Aspettando l’Armageddon
Le elezioni locali possono segnare la fine del premier laburista britannico Keir Starmer, intrappolato in una crisi senza uscita
Negli ultimi mesi, inoltre, Starmer ha progressivamente perso ciò che aveva costituito la vera forza iniziale della sua leadership: l’immagine di competenza e controllo
Marzia Maccaferri
La fine di Keir Starmer, annunciata da mesi, potrebbe iniziare questa notte, quando i primi risultati delle elezioni locali inizieranno ad arrivare. Si tratta di una tornata importante: si vota in Galles e Scozia, a Londra e in molti altri councils del Paese.
Un voto che segnerà una frattura netta per il Regno Unito: se i sondaggi saranno confermati, i vincitori di oggi saranno Reform UK, il partito di ultra-destra di Nigel Farage, e l’eco-populista Zack Polanski, leader del Green party che ha fatto una campagna elettorale poco “eco” e molto più populista.
Quella di Starmer, mi azzardo a dire, non sarà una caduta spettacolare e immediata – la politica britannica raramente concede questi finali teatrali – ma il punto di non ritorno è stato raggiunto ormai da tempo. La domanda non è più se Starmer se ne andrà, ma quando.
Da tempo il leader laburista appare intrappolato in una crisi di direzione politica. Dopo aver costruito la propria leadership sulla promessa di “normalizzare” il Labour post-Corbyn, Starmer ha progressivamente trasformato il partito in una macchina prudente, disciplinata, ossessionata dalla gestione del rischio e incapace di produrre una narrazione politica mobilitante. Il risultato è un partito che appare senza energia, senza entusiasmo e soprattutto senza una coalizione sociale realmente coesa.
Le tensioni interne si moltiplicano. La sinistra del partito non ha mai accettato fino in fondo la svolta centrista; i sindacati sono sempre più irritati dalla timidezza economica della leadership; una parte consistente dei parlamentari teme che Starmer abbia consumato troppo rapidamente il capitale politico accumulato dopo il crollo conservatore.
A questo si aggiungono le continue inversioni di linea– dagli investimenti verdi ridimensionati alla gestione confusa delle politiche industriali – per non parlare delle tensioni legate al sostegno a Israele da un lato, e i recenti episodi di antisemitismo nel paese dall’altro
Negli ultimi mesi, inoltre, Starmer ha progressivamente perso ciò che aveva costituito la vera forza iniziale della sua leadership: l’immagine di competenza e controllo.
Il premier continua a governare secondo una logica tecnocratica e incrementale, ma il contesto politico britannico sembra ormai dominato da una domanda opposta: chiusura identitaria per affrontare (egoisticamente?) l’aumento del costo della vita.
La sensazione diffusa è che Starmer sia arrivato troppo presto al governo e troppo tardi nel ciclo storico. La sua idea di stabilità appare improvvisamente appartenere a un altro mondo politico.
Tra Polanski e Farage
Il vero vincitore di domani sarà Reform UK, saldamente in testa ai sondaggi da tempo, anche se la sua crescita sembra aver raggiunto un primo punto di saturazione.
Se Nigel Farage dovesse uscire dalle elezioni locali come il vero vincitore politico della tornata, Westminster entrerebbe in una fase completamente nuova.
Reform non è più semplicemente un contenitore protestatario post-Brexit: sta diventando il veicolo di una destra populista ultranazionalista, capace di intercettare contemporaneamente rabbia fiscale, insicurezza culturale e sfiducia verso le istituzioni tradizionali. In molte aree inglesi, soprattutto ex roccaforti laburiste, il partito sta erodendo il consenso sia dei Conservatori sia del Labour.
Nel frattempo, i Verdi, che fino a poche settimane fa sembravano incarnare il “sol dell’avvenire” della sinistra urbana britannica, hanno chiuso la campagna elettorale nel peggiore dei modi.
Zack Polanski, astro nascente della politica ecologista e figura centrale della nuova radicalità urbana londinese, è entrato in un ciclo mediatico devastante.
Nelle ultime 24 ore, il Green party è precipitato infatti in una spirale difensiva che rischia di ridefinire l’immagine pubblica di Polanski. La successione degli episodi è stata rapida e devastante, non tanto per la loro gravità individuale quanto per l’effetto cumulativo: l’impressione di una leadership improvvisamente fragile, impreparata e vulnerabile sul terreno della credibilità politica.
La prima polemica è arrivata dal Times, che ha riportato alcune vecchie dichiarazioni in cui Polanski si sarebbe presentato come spokesman della British Red Cross. La Croce Rossa ha però preso le distanze dalla definizione, alimentando accuse di autopromozione e di costruzione artificiale del proprio curriculum pubblico.
In condizioni normali sarebbe rimasta una storia minore, una di quelle controversie da Westminster che sopravvivono mezza giornata. Ma inserita in un contesto già teso, la vicenda ha contribuito a rafforzare una narrativa emergente: quella di un leader molto efficace nella costruzione della propria immagine digitale ma meno solido quando sottoposto a verifica pubblica.
Poche ore dopo è arrivata una questione più seria. Il Daily Mail ha riferito che circa trenta candidati verdi alle elezioni locali sarebbero sotto esame per presunti episodi di antisemitismo o per contenuti controversi pubblicati online. Anche qui il problema non riguarda soltanto i singoli casi, ancora tutti da verificare peraltro, ma la percezione di un partito incapace di controllare la propria rapida espansione organizzativa.
I Verdi stanno crescendo velocemente soprattutto nelle aree urbane progressiste, attirando attivisti provenienti da culture politiche molto diverse: ex laburisti corbyniani, movimenti pro-Palestina, ambientalismo radicale, sinistra municipalista, attivismo identitario.
Questa crescita accelerata ha prodotto una struttura politica molto più fragile e caotica di quanto l’immagine elettorale del partito lasci intendere.
Infine, è arrivato l’episodio che ha davvero trasformato una cattiva giornata in una crisi politica. Intervenendo al programma Today di BBC Radio 4, Polanski ha cercato di chiudere le polemiche e recuperare il controllo della narrativa. Ma il tentativo si è trasformato rapidamente in un boomerang.
Commentando l’attacco terrorista antisemita di Golders Green dello scorso 29 aprile, Polanski ha inizialmente sostenuto che l’aggressore fosse stato ammanettato mentre la polizia tentava di fermarlo. Di fronte alle contestazioni e alla mancanza di conferme, il leader verde ha poi corretto la propria versione, sostenendo di essersi “espresso male”.
La situazione è ulteriormente degenerata quando Polanski ha dichiarato di essere stato “traumatizzato” dalla visione dei video dell’attacco. Una frase che online è stata rapidamente trasformata in oggetto di sarcasmo e che ha offerto ai suoi avversari politici un terreno perfetto per attaccarlo sul piano dell’autorevolezza e della credibilità.
Il problema per Polanski è che la sua figura politica è costruita interamente sulla performance comunicativa, sulla viralità e sull’identificazione emotiva di una base giovane e fortemente digitalizzata. In un ecosistema simile, le gaffe non restano incidenti isolati ma diventano immediatamente parte della costruzione pubblica del personaggio.
Il destino dei Verdi
Per ora, tutto questo probabilmente non impedirà ai Verdi di ottenere oggi ottimi risultati elettorali. Il partito potrebbe conquistare councils importanti a Londra come Hackney, Haringey, Lambeth e Lewisham. Ma il problema strategico resta aperto: per quanto tempo il Green party potrà continuare a essere contemporaneamente il partito liberal-progressista di Caroline Lucas, storica esponente della lotta ambientalista, e quello del radicalismo identitario incarnato da figure come Mothin Ali?
Consigliere verde di Leeds e vice-leader del partito, Ali è diventato una figura simbolica delle nuove contraddizioni della sinistra urbana britannica. Celebre per aver gridato “Allahu Akbar” durante il discorso dopo la sua elezione e per le sue posizioni irriducibili e settarie sulla questione palestinese, Ali rappresenta per alcuni la capacità dei Verdi di parlare a nuove minoranze urbane politicizzate e a una generazione post-Corbyn radicalizzata dalla guerra di Gaza.
Per altri, invece, incarna il rischio di una deriva identitaria capace di alienare l’elettorato tradizionale ecologista e progressista. Ali è stato l’unico candidato a rifiutarsi di firmare una dichiarazione pro-LGBTQ+, sostenendo di non voler sottoscrivere documenti provenienti da “gruppi di interesse particolari”, anche se ha più volte sostenuto che musulmani e comunità LGBTQ+ dovrebbero “unirsi” in quanto minoranze accomunate dall’essere bersaglio dell’estrema destra.
Una posizione che se rappresenta un tentativo di costruire nuove coalizioni urbane intersezionali, allo stesso tempo evidenzia però le profonde incoerenze ideologiche di una parte della nuova sinistra britannica.
Crisi di sistema
La domanda, allora, è inevitabile: quale futuro resta alla sinistra inglese? Il Labour di Starmer appare troppo moderato per entusiasmare e troppo ambiguo per rassicurare. I Verdi sembrano crescere elettoralmente ma rischiano di implodere sotto il peso delle proprie contraddizioni interne. La sinistra radicale resta culturalmente influente ma elettoralmente marginale. E mentre questo spazio si frammenta, la destra populista consolida il proprio radicamento sociale.
Forse il dato più interessante della politica britannica contemporanea è proprio questo: la crisi non riguarda più soltanto i partiti, ma la capacità stessa del sistema politico di produrre immaginari credibili del futuro.
Tutti sembrano aspettare qualcosa: un collasso, una scissione, un riallineamento, un nuovo leader, ma nessuno sembra realmente in grado di governare il tempo presente.
Aspettando l’Armageddon, appunto.
Su Appunti leggi anche
Scoprite Italy Post
Care amiche e cari amici,
come forse saprete, da gennaio è disponibile in edicola e in digitale un nuovo quotidiano con cui ho il piacere di collaborare, Italy Post, diretto da Filiberto Zovico.
È un giornale davvero indipendente, che parla al mondo delle imprese e alla classe dirigente del Paese.
Ha molte firme interessanti. Io scrivo l’editoriale della domenica ogni due settimane, alternato con Dario Laruffa; inoltre, ci sono molti autori e autrici che avete letto o sentito citare anche qui su Appunti: Alessandro Aresu, Alessandra Minello, Alberto Mingardi, Luca Borsari…
La domenica esce anche il supplemento di cultura europea L’Indice della Settimana, dove ogni tanto pubblico qualcosa e che vi consiglio.
In accordo con l’editore, la comunità di Appunti ha la possibilità di abbonarsi a un prezzo ridotto (330 euro all’anno, anziché 399,99).
Se volete provare Italy Post, lo trovate nelle principali edicole del Centro-Nord.







