Epic Stupidity
Le radici e le conseguenze dell’insensata guerra di Trump contro il Papa. Una guerra che il presidente americano non può vincere
Al sottosegretario Colby – che non è uno sprovveduto – sarà forse venuto in mente, oltre alla cattività avignonese, un altro episodio della storia delle relazioni tra Papa e potere politico: la cosiddetta «umiliazione di Canossa», quando l’imperatore Enrico IV andò nel 1077 a chiedere perdono al Papa vestito di un saio, a piedi nudi nella neve e il capo cosparso di cenere, attendendo inginocchiato per tre giorni e tre notti al portone d’ingresso del castello di Canossa, prima di essere autorizzato a ritornare sul suo trono
Manlio Graziano
Joseph Nye ha spiegato l’importanza del soft power, cioè della capacità di imporsi con la forza morale piuttosto che con quella materiale. Molti anni prima che il suo saggio uscisse, una dimostrazione pratica è venuta nientemeno che da Josef Goebbels. Pare infatti che nel 1943 il ministro della Propaganda del Reich abbia dissuaso Hitler dal compiere una qualunque azione di forza contro il Vaticano che, secondo lui, avrebbe avuto un impatto devastante sull’opinione mondiale (e sui cattolici tedeschi).
La Wehrmacht, che aveva calpestato senza scrupoli le frontiere di tutta l’Europa, si fermò dunque davanti alle indifese mura leonine. Quello che l’ex seminarista ortodosso Iosif Džugašvili, detto Stalin, non aveva capito, era invece ben chiaro al cattolico bavarese, diplomato al liceo religioso di Rheydt, Josef Goebbels.
Qualunque romanzo poliziesco si impernia sulla premessa che si può essere criminali ma non necessariamente stupidi. Goebbels è stato senza dubbio uno dei peggiori criminali del XX secolo, ma non era stupido. Oggi, l’amministrazione americana dimostra invece urbi et orbi che si può essere criminali e stupidi al tempo stesso.
Complessi e pregiudizi
Tra i fattori della politica internazionale di cui bisogna tener conto per poterla analizzare, accanto alla geografia, all’economia, alla demografia, alla storia, alle istituzioni etc., Nicholas Spykman inseriva anche «i complessi e i pregiudizi meschini dei ministri degli Esteri», cioè le loro debolezze personali, morali o altro.
E concludeva affermando che è «l’azione e l’interazione simultanea» di tutti questi fattori a determinare «quel fenomeno complesso noto come “politica estera”».




