Appunti - di Stefano Feltri

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Appunti di Geopolitica

Fatti e parole

A che punto è davvero la trattativa tra Trump e Putin sulla tregua in Ucraina? Dopo la telefonata tra i due sono arrivate le bombe. I calcoli confusi degli Usa, le fragilità della Russia

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Manlio Graziano
mar 20, 2025
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Il celebre incontro in Finlandia del 2018 tra Putin e Trump

Non si può escludere che Trump e la sua ghenga sognino un triumvirato di «uomini forti» alla testa del mondo formato da Trump, Putin e Xi, che, in quel caso, diventerebbe immediatamente un quadrumvirato con l’adesione di Narendra Modi

Manlio Graziano

Alla telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin è succeduto, a distanza di qualche ora, un nuovo intenso bombardamento dell’Ucraina.

Così stanno le cose: i fatti smentiscono le parole, e le parole i fatti. Capire a che punto sia la trattativa per la fine della guerra in Ucraina – che Trump aveva assicurato poter concludere entro il 21 gennaio, ventiquattr’ore dopo essere entrato alla Casa Bianca – è più affare da allibratori che da analisti politici: chiunque vi dirà che va a finire così o va a finire cosà tira a indovinare, perché nessuno può sapere cosa frulli in capo a Donald Trump, e il dubbio che non lo sappia neppure lui è più che lecito.

Cosa voglia Putin, invece, è assai più trasparente: trasformare l’Ucraina in un’altra Bielorussia.

Era il suo scopo quando vinceva le elezioni grazie al Donbass e alla Crimea, è rimasto il suo scopo quando ha constatato che le elezioni non gliele avrebbero più fatte vincere, e allora si è preso il Donbass e la Crimea.

Ma le sue mire – sue e dei suoi sodali che guidano la Russia, naturalmente – restano quelle di una neutralizzazione della marca Ucraina, la «frontiera» (questo il significato della parola krajina nelle lingue slave) sud-ovest della Russia.

Con la prospettiva di trovare il modo di neutralizzare anche gli ex-satelliti europei dell’URSS e farne di nuovo il buffer con il resto dell’Europa, come ai bei tempi della guerra fredda.

Ovviamente, la Russia non ha le carte – come direbbe Trump – per realizzare quei suoi sogni di gloria.

Non le ha mai avute: quando si è presa la metà centro-orientale dell’Europa, nel 1945, è riuscita a farlo perché gli Stati Uniti glielo hanno consentito.

Ma, mi si ribatterà, i russi erano arrivati a Berlino, e a Praga, e a Vienna, e a Budapest. Vero, ma:

1) nel 1814 i russi sono arrivati a Parigi, ma non per questo i britannici li hanno lasciati occupare la Francia, e nemmeno nessuno dei territori attraversati per arrivare a Parigi (mezza Polonia l’avevano già presa alla fine del secolo precedente);

2) nel 1877, i russi sono arrivati alle porte di Istanbul, ma, al tavolo delle trattative, la coalizione di tutti gli altri Paesi europei li ha ricacciati indietro;

3) nel 1945, per lasciare i russi arrivare nelle capitali dell’Europa centro-orientale, gli americani hanno rallentato o sospeso le loro avanzate e, nel caso della Germania, hanno persino dato ai russi e alla loro futura repubblica tedesca fantoccio una parte del territorio che avevano conquistato.

Non sappiamo cosa abbia in testa Trump, ma sappiamo qual è stata la linea strategica americana fin dal 1945 (e probabilmente fin dal 1919): tenere divisa l’Europa e tenere i russi fuori dalla portata di ogni possibile intesa con l’Europa.

Piccola precisazione semantico-geopolitica: quando scrivono la parola «Europa», gli strateghi americani leggono «Germania».

I vincoli della Russia

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Manlio Graziano
Manlio Graziano, teaches Geopolitics at Sciences Po Paris, at la Sorbonne. He is the founder of the Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis. He published several books
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