biografie: rimettono in circolo il vocabolario stesso della retorica in camicia nera, nato nelle motivazioni delle medaglie e nei bollettini propagandistici del regime.
Quasi tutte le Medaglie d’Oro al Valor Militare che Chiesa celebra sono state conferite durante il fascismo, per guerre decise e guidate dal fascismo. Questo dato nei post non compare mai. Mai.
Prendiamo come campione esemplificativo un segmento del suo archivio – i post da ottobre a novembre – che bastano da soli a mostrare il modus operandi: la costruzione capillare di un canone della nostalgia militare fascista, costruito nome per nome.
Partiamo per esempio dal 7 novembre 1941: nei Balcani occupati, il carabiniere Alfredo Gregori viene catturato dai partigiani jugoslavi.
Chiesa lo ricorda con un titolo secco, urlato: “fedeltà! ”. Il post insiste su un elemento: il rifiuto di cantare gli inni dei ribelli in cambio della vita.
Gregori diventa così la figura dell’uomo che “resta fedele” fino alla morte, una purezza individuale opposta alla “barbarie comunista”.
Nel racconto, però, manca tutto il resto.
Gregori si muove in un territorio occupato dall’esercito italiano, in un contesto di repressione durissima contro partigiani e civili, dentro una campagna in cui l’Italia fascista applica politiche di italianizzazione forzata, deportazioni, incendi di villaggi.
I partigiani di Tito non sono semplicemente “ribelli”, ma il movimento che combatte contro un’occupazione straniera e un regime collaborazionista.
La Medaglia d’Oro che viene conferita a Gregori è decisa da quello stesso Stato fascista che governa l’occupazione. Nel post, però, il regime scompare: resta solo la scena moralizzante, il carabiniere solo davanti ai “comunisti” crudeli.
Il risultato è una torsione del senso: la guerra di occupazione diventa il palcoscenico di una parabola etica, e il contesto – l’Italia fascista nei Balcani, i crimini compiuti in quelle zone – viene semplicemente rimosso.







