Immagini della Cina
Il fascino per Mao, povertà e repressione, i negozietti di merci a poco prezzo: il nostro immaginario sui cinesi mal si concilia con la realtà di un Paese che tratta alla pari con gli Stati Uniti
La prima immagine che io ricordi è quella del Mao della Rivoluzione Culturale, che invitava «bombardare il quartier generale» e incitava gli studenti a ribellarsi agli insegnanti e in generale alle istituzioni accademiche con parole d’ordine che certo piacevano molto in Europa a fine anni Sessanta
Paola Giacomoni
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Tante immagini della Cina si sono succedute in Occidente negli anni, molto diverse tra loro. E molto differenti da quella che oggi delinea in modo sempre più chiaro la nuova superpotenza emergente, in grado, come accade in questi giorni, di trattare con gli Stati Uniti da pari a pari.
E sono talmente tante e diverse da essere disorientanti: ciò che il cittadino occidentale medio afferra della Cina negli anni non compone un quadro completo e coerente, ma assomiglia piuttosto a un fascio di sensazioni composite e contraddittorie, tali da consegnarci una composizione frammentaria ed enigmatica.
La prima immagine che io ricordi è quella del Mao della Rivoluzione Culturale, che invitava «bombardare il quartier generale» e incitava gli studenti a ribellarsi agli insegnanti e in generale alle istituzioni accademiche con parole d’ordine che certo piacevano molto in Europa a fine anni Sessanta.
Anche le immagini dei docenti pubblicamente umiliati con cartelli che li additavano a nemici del popolo, benché parecchio inquietanti, potevano essere percepite dagli studenti occidentali in una chiave che rafforzava le diffuse convinzioni rivoluzionarie.
Il Mao-Tse-Tung-pensiero (nella traslitterazione di allora di Mao Zedong) era negli slogan, accanto a Marx e a Lenin, nella grande ubriacatura occidentale di marxismo.
I dazibao
Naturalmente niente si capiva davvero del perché il presidente della repubblica cinese si presentasse pubblicamente a fianco delle guardie rosse e sollevasse la necessità di fare a pezzi tutti i «vecchiumi» e tutte le istituzioni culturali che lui stesso presiedeva.
Soprattutto, non si aveva la minima idea delle violenze che in tal modo si scatenavano in Cina sovvertendo la millenaria tradizione di riverenza per l’autorità, per la gerarchia sociale e per lo studio.
Gli slogan arrivavano in diretta, belli pronti, sembravano fatti per noi e per le nostre battaglie occidentali nelle scuole e nelle università, ben diverse da quelle cinesi. Il Mao dei ta-ze-bao ci conquistò e lo copiammo subito.
In seguito, per molti anni, la Cina scomparve dal dibattito pubblico - naturalmente non da quello degli esperti e degli amatori - e non si parlò più di quelle immagini e di quegli slogan, finiti chissà dove, per quel che ne sapevamo.
Mentre la Cina faticosamente ricostruiva la sua storia dopo Mao, per noi era diventata il deserto, come se un mondo improvvisamente fosse stato ingoiato dal nulla.
Tranne quell’improvviso, violento e poco comprensibile squarcio sul massacro a Tienanmen a fine anni Ottanta dove gli studenti non erano più protagonisti di battaglie rivoluzionarie ma vittime di una durissima repressione.
Come fosse stato possibile questo rovesciamento non fu chiaro per me allora, ma fece capire che la Cina era un mondo a molte facce, poco riducibile a stereotipo.
Il Terzo Mondo
Poi riapparve in forma irriconoscibile nell’ambito del commercio internazionale come venditrice di merci a basso costo, di scarsa qualità, ma concorrenziali con il nostro raffinato e caro mercato occidentale.
Qualcuno si chiedeva - ma solo vagamente, non si andava a fondo - come fosse possibile che in un Paese a guida socialista gli operai fossero pagati così poco da produrre merci comunque interessanti a prezzi stracciati.
La Cina era diventata un paese del Terzo Mondo. Ma i negozi dei “cinesi”, citati sempre con disprezzo, ebbero tuttavia presa e successo, e questa storia ancora non è finita.
Poi, nei primi anni Duemila, durante un soggiorno a Parigi per un convegno, mi imbatto in una enorme celebrazione della Cina in tutta la città, forse in corrispondenza col Capodanno cinese, che mi risulta poco comprensibile perché era chiaro che non si trattava più della festa per una Cina da Terzo mondo: il rispetto e il valore delle celebrazioni con dragoni e lanterne portavano in una direzione che non avevo ancora afferrato. E che afferro subito dopo, capendo quanto i cugini d’Oltralpe fossero più attenti e più veloci di noi nel captare le trasformazioni internazionali.
Il grande passato e l’enigmatico presente
Poi di recente, dopo averla più volte “sfiorata” a Hong Kong e in Corea, arrivo a Pechino, per pochi giorni, sempre per un congresso internazionale.
E vedo la famosa piazza Tienanmen con l’immagine di Mao bene in vista, e la storica Grande Sala del Popolo, dove tutto era avvenuto, e in cui entro con emozione, in attesa di un’atmosfera solenne, che invece non avverto.
E le vie sempre piene, come se fosse sempre festa, e i palazzi antichi e quelli moderni, che si stagliano in un cielo azzurro di agosto dove lo smog era già stato eliminato.
Ma soprattutto, visitando vari musei, comincio ad afferrare qualche lembo della millenaria cultura cinese, mai arrivata nelle nostre scuole.
In particolare mi colpisce la storia degli esami imperiali, quella organizzazione iniziata ben più di un millennio fa, di ispirazione confuciana, che consentiva l’accesso alle cariche pubbliche e amministrative solo attraverso il superamento di esami molto selettivi ma aperti a tutti i capaci, e non in base alla nascita.
Qualcosa che spiegava almeno in parte quella sorta di naturale acquiescenza all’autorità - che captavo anche nel comportamento della gente che rientrava a casa ordinatamente ma spontaneamente prima delle 11 di sera - che proviene, scopro allora con grande interesse e sorpresa, dall’idea molto radicata che chi arriva in alto è lì per merito e non per privilegio.
E osservare ai nostri giorni il vero «grande balzo in avanti» di un mondo in enorme e velocissima ripresa economica, politica, e soprattutto di prestigio mondiale, ci lascia senza parole.
Un mondo che sa cambiare con scatti inattesi e fulminei, che conserva dunque un’energia impressionante e che non è riducibile a facili stereotipi.
Non si sa bene come sia finito il confronto tra Xi e Trump, ma è chiaro che questo è l’unico livello che il presidente americano considera alla sua altezza, ma di cui chiaramente soffre il fascino misterioso e inquietante.
Tra le varie immagini che riusciamo a captare di un mondo dalla cultura raffinatissima e millenaria, ancora non sappiamo quale sarà la prossima.






