Attaccare o non attaccare?
Da oltre quarant’anni gli Stati Uniti affrontano lo stesso dilemma che ora si trova di fronte Trump, se iniziare o no una guerra con il regime degli ayatollah in Iran. Analisi geopolitica del contesto
Sembrano delinearsi due schieramenti: uno a guida saudita, sostenuto militarmente da una potenza nucleare, il Pakistan, e composto da Turchia, Qatar, Egitto, Eritrea, Somalia e, forse, l’Iran come carta di riserva, e la Cina, altra potenza nucleare, come partner esterno; e uno schieramento opposto, guidato dagli Emirati (forse) con il sostegno di due potenze nucleari – Israele e India –, la partecipazione dell’Etiopia, del Somaliland e l’aiuto esterno dei talebani
Manlio Graziano
A partire dal 1979, a ogni nuova crisi, si accendono le discussioni su un possibile attacco degli Stati Uniti all’Iran per rovesciare il regime degli ayatollah. Auspicato da alcuni, temuto da altri, quell’attacco non è mai avvenuto.
Il bombardamento dei siti nucleari del paese nel giugno scorso non mirava certo a rovesciare il regime, ed è probabile che sia stato motivato dalla preoccupazione di Donald Trump di restare escluso dai titoli di prima pagina per qualche giorno, mentre stava effettivamente succedendo qualcosa di grosso (l’attacco israeliano).
Oggi, la domanda è di nuovo, insistentemente, all’ordine del giorno: attaccheranno? non attaccheranno? La geopolitica offre due possibili piste di interpretazione.
Capricci e interessi strategici
La prima è che bisogna sempre distinguere tra i capricci di un uomo di Stato e gli interessi strategici dello Stato in questione – e questo vale a maggior ragione se lo Stato in questione è l’America del 2026.
Che Donald Trump mobiliti la sua «armada», di per sé, non è un segnale di niente: non ci è dato di sapere attraverso quali intricati processi si muova la politica estera americana oggi, tra linee confuse, discordanti o addirittura contraddittorie; ci è invece dato di sapere che l’unico movente del cosiddetto commander-in-chief è il proprio ego, o, come la chiama lui, la «propria moralità».
Qualunque cosa si pensi della sua moralità, non ha niente a che vedere con gli interessi strategici degli Stati Uniti.
La seconda pista è che, tra gli interessi strategici degli Stati Uniti, c’è il mantenimento di buoni rapporti – o almeno, meno cattivi possibile – con l’Iran.





