Il populismo a New York
Questi emergenti socialisti tra i Democratici, come Zohran Mamdani, esprimono davvero un’alternativa a Trump? Come lui seducono l’elettorato a colpi di promesse impossibili e forzature
In fondo al tunnel del peronismo non c’è la luce, ma Javier Milei
Manlio Graziano
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Per una serie di problemi logistici, la prossima lezione del corso di Analisi Geopolitica promosso da Appunti con Manlio Graziano sarà venerdì 14 novembre (e non venerdì 7). Un po’ di pazienza e torniamo. Grazie, Stefano Feltri
Il populismo consiste nel promettere all’elettore ciò che l’elettore vuole sentirsi promettere. Il dittatore argentino Juan Domingo Perón (1895-1974) è stato l’Edmund Hillary – il primo uomo a raggiungere la vetta dell’Everest – a portare questa antica pratica nell’arena della politica moderna; molti altri, dopo di lui hanno scalato quelle cime e, oggi, la competizione è particolarmente fitta.
Juan Domingo Perón è una figura che ha sempre provocato severi mal di capo a chi vorrebbe una politica ben pettinata, con una bella scriminatura in mezzo a distinguere la destra dalla sinistra.
Amico della Germania durante la Seconda Guerra mondiale, protettore dei criminali nazisti dopo il 1945, ma anche protettore dei sindacati e dei descamisados – il Lumpenproletariat locale, generoso distributore di risorse pubbliche e, ciliegina sulla torta, osteggiato dagli Stati Uniti e quindi, per proprietà transitiva, amico dell’Unione sovietica, almeno fino al 1954.
Insomma, un percorso non troppo dissimile da quello dei Subhas Chandra Bose in India, «socialista» alleato dei giapponesi e dei tedeschi durante la guerra, o dei Gamal Abd al-Nasser in Egitto, simpatizzante nazista prima e simpatizzante di Kruscev poi senza grandi soluzioni di continuità, animato dal sogno di distruggere Israele, non solo per odio per gli ebrei ma soprattutto per prendersi la Palestina insieme a tutto il mondo arabo.
Chi si stupisce oggi delle convergenze tra populisti «di destra» e populisti «di sinistra» dovrebbe andarsi a rileggere le edificanti biografie di questi tre personaggi, senza tralasciare nulla.
Il peronismo segna la conclusione definitiva del miracolo argentino e l’ingresso del paese in una spirale di crisi e di povertà da cui non è ancora uscito e probabilmente non uscirà mai.
Non si dimentichi che, tra il 1880 e il 1905, il Pil del paese si era moltiplicato per sette volte e mezza, con una crescita media annua di circa l’8 per cento; il prodotto pro capite era passato da un terzo di quello americano a circa l’80 per cento, attirando molti migranti europei (soprattutto italiani) che, agli Stati Uniti, preferivano quella destinazione, più calda, più latina e più cattolica. Poi ci fu un rallentamento e, infine, con Perón, il crollo.
Gli specialisti discutono ancora oggi del perché le cose sono andate così storte. Per alcuni, fu l’impatto della Prima Guerra mondiale; per altri, l’incapacità di far fronte alla crisi del 1929; per altri ancora fu, piuttosto, l’incapacità di uscire dal circolo vizioso keynesiano innescato dopo la crisi del 1929.
La scommessa persa
Il keynesismo come ricetta anti-crisi consiste essenzialmente in una spesa pubblica a credito, con l’obiettivo di distribuire lavoro (cioè salari) anche senza un ritorno economico (profitto), per rilanciare il consumo, cioè la produzione, cioè il profitto, cioè la produzione di ricchezza.
È insomma, una scommessa, che si vince solo se il circolo diventa virtuoso, cioè se si ha la capacità di riempire di nuovo le casse dello Stato svuotate in precedenza.
In Argentina, quella scommessa è stata persa, in gran parte per le generose regalie di Perón alla sua base di descamisados.
Da allora, si susseguono nel paese infernali cicli politici in cui, a una tappa peronista di spesa pubblica senza ritorno economico (cioè senza produzione di ricchezza) che svuota le casse o produce inflazione (o entrambi), segue una tappa «liberista» che cerca di invertire il processo sospendendo prebende e promuovendo austerità; il malcontento che ne consegue è sfruttato dai peronisti che sono di nuovo massicciamente votati grazie alla loro promessa di ripristinare prebende e servizi per i quali non hanno i mezzi e così via di seguito.
Questo, riassunto in un grafico, il risultato:

Detto in altri termini, in fondo al tunnel del peronismo non c’è la luce, ma Javier Milei.
Babbo Natale a New York
Tutti coloro che, da anni, si consumano nell’ansiosa attesa di un qualche segno di vita della «sinistra» si accalcano oggi commossi a celebrare la (ancorché magra) vittoria a New York di Zohran Mamdani, un giovane sorridente e spiritoso tribuno del popolo, socialista autoproclamato e peronista accertato.
Mamdani ha conquistato il cuore di una metà di elettori della Grande Mela promettendo gratuità nei trasporti, nei servizi per l’infanzia e un tetto agli affitti degli appartamenti gestiti dal Comune (che comunque riguarda solo un newyorchese su 17). Il tutto, asserisce, finanziato da un aumento delle tasse per i più ricchi e per le imprese.
Sono tutte offerte generose, e a nessuno verrebbe in mente di respingerle, come non si respinge Babbo Natale quando scende dal camino la notte del 25 dicembre.







