In difesa dell’opinionismo professionale
Nel suo articolo Filippo Riscica ha spiegato perché molti programmi d’informazione non informano davvero. Ha ragione, ma per gestire la complessità servono mediatori
L’opinionista professionale è uno che padroneggia a sufficienza una serie di argomenti da poter offrire allo spettatore non tanto un’analisi completamente autonoma, ma una sintesi ragionata di alcune delle posizioni in campo, e degli argomenti che lo portano a sostenere una di queste
Filippo Riscica
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Qui inizia il dibattito su talk show e informazione
Nel suo articolo il filosofo Filippo Riscica ha aperto un dibattito delicato ma necessario: siamo sicuri che un giornalismo fondato sugli opinionisti offra informazione? In altre parole, che migliori la nostra capacità di leggere il mondo e non che, invece, la peggiori?
Sono domande complicate ma necessarie, specie visto che io faccio parte di quella categoria.
O meglio, rientro tra coloro che secondo la precisa definizione di Filippo Riscica sono esposti al rischio dello “sconfinamento epistemico”: nella trasmissione su RAI Radio3, qui su Appunti, nelle comparsate radio e tv mi trovo anche io spesso a parlare di Gaza come di criptovalute, di legge di Bilancio ma anche di femminicidi, di Russia come di auto elettriche.
Sono uno sconfinatore epistemico seriale. Proprio per questo, o forse nonostante questo, non sono d’accordo fino in fondo con il ragionamento di Filippo che ha un suo innegabile fondo di verità.
L’evoluzione dei talk
Prima di spiegare in cosa dissento, vorrei raccontare come siamo arrivati a questo punto, sulla base di quello che ho visto succedere “dentro” i talk show.
Quando ho iniziato a frequentare la tv, intorno al 2012, era molto più frequente che le trasmissioni avessero un tema e che il giornalista venisse chiamato in quanto competente per quel tema specifico.
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